Estate rovente, com’è andata in montagna?

Nonostante la neve caduta l’inverno scorso, continua ad accelerare il processo di riduzione dei ghiacciai. La climatologa Elisa Palazzi sottolinea la necessità di azioni di adattamento alle conseguenze dell’aumento delle temperature, da affiancare a quelle di mitigazione

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Panorama da Punta Helbronner, Monte Bianco (agosto 2021) © Cai

Quella che si sta per concludere è stata un’estate davvero molto calda, in Italia e nel mondo. Ce ne siamo resi conto tutti durante la nostra quotidianità, soprattutto chi vive nelle città e nelle zone di pianura, che ha dovuto fare i conti con diverse ondate di calore che hanno portato il termometro sopra i 35 gradi.

L’estate più calda di sempre

Le sensazioni personali dei singoli sono state confermate dalla scienza. «Secondo la National oceanic and atmospheric administration (Noaa) degli Stati Uniti, il mese di luglio 2021 è stato il più caldo mai registrato nella storia. Le notizie relative alle ondate di calore e alle loro conseguenze ci sono del resto arrivate da tutto il mondo. Da luoghi lontani come il Canada fino ad arrivare al nostro Paese, con gli incendi che si sono verificati in Sardegna», afferma Elisa Palazzi, docente di Fisica del clima all’Università di Torino. «Il Copernicus Climate Change Service ha fornito un quadro europeo, dichiarando l’estate 2021 la più calda di sempre, anche questa se ha superato di poco le estati del 2010 e del 2018».
Per quanto riguarda l’Italia, la Palazzi spiega come le temperature superiori alla media siano state accompagnate da ondate di calore ed eventi estremi.

«Questa tendenza ha riguardato pure le Terre alte, anche se naturalmente qui non sono state raggiunte le temperature delle città. Però, come rilevato dal progetto “Carovana dei Ghiacciai” di Legambiente e Comitato glaciologico italiano, tutto ciò ha avuto delle conseguenze. In Adamello, ad esempio, nel mese di agosto, a circa 3000 metri di quota la neve residua dello scorso inverno si era già esaurita. E non è successo solo lì, nonostante l’ultima stagione invernale sia stata molto nevosa».

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Ghiacciai dell’Adamello (estate 2019) © Università degli Studi di Brescia

L’accelerazione del processo di riduzione dei ghiacciai

I dati ricordati dalla Palazzi, relativi sempre alla “Carovana dei Ghiacciai”, sono allarmanti. E, purtroppo, ormai, non è una novità. «L’Adamello ogni anno perde 14 milioni di metri cubi di acqua, mentre lo spessore si è ridotto di 10-12 metri dal 2016 a oggi. Allo Stelvio la Vedretta lunga ha perso 20 metri di spessore negli ultimi 17 anni. La fronte si è ritirata di 1 chilometro dal 1979 al 2019 e di ulteriori 28 metri solo negli ultimi due anni. I ghiacciai del Canin, dal canto loro, hanno perso in un secolo l’85% dell’estensione e il 96% del volume».
Il fatto che più preoccupa la climatologa è l’accelerazione che queste trasformazioni hanno avuto negli ultimi 20-30 anni.

«Da un lato , si tratta di una tendenza a lungo termine ormai chiara, che non viene interrotta da inverni particolarmente nevosi come l’ultimo sulle Alpi. L’influenza molto forte causata dalle alte temperature estive determina una notevole fusione, che “vanifica” tutto. Ma a stupire davvero è la rapidità con cui tutto questo sta avvenendo: dal 1850 a oggi il volume dei ghiacciai si è ridotto del 50%».

La costante accelerazione del processo di riduzione dei ghiacciai interessa la stragrande maggioranza delle aree montane del mondo. «Sono pochissime le zone in cui il tasso di fusione ha rallentato anziché accelerare. Capita ad esempio in Scandinavia, in Islanda e lungo la costa orientale della Groenlandia, dove il rallentamento è dovuto a condizioni meteo particolari, che vedono precipitazioni invernali intense accompagnate da temperature estive non troppo elevate». Sono ancora meno le montagne dove sono i ghiacciai sono stabili. «Un esempio può essere il Karakorum. Ma è un’anomalia, visto che nella vicina regione himalayana la situazione è particolarmente sensibile, con un calo della disponibilità di acqua che potrebbe diventare in futuro causa di instabilità nelle vicine aree di pianura, densamente popolate».

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Il Ghiacciaio del Monte Bianco con il Dente del Gigante (agosto 2021) © Cai

Adattarsi alle conseguenze della crisi climatica

Tornando alle ondate di calore, si tratta di fenomeni ai quali ci dovremo abituare. La Palazzi in questo è molto chiara.

«Nonostante restino eventi estremi, sono aumentati ultimamente sia come frequenza sia come intensità, e ritengo con una buona dose di certezza che continueranno a farlo in futuro. Del resto, le ondate di calore sono una conseguenza intuitiva e logica del riscaldamento globale».

Cosa si dovrebbe fare dunque? Per la docente dell’Università di Torino, è necessaria la consapevolezza di trovarsi di fronte a situazioni con cui si continuerà ad avere a che fare.

«Contemporaneamente alle misure di mitigazione del riscaldamento globale (ovvero la riduzione delle emissioni), occorre mettere in atto misure di adattamento per limitare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici. In particolare degli eventi estremi, che sono quelli che maggiormente impattano su territori e popolazioni. Per esempio, dobbiamo essere consapevoli che piogge più concentrate e forti sono anche una conseguenza del riscaldamento dell’atmosfera e concorrono alla crisi climatica. Pertanto è necessario mettere in agenda le azioni necessarie per contrastare i loro effetti, soprattutto in territori vulnerabili come quello italiano. La messa in sicurezza dei territori è necessaria e non procrastinabile, perché siamo ragionevolmente certi che eventi come le sopracitate piogge torrenziali diventeranno sempre più frequenti e intensi in scenari di aumento del riscaldamento».