Frequentare la montagna senza disturbare gli animali

Soprattutto in inverno e nel periodo riproduttivo degli animali selvatici le nostre attività possono avere un impatto negativo sulla fauna di montagna. Per questo occorrono delle regole per una frequentazione responsabile

Fagiano di monte maschio

Fagiano di monte maschio © Foto di Jayne Simmons da Pixabay

Scegliere l’itinerario in base alla propria esperienza, controllare le previsioni meteo, preparare il giusto equipaggiamento. Sono tutte azioni che un escursionista o uno scialpinista responsabile compie sempre prima di mettersi in cammino. In questa lista, però, sarebbe opportuno introdurre anche una domanda: quale impatto avrà l’attività che sto per svolgere sull’ambiente in generale e sulla fauna selvatica in particolare? Diversi studi hanno dimostrato che alcune attività possono avere un impatto negativo sulla già difficile vita della fauna selvatica, soprattutto nei periodi riproduttivi o durante il periodo invernale. Molti animali svernano a media-alta quota senza andare in letargo: per loro si prospettano “tempi duri”, il cibo scarseggia e devono mettere in atto strategie per sopportare le basse temperature. La presenza umana, sempre percepita come un pericolo, genera negli animali diverse risposte che si traducono in diversi comportamenti di difesa, il più comune dei quali è la fuga. La reazione al pericolo, in inverno, comporta quindi un più elevato dispendio energetico, l’abbandono delle condizioni favorevoli in cui l’animale si trovava e una generale condizione di stress.

Frequentazione responsabile

La Commissione centrale per la tutela dell’ambiente montano del Cai (Cai-Tam) ha deciso di organizzare, nei prossimi mesi, un convegno sul tema della frequentazione responsabile della montagna innevata. Raffaele Marini, presidente Cai-Tam, spiega come si svolgerà e quale sarà l’obiettivo dell’incontro: «Dobbiamo creare in Italia una mentalità diffusa per un approccio responsabile alla montagna, senza imporre divieti, ma suggerendo comportamenti che siano rispettosi dell’ambiente nel quale ci troviamo e della fauna che lo abita. Abbiamo pensato di dividere il convegno in tre momenti: una prima parte sarà dedicata all’ascolto di relazioni tecnico-scientifiche che spiegheranno perché certi comportamenti creano danni alla fauna. In un secondo momento parleremo del network Be Part of Mountain (sviluppato all’interno della Rete delle Aree Protette Alpine – Alparc, n.d.r.) nell’ambito della quale sono nati progetti di frequentazione responsabile della montagna in tutto l’arco alpino. In Italia, in particolare analizzeremo l’esempio delle aree protette dell’Ossola e del parco Mont Avic. Al termine della giornata vorremmo elaborare un documento condiviso che sulla base di queste esperienze dia delle linee di indirizzo generali per un comportamento responsabile».

Studio esemplare

Tra gli studi scientifici che hanno dimostrato l’impatto negativo delle attività umane sulla fauna selvatica in inverno, si può citare quello condotto da un gruppo di biologi elvetici e austriaci, pubblicato nel 2007 dopo aver studiato la risposta fisiologica del fagiano di monte, una specie emblematica e in declino delle Alpi. Come altri animali, in inverno il fagiano si rifugia in un covo riparato e riduce la sua attività al minimo per ridurre il consumo di energia. Un grido, un rumore improvviso o una presenza che passa nelle vicinanze sono sufficienti per spaventarlo e gettarlo nel panico. Questo stress, sul piano metabolico, si manifesta con la secrezione di corticosterone. Per quantificare la produzione di questo particolare ormone, i ricercatori hanno analizzato – durante un periodo di quattro anni – gli escrementi del pennuto, dove appunto sono riscontrabili le tracce del corticosterone. I risultati mostrano che i livelli medi dell’ormone dello stress misurati nelle zone a moderato ed elevato impatto umano sono del 20% superiori ai valori registrati in aree non frequentate. L’habitat del fagiano di monte, inoltre, coincide proprio con le zone preferite dagli sciatori fuoripista, per questo lo studio riveste ancora più importanza.

Progetti pilota

Tra i progetti che saranno al centro del convegno della Cai-Tam, vi è RESICETS – Resilienza ambientale delle attività ricreative nelle aree protette dell’Ossola, promosso da CIPRA Italia e dall’Ente di Gestione delle Aree Protette dell’Ossola, attraverso la Carta Europea per il Turismo Sostenibile. RESICETS ha lo scopo di affrontare a livello locale gli impatti delle attività ricreative sugli habitat e sulle specie delle aree protette attraverso una strategia integrata che coinvolge tutti i soggetti della filiera turistica locale (compresi i fruitori). Il progetto punta sull’importanza di dare informazioni adeguate ai turisti, ma anche di predisporre percorsi di formazione per gli operatori locali e adeguati strumenti di gestione per le aree protette. Il progetto RESICETS, prorogato a causa dell’emergenza sanitaria, oltre a formare molti operatori, ha proposto alcune azioni che ogni frequentatore delle Aree Protette dell’Ossola può mettere in campo per ridurre l’impatto delle sue attività sull’ambiente circostante in generale e, nello specifico, in inverno e in estate. Anche il parco del Mont Avic ha avviato al suo interno una riflessione su questo argomento arrivando a delineare nello specifico quattro aree di libero accesso per gli scialpinisti in caso di ambiente innevato per non disturbare la fauna. Anche nelle Alpi Marittime è nata una campagna specifica, #Attentialfagianodimonte, per sensibilizzare escursionisti e sciatori sulla conservazione della specie.