Fusione glaciale, il trend è irreversibile

A colloquio con Federico Grazzini, meteorologo, esperto di scienze dell’atmosfera e del clima, ricercatore universitario a Monaco di Baviera e appassionato di montagna

Risalendo il ghiacciaio dell’Adamello © Luciano Gaudenzio - L’Altro Versante

Mentre gli uomini discutono, la natura agisce, diceva Voltaire. E per quanto sia famosa – e forse abusata – l’affermazione del filosofo francese riassume bene quello che ancora oggi caratterizza il ritmo delle attività di contrasto al riscaldamento globale e alla crisi climatica. Le ripetute ondate di calore, la tragedia della Marmolada, il crollo di pareti rocciose, la fusione glaciale, lo zero termico a oltre 4500 metri di quota. E, ancora, decine di ettari di boschi in fiamme, la siccità e la scarsità d’acqua. Uno scenario quasi apocalittico. Di crisi climatica e del suo impatto sulla montagna abbiamo parlato con Federico Grazzini, meteorologo, esperto di scienze dell’atmosfera e del clima e ricercatore alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera.

Federico Grazzini © Facebook, Federico Grazzini

Nuova normalità?

Qualche giorno fa Greta Thunberg, in risposta a un post ha scritto: «Questa non è la nuova normalità. La crisi climatica continuerà a intensificarsi e peggiorerà finché mettiamo la testa sotto la sabbia e diamo priorità al profitto. Stiamo camminando come sonnambuli verso il bordo del precipizio”. Grazzini, partiamo da qui: lei cosa ne pensa?
«Ha ragione Greta. Rimango sempre più sorpreso da questa ragazza, che esprime un concetto abbastanza sottile da capire».

Ce lo spiega?
«In tutti noi c’è la percezione che la temperatura sta aumentando, però siamo convinti che questo avvenga con gradualità. Cosa che in effetti sta succedendo, se parliamo di temperature medie globali. Se invece ci concentriamo su aree più ristrette, come il Mediterraneo o l’Europa, scopriamo che qui l’aumento risulta più veloce di quello della media globale, e che non è sempre lineare. L’aumento graduale dei valori medi si associa infatti a un aumento molto più veloce dei picchi di temperatura».

Pochi decimi di grado in più generano disastri. E quali sono le ripercussioni?
«Per quanto poco significativo possa sembrare, un aumento di pochi decimi di grado di temperatura media si traduce in un sensibile aumento in frequenza e in intensità degli eventi estremi. Per le onde di calore in area Mediterranea, per esempio, dai dati del sesto report IPCC – che dedica molto attenzione agli eventi estremi – si stima che una differenza di mezzo grado della temperatura media si accompagna a un aumento del 25% delle giornate con temperature massime sopra i 35 gradi. Si passerebbe da una media di 15 giorni del clima attuale a 20. Inoltre l’aumento percentuale cresce per soglie di temperatura ancora più alte.

Quale impatto produce sulle montagne l’intensificarsi degli eventi estremi come le ondate di calore?
«L’ambiente montano è particolarmente fragile e sensibile al cambiamento climatico. L’abbiamo visto in maniera più che evidente con il crollo di una parte del ghiacciaio della Marmolada. In questo momento la neve invernale non la si trova più da nessuna parte, neanche a 4500 metri. Oggi siamo di fronte a un trend di fusione irreversibile dei corpi glaciali».

Qualche estate come questa, e sulle Alpi spariranno i ghiacciai. Diversi esperti sostengono che questa estate sarà come quella terribile del 2003. È davvero così?
«È molto probabile. E forse sarà anche peggio di quella di vent’anni fa. Bisogna vedere cosa succederà in agosto. Per tornare ai ghiacciai, oggi il loro volume è diminuito di quasi la metà rispetto a quello dell’inizio del ’900. Credo sia sufficiente ricordare che nel 2003, in una sola estate, si è perso il 10% del volume dei ghiacciai alpini. Se quest’estate sarà come quella del 2003, ci sarà – perdonatemi il termine – un’altra botta clamorosa al volume dei ghiacciai. Questo vuol dire che, se non c’è una rapida mutazione di segno, con altre quattro cinque estati come queste nelle nostre Alpi non ci saranno più ghiacciai».

Quali altre conseguenze subisce la montagna?
«Ci troviamo in una situazione drammatica per l’ecosistema montano. Oltre alla scarsa fornitura di acqua a valle, vanno considerati gli altri elementi legati al ciclo dell’acqua. Penso all’alimentazione delle sorgenti, alla tenuta dei versanti delle montagne che spesso sono legati dal ghiaccio. Poi ci sono le economie tradizionali, per esempio l’allevamento e la pastorizia. E naturalmente il turismo, con i rifugi senza acqua».

Salire in montagna per capire la crisi climatica

La crisi climatica modifica le montagne, le rende più instabili. Con ogni probabilità dovremo cambiare qualcosa nel modo di frequentare la montagna. Lei è anche un grande appassionato: concorda con questa riflessione?
«I primi a subire questa instabilità sono i montanari, che in montagna ci vivono, però tocca anche noi frequentatori, che dobbiamo essere coscienti del fenomeno in atto e imparare a ri-leggere il territorio. Da quanto so, le guide alpine sono molto attente e si sono rese conto dell’aumento del rischio della frequentazione dell’alta montagna. Allo stesso tempo salire in quota anche in questi periodi, con tutte le dovute precauzioni, serve a prendere ancor più coscienza. Quando si fa un’esperienza attraverso i propri sensi, in prima persona, dentro di noi resta un traccia. Come sempre, la formazione e l’esperienza ci aiuteranno ad adattarci ai
nuovi pericoli della montagna. E poi vorrei aggiungere una riflessione su un altro aspetto».

E cioè?
«Per capire la crisi climatica non si può prescindere dalla comprensione dell’ambiente che ci circonda e che sta cambiando così velocemente. La mancata frequentazione della natura porta a non capire, a non farsi un’idea autonoma di cosa sta accadendo. In questo senso la montagna è un libro aperto. Chi le legge “Lo Scarpone” ne è ben consapevole. Lo stimolo ad andare in montagna o negli ambienti naturali può arrivare per esempio anche da una intelligente politica dei trasporti che permetta di raggiungere questi luoghi anche con mezzi pubblici. Io vivo tra Monaco e Bologna. In Germania hanno attivato una politica per l’uso del treno a tariffa praticamente gratuita, con un abbonamento annuo al costo di nove euro per tutta la rete regionale».

Qui, come sa, invece la politica è stata, ed è ancora così, quella di smantellare la maggior parte delle linee regionali che percorrevano le valli…
«Una scelta a dir poco miope, a mio giudizio. Quella di cui parlo costituisce anche una politica a sostegno della montagna, e ha incrementato in modo sostenibile il flusso di turisti. Il Deutscher Alpenverein (DAV), l’equivalente tedesco del Cai, ha deciso che nei rifugi si dorme gratis, se si dimostra di essere arrivati all’imbocco dei sentieri con i mezzi pubblici. L’iniziativa è molto interessante, perché lancia un messaggio che va nella stessa direzione: politica e DAV. E c’è una parola chiave in tutto questo: coerenza. Cioè i messaggi devono essere sempre coerenti. Quindi, se diciamo che ci interessa preservare l’ambiente, ridurre le emissioni e produrre conoscenza diffusa, è necessario investire per promuovere azioni coerenti di questo tipo. Altrimenti restiamo nel mondo delle belle intenzioni».