La voragine di ferro

Il Trou de Fer offre un paesaggio spettacolare difficile da trovare altrove sul nostro pianeta anche perché la sua inaccessibilità

il Trou de Fer © Cai

Ruprendiamo l’articolo di Antonio Massena pubblicato su Montagne 360 di gennaio 2021

Quando, a causa di una apocalittica immensa eruzione, la superficie del vulcano Piton des Neiges, (isola della Réunion) collassò sprofondando di circa 1.000 metri, si creò quello che viene chiamato il Trou de Fer (The Iron Hole): una voragine straordinaria con pareti verticali coperte dalla più vigorosa vegetazione che si possa immaginare.

Il Trou de Fer offre un paesaggio spettacolare difficile da trovare altrove sul nostro pianeta anche perché la sua inaccessibilità ha permesso alla natura di preservarsi nella forma più selvaggia e libera. Definito il Monte Everest dei canyon, la sua monumentalità è esaltata da cinque grandi cascate che celano le crepe sul fondo solitamente anche con la complicità della intensa nuvolosità propria dei tropici. Il che rende difficile poterne scrutare le profondità anche sorvolandolo con l’elicottero.

Vi è solo una possibilità, assai più difficile e pericolosa per esplorarlo, che solo i migliori possono cercare: tentare di scendere a corda doppia nelle sue cavità sapendo di non avere comunque la garanzia di poter tornare indietro. Sarà anche la natura a deciderlo. È per questo che i cinque amici che hanno deciso di mettersi alla prova per verificare tale possibilità non hanno dormito troppo bene negli ultimi tre anni.

La discesa in corda doppia nel Trou de Fer © Cai

I lavori di Pavol Bàrabaš hanno ottenuto diversi riconoscimenti al Festival di Poprad. Nel 1999 ha vinto il Gran Premio “Città di Trento” con il film “118 Days in Captivity of Ice”. Documentario di torrentismo in un ambiente selvaggio e lussureggiante con immagini e riprese che testimoniano la quasi inaccessibilità del luogo.

Condizioni meteo quasi sempre al limite, pioggia e temporali violenti, rendono ancora più difficoltosa l’esplorazione dell’immenso canyon. La spaventosa violenza dell’acqua delle cascate mette a dura prova la resistenza e le capacità fisiche degli esploratori. Le immagini in soggettiva delle discese nelle cascate sono di grande effetto. L’obiettivo della telecamera diviene l’occhio del protagonista mentre scende lungo toboga levigati da secoli di scorrimento impetuoso dell’acqua.

Il passaggio dalla soggettiva alla ripresa dell’ambiente circostante funziona ed è ben mixato così come le inquadrature dei dettagli e dei particolari. Il tutto rende in maniera fantastica il senso del vuoto, dell’immensità del luogo, della profondità e della sensazione visiva di sentirsi quasi precipitare e catapultare, come l’Alice Carroliana, in un pozzo senza fondo. Suggestive le immagini della discesa, ai lati di una delle cascate, in corda doppia con una delle due corde che si sta sfilacciando ed è quasi al limite della rottura: attimi di suspence sino al momento del raggiungimento della base della parete.

Leggermente un po’ noiosa e lenta la parte descrittiva sull’utilizzo delle varie attrezzature tecniche utilizzate in questa pratica.

Info film

Regia Pavol Bàrabaš (Slovacchia 2011) – 56 minuti

In concorso Film Festival di Trento (2012)