“Madre dei nervi”. La montagna come terapia

Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle sono ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga e seguono un protocollo terapeutico in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e l’arrampicata

Un’immagine del film © Trento Film Festival

Pubblichiamo l’articolo di Antonio Massena, estratto dalla rubrica “Fotogrammi d’alta quota” pubblicata su Montagne360 di ottobre 2021

Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle sono ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga. Sono in cura alla Comunità Aurora di Venezia e seguono un protocollo terapeutico rigoroso, in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e l’arrampicata. Esperienze tonificanti, un modo per spezzare la routine e vivere emozioni forti. È qui che conoscono Massimo, l’alpinista educatore che le accompagnerà in questa avventura. Poco alla volta, il rapporto con la montagna si intensifica e dalle semplici escursioni le ragazze passano alle scalate, con risultati sorprendenti.

Una narrazione intima e delicata

Una narrazione intima e delicata, a tratti commovente, senza alcuna forzatura o compiacimento per il passato delle ragazze, cosa che avrebbe rischiato di imprimergli una deriva sulla strada della retorica, insomma un racconto vero. Le soluzioni di ripresa con tagli di immagini dinamiche e mai banali riescono, contestualmente alle musiche e al ritmo del suono, a velocizzare la struttura narrativa o a renderla slow quando necessario. Il taglio dell’inquadratura dei visi delle ragazze e il particolare dei dettagli sono, a tratti, simili alla scomposizione pittorica che rimanda all’astrattismo pittorico.

La montagna come medicina

La timidezza e una sorta di pudore delle ragazze nel raccontarsi fa da sfondo a flashback dal ritmo sincopato sul loro passato di tossiche. E le stesse confessioni, in altri momenti del film, sono usate come sottofondo alle immagini di pareti, montagne, boschi … donando ancora maggior forza al racconto. L’incontro con l’educatore alpinista si rivela nell’immagine/concetto che accomuna natura e cura e proprio grazie a ciò il ritratto della comunità che le ospita tende a superare i classici stilemi di un sistema chiuso e repressivo. Le difficoltà dell’arrampicare si misurano con le sconfitte che le ragazze hanno attraversato nel loro recente passato e allo stesso tempo veicolando la convinzione che il superare questi ostacoli le aiuterà, senza dubbio, a sentirsi più forti e a superare un periodo buio della loro vita che le stava conducendo verso l’autodistruzione mentale e fisica.

Il tutto visto sempre come gioco, momento ludico e mai imposto sia durante la preparazione e gli allenamenti propedeutici all’arrampicata che quando lo compiono. Il rapporto fra l’educatore e le ragazze rivela ed evidenzia una trasmissione continua, bidirezionale nel dare/avere, un’altalena positiva fra le parti capace di scaricare paure e tensioni.

La montagna è forse una “medicina” che le aiuta a superare debolezze e insicurezze? I loro periodi bui? Montagna come terapia? Forse, ma non solo. Madre dei nervi è un bel film che ti prende e ti fa riflettere. Non è solo un documentario ma è soprattutto una storia vera che riesce a emozionare grazie al giusto peso di tutti gli elementi che lo compongono, dalla sceneggiatura alla fotografia, dalle singole inquadrature al montaggio, dal suono alle musiche.

Info Film

Regia Mirko Giorgi, Alessandro Dardani (Italia 2018) – 55 minuti

Presentato in Anteprima mondiale nell’edizione 2018 del Trento Film Festival