Il primo Campionato Mondiale di Plogging

Il jogging e, insieme, la raccolta dei rifiuti è ormai una nuova pratica sportiva che fa del gesto atletico un atto etico e ambientale. La testimonianza di una concorrente-giornalista

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Un momento della gara © Stefano Jeantet

Corro lungo il fiume risalendo la Val Pellice verso il laghetto del Naìs, il primo dei punti obbligatori di passaggio. Mi inoltro nel bosco. Incredibile che sia così pulito, non ce la farò mai a riempire i quattro sacchi che abbiamo in dotazione. Districandomi a fatica tra i rovi e con la traccia del sentiero che si perde qua e là, penso che non ci sono rifiuti perché di qui non passa nessuno. Ho perso di vista anche i compagni di gara. E finora non ho raccolto che una bottiglietta di plastica, una lattina, un po’ di mascherine, pacchetti vuoti di sigarette, mozziconi e tanta carta (che fa poco punteggio)… senza contare che il dislivello che ho coperto è minimo. Cerco di non farmi prendere dallo sconforto. In fondo abbiamo appena cominciato, e per portare a termine la missione abbiamo otto ore, tutte per correre e raccogliere. Il punteggio complessivo sarà dato dalla somma di quello atletico (km + dislivello) e quello della raccolta (quantità di rifiuti + tipologia).

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I partecipanti all’arrivo a Torre Pellice © Stefano Jeantet

Uno sport innovativo

Vi chiederete in che razza d’avventura mi sono cacciata. Ebbene, non ho resistito dal farmi coinvolgere come giornalista-atleta nel primo Campionato Mondiale di Plogging, organizzato dall’1 al 3 ottobre a Torre Pellice dall’Associazione Internazionale di Comunicazione Ambientale e dalla cooperativa Erica. Forse non l’avete mai sentita questa parola, plogging: l’unione di plokka upp, che in svedese significa raccogliere, e jogging. L’ha coniata Erik Ahlström di Stoccolma, che cinque anni fa, stufo di vedere la sua città sempre più sporca, si è armato di guanti e sacchetti della spazzatura e ha coinvolto alcuni amici corridori; di fatto ha lanciato una nuova pratica sportiva che fa del gesto atletico un atto etico e ambientale.

«I rifiuti che abbandoniamo per la strada, sui sentieri o nei boschi presto o tardi finiscono in mare», sottolinea Roberto Cavallo, il deus ex machina di questo innovativo campionato mondiale e ideatore con l’ultrarunner Oliviero Alotto del Keep Clean and Run, Pulisci e Corri, una corsa che dal 2015 si svolge in Italia lungo un tragitto ogni anno diverso. «I rifiuti che galleggiano» spiega Cavallo, «sono solo il 6% di quelli che troviamo in mare. Oltre il 90% dei sali da cucina contiene microplastiche, e se continuiamo di questo passo entro il 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesce».

Già oggi si stima che in un anno ciascun essere umano della terra mangi l’equivalente di un piatto di plastica.

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Quattro dei protagnisti dell’evento © Stefano Jeantet

E c’erano anche dei supercampioni

Ma torno in gara. Uscita dal bosco, imbocco una sterrata che finalmente mi dà qualche soddisfazione di raccolta e dopo il laghetto del Naìs decido di guadagnarmi un po’ di punti atletici salendo prima alla borgata Bessé e poi ai 1500 m di Barma d’Aut nell’aspro e suggestivo Vallone degli Invincibili. Un luogo carico di storia, dove a fine Seicento i Valdesi resistettero alle truppe sabaude (cattoliche) di Vittorio Amedeo II, fino a costringerle a venire a patti. Molti dei trail runner che incrocio sono dei super campioni, uno è lo spagnolo Pablo Criado Toca, ma anche Marina Plavan, seconda femminile assoluta all’ultimo Tor des Glaciers. A Barma d’Aut ci offrono tè e caffè caldo, una panacea dopo ore di corsa, sudati, nel freddo della quota. Mi faccio una tabella di marcia per poter arrivare entro le 16.20 all’arco di gara a Torre Pellice con una raccolta almeno un po’ dignitosa. Riguadagnata la valle, la trovo tutt’un pullulare di plogger con i sacchi stracolmi o addirittura con addosso rifiuti ingombranti legati alla bell’e meglio: pneumatici, carcasse tv, una porta di frigorifero, una grondaia, una macchinetta del caffè… Gli ultimi chilometri li facciamo camminando, come pellegrini, con gli occhi puntati a terra, lungo il bordo della provinciale e le rive che scendono verso le strade meno frequentate che non di rado ospitano discariche occulte.
Il finale è un gran finale. All’ora stabilita ci raduniamo sotto l’arco, sul limitare del centro storico di Torre Pellice. La felicità è palpabile, negli occhi una scintilla diversa di quando si finisce una gara “normale”, si fanno chiacchiere in relax e ci s’ingegna a sistemare il bottino per renderlo trasportabile fino alla piazza dove tutto è partito e tutto si conclude. La sfilata per le vie del paese, tra due ali di cittadini festanti, è un tripudio di applausi e musica – come dirà poi il campionissimo Paolo Bert alla premiazione:

«La soddisfazione maggiore è aver visto applaudire tutti, dal primo all’ultimo, perché qui finalmente siamo tutti vincitori».

Ed è un vero bottino quello che il primo Campionato del Mondo di Plogging può vantare: 7985 chili di rifiuti, per una media di 15 chili a partecipante, e 1780 chilometri di sentieri percorsi: quasi mezzo chilo di rifiuti raccolto al chilometro. Pietro Olocco ed Elena Canuto sono i due giovani campioni del mondo. Io, pur nella mia performance da media classifica, torno a casa con una nuova allegria e la certezza che d’ora in poi correrò con gli occhi attenti, le mani pronte e un sacchetto sempre con me.