Torrentismo, quando tutto era vergine

Le esplorazioni di luoghi immacolati, il primo libro sul torrentismo, il ribaltamento dell’approccio alla disciplina, la minaccia dell’acqua e il soccorso specializzato. C’è ancora molto da imparare

Soccorso in forra

Soccorso in forra © Cnsas

Il tempo, benedetto e maledetto tempo. Scandito dalle pagine dei calendari, strappate sempre troppo in fretta, il tempo trasforma l’esperienza in un ricordo. E un esploratore, di esperienze da raccontare, ne ha parecchie. “Siamo stati ovunque, sopra e sotto terra. Una parentesi di vita che è finita, ma non ho alcun rimpianto”. A parlare è Mario Vianelli. Lui, scrittore e giornalista, collabora con Montagne360 e definisce se stesso un ex esploratore.

Mai nessuno prima

Il primo libro sul torrentismo in Italia (Profonde gole) porta la sua firma e quella di Michele Sivelli, compagno d’avventura e curatore della biblioteca dell’Istituto italiano di speleologia. “Siamo arrivati in un mondo vergine e ricco di opportunità. C’erano gole giganti, evidenti a chiunque. Ma lì, in quei luoghi, prima di noi non c’era mai stato nessuno”. Ebbene, se abbiamo parlato del concetto di tempo – su cui ancora discutono e s’accapigliano fior di filosofi e poeti – è perché dagli anni Sessanta del secolo scorso il torrentismo non solo è stato scoperto, ma è addirittura diventato tutt’altra cosa.

Soccorso in forra

Soccorso in forra © Cnsas

Quando tutto è cambiato

La trasformazione è stata rapida e radicale. D’accordo, definire il torrentismo una scoperta è forse eccessivo. Del resto anche i pescatori hanno sempre risalito i torrenti e i corsi d’acqua, e per ragioni diverse l’hanno fatto vacanzieri e bagnanti. “Però loro a un certo punto si fermano”, chiosa Vianelli. “Noi abbiamo cominciato a superare le zone difficili. Salti, pozze d’acqua, meandri…”. La disciplina nasce infatti in ambito speleologico prima di evolversi in quella che anche Wikipedia definisce oggi come uno “sport acquatico”. “Una grotta è come un torrente esterno, soprattutto se percorsa dall’acqua. Le tecniche sono le stesse” ci spiega Vianelli. Ma all’inizio non era così semplice. Anzi, semplice non lo è mai stato. “Cercavamo di evitare l’acqua perché la mentalità speleo la considera un ostacolo e un pericolo. Le attrezzature? Insufficienti. Penso alle tute da sub, scomode e ingombranti”.

Acqua, elemento indispensabile

Poi tutto è cambiato. “L’approccio si è ribaltato e si va alla ricerca dell’acqua, che diventa un elemento indispensabile, ludico e ricreativo. Ma l’acqua è la stessa di allora e continua a rappresentare il pericolo più grande, soprattutto se non si è attenti e preparati”. È ancora viva nella memoria l’ondata del fiume Raganello che, imprevista e imprevedibile, poco più di un anno fa ha travolto e ucciso dieci persone. “Nelle prime fasi esplorative non sono successi incidenti” assicura Vianelli. Quando si è passati dall’utilizzo delle scalette alle corde, per lui e per Michele Sivelli è iniziato il periodo delle esplorazioni. Prima le gole più grandi e celebri, poi quelle semisconosciute. Dalla Sardegna alla Majella, dalle Prealpi Venete all’Orrido di Botri.

Precursori

La copertina del libro "Profonde gole"

La copertina di “Profonde gole”

Quelle esplorazioni sono diventate un libro, il primo sul torrentismo pubblicato grazie alla piccola casa editrice di Alessandro Gogna (Melograno edizioni). Era il 1988 e già si scriveva un pezzo di storia. Ma il concetto di tempo – quello che scorre via veloce e che ostacola la costruzione di una solida cultura della consapevolezza del rischio – torna anche quando la questione si sposta sul fronte della sicurezza. Forse non tutti sanno che nel torrentismo le tecniche di soccorso sono completamente diverse dalle altre discipline e che i primi ad aver studiato il tema, ancora una volta, sono stati gli speleologi. Da pochi anni esiste addirittura una scuola nazionale dedicata, quella dei tecnici del soccorso in forra (Snafor). Un organo tecnico del Soccorso alpino che si occupa appunto della formazione. Certo, esistono contaminazioni con le tecniche alpinistiche. Ma qua tutto ha una sua complessa unicità. Non a caso il manuale del soccorritore conta più di mille pagine.

Il soccorso in forra

“Nei canyon andavano solo speleologi” ricorda Giovanni ‘Nanni’ Pizzorni, istruttore e direttore della scuola. “Quando la disciplina si è diffusa, in netto ritardo rispetto a Spagna e Francia, abbiamo iniziato a registrare i primi incidenti gravi. Di conseguenza il soccorso si è posto il problema”. Da sport stagionale qual era, ora il torrentismo si pratica tutto l’anno. “C’è addirittura una versione più estrema, l’ice canyoning. Aumentando i mesi di percorrenza sono aumentati anche gli incidenti” prosegue Nanni. Al centro di tutto, ancora una volta, c’è l’acqua. “Quando vai in montagna sai cosa ti aspetta. Ma lo stesso canyon può variare il livello di difficoltà da un momento all’altro. Con poca acqua ci porti l’intera famiglia, quando ce n’è troppa rischi la vita. E i cambiamenti, come nel caso di Raganello, avvengono nel giro di poche ore”. In Italia ci sono circa 500 soccorritori specializzati. Gli incidenti? Continuano ad aumentare: se ne registrano sessanta l’anno a fronte dei quindici in ambito speleologico. “La cosa incredibile – conclude Nanni – è che si muore con le stesse modalità di vent’anni fa”. Tradotto: c’è ancora molto da fare. Anzi, da imparare.

[Articolo pubblicato su Montagne360 di ottobre 2019 – scarica il pdf]