Balthazar al momento del rilascio in natura nel 1988 © Vulture Conservation Foundation, FB
Un gipeto in volo nel Parco nazionale del Gran Paradiso © Fabio Usvardi, wikicommons
Balthazar, il gipeto di 37 anni soccorso il 27 ottobre scorso a Thyevel © Pierre Tardivel
Balthazar in volo sulle Alpi francesi cinque giorni dopo il rilascio, l'11 novembre 2025 © Remi Fabre
Un gipeto in cerca di carcasse a Pfyn-Finges, sulle Alpi svizzere © Giles Laurent, wikicommons
Era stato liberato nel 1988 dal Centro Asters di conservazione delle aree naturali dell’Alta Savoia (Cen de Haute-Savoie), la stessa struttura che 37 anni dopo ha nuovamente aperto le porte per accudire Balthazar, il gipeto più anziano mai avvistato in natura. Quando, nell’autunno dello scorso anno, gli operatori del centro sono stati contattati per prestare soccorso a un gipeto che non riusciva più a volare, non avrebbero mai pensato di riconoscere lo stesso esemplare messo in libertà quasi quaranta anni prima proprio da alcuni di loro e del quale, ormai, si erano perse le tracce.
Balthazar è nato il 17 gennaio 1988 a Wassenaar, in Olanda, ed è stato liberato pochi mesi dopo sul massiccio del Bargy nell’ambito del Progetto di Reintroduzione del Gipeto sulle Alpi. Il progetto, condiviso tra gli stati europei dell’arco alpino e, ad oggi, ancora in attività, prevedeva la reintroduzione e il successivo monitoraggio di esemplari appena nati o selezionati tra quelli tenuti in cattività, al fine di riportare sulle Alpi una specie a lungo predata nel corso della prima metà del Novecento.
Il decano dei gipeti
A partire dal giorno del suo rilascio, Balthazar è stato osservato dagli esperti del centro fino al 2016, quando se ne sono perse le tracce. Nel frattempo, però, il monitoraggio dell’esemplare di gipeto ha fornito dati sorprendenti: Balthazar, infatti, è il padre di quindici pulcini nati in natura i quali, a loro volta, ne hanno dati alla luce oltre trenta nel corso degli anni. Un valore incredibilmente alto considerate le particolarità riproduttive della specie, che raggiunge la maturità sessuale attorno ai sei anni e i cui esemplari femmina depongono solitamente un solo uovo l’anno, anche se di questi prende mediamente il volo solo un pulcino su tre.
L’incredibile ritrovamento di Balthazar
Anche per questo motivo Balthazar viene considerato un gipeto dei record, essendo il primo maschio ad aver portato a termine una riproduzione naturale dopo la reimmissione della specie nelle Alpi da quando, nel 1997, ha dato alla luce il primo cucciolo. Ma la storia incredibile di questo esemplare non è ancora giunta al termine. Per una serie di coincidenze, infatti, il 27 ottobre dello scorso anno il Cen Asters Alta Savoia ha ricevuto una chiamata che segnalava la presenza di un gipeto a terra a Thyez, una cittadina non lontana dal massiccio del Monte Bianco.
Gli operatori, dopo aver catturato l’esemplare, lo hanno sottoposto a esami diagnostici che hanno evidenziato non solo un peso di 4.8kg, leggermente inferiore alla media, ma un pallino di piombo all’interno della zampa destra, segno di un vecchio episodio di bracconaggio. A sorprendere, però, sono stati gli anelli apposti alle zampe del gipeto nel 1988, che hanno permesso il riconoscimento dell’esemplare. Dato per disperso nel 2016 e, successivamente, per deceduto, i membri del centro hanno così scoperto che Balthazar non solo era ancora vivo, ma che aveva appena registrato un nuovo record, quello di gipeto più longevo al mondo tra quelli in natura.
Le sue condizioni di salute, però, non hanno permesso un immediato reinserimento in natura, e gli esperti hanno deciso di attendere il 6 novembre prima di procedere al rilascio: “I dati del gps hanno permesso di seguire Balthazar dopo il suo rilascio – affermano dal Cen dell’Alta Savoia –. Si muoveva regolarmente ma non volava molto e rimaneva piuttosto basso in quota”, raccontano.
"Stiamo aspettando il risultato di ulteriori analisi, ma sembra stare molto bene da noi". Centro Asters
Proprio a causa delle sue condizioni di salute e dopo diversi giorni di monitoraggio presso il centro, dove Balthazar aveva ripreso un chilo di peso, l'esemplare è stato nuovamente catturato il 27 novembre e riportato in cattività, dove si trova attualmente per tutelare la sua salute. Abbiamo contattato il centro, che ci rassicura sulle condizioni di salute del “decano”. “Stiamo aspettando il risultato di ulteriori analisi, ma sembra stare molto bene da noi. Valuteremo nei prossimi anni quale ruolo potrà avere nella riproduzione in cattività”, affermano dalla struttura. I gipeti che vivono in ambiente controllato, infatti, raggiungono oltre i 50 anni di età, contribuendo alla conservazione della specie.
Le minacce del bracconaggio
Il gipeto barbuto è uno “spazzino specializzato” che si nutre soprattutto di carcasse e di ossa, la parte principale della sua dieta, tanto da ingerirne fino a 200 chilogrammi l’anno. Per questo, svolge un ruolo fondamentale nel riciclare i nutrienti e ripulire l’ambiente naturale, evitando il diffondersi di malattie tra la fauna selvatica. Fin dall’Ottocento, però, è stato oggetto di bracconaggio soprattutto a causa della cattiva nomea e dei pregiudizi che lo associava erroneamente al furto di agnelli e, nella vulgata popolare, addirittura di bambini.
Leggende che hanno messo profondamente a rischio la sopravvivenza della specie, con molti esemplari considerati portatori di sventura e, per questo, oggetto di caccia di frodo. Nel caso di Balthazar, il piombo individuato nella sua zampa destra lo espone a distanza di moltissimi anni al rischio di saturnismo, una grave intossicazione che colpisce anche gli animali e che ne può provocare la morte.
Per questo, in molte nazioni europee, il gipeto è una specie fortemente protetta come tutti i rapaci anche se, come affermano dal centro, l’equilibrio è fragile: “Solo 30 coppie si sono riprodotte nelle Alpi francesi nel 2025. Questo numero così basso si spiega soprattutto con una dinamica di sviluppo naturalmente molto debole in questa specie, in parte compensata dalla loro capacità di sopravvivenza. Balthazar non è solo un testimone storico, ma anche il simbolo vivente della resilienza di una specie che l'Europa ha scelto di salvare”.