30 maggio 1867: Tuckett scala il Civetta, ma è davvero il primo?

Nella storia alpinistica di una delle più incantevoli cime dolomitiche, le esplorazioni dei valligiani si uniscono alle ambizioni dei nobili stranieri: tra racconto romanzato e verità, la vetta viene conquistata

 

Il 30 maggio 1867, Francis Fox Tuckett scala il Monte Civetta sulle Dolomiti. Il monte dalle grandi ali è citato fin dal Seicento come Sass di Zuìta, che in zoldano vuol dire “civetta”, ma sulla carta del Regno lombardo-veneto del 1833 cambia lingua e sesso e diventa Civita al maschile, perché il calcare e la dolomia imitano le murate, i merli e i bastioni delle roccaforti medievali, destinate a catturare gli sguardi e respingere gli assalti. Non esiste una parola domestica che lo descriva adeguatamente. Nessun concerto di voci e mura di città. Nessuna civitas o armonia urbana. Il o la Civetta è natura estrema, mistero e sfida verticale.

Le prime salite

I primi esploratori sono valligiani. Montanari, senza ombra di dubbio, anche se non esiste una documentazione ufficiale delle loro scorribande oltre il sentiero. Nella scoperta alpinistica del Pelmo e del Civetta, che certo non sono cime secondarie a nessuna, spicca la contraddizione tra l’imprimatur borghese e urbano sulle prime ascensioni e l’evidenza dei precedenti di natura e motivazione locale, come se i pionieri della zona, oltre ai consigli e all’accompagnamento, avessero “venduto” ai signori venuti da oltre Manica anche il marchio della conquista. Una specie di falso “autorizzato”, o estorto, o usurpato.

Ufficialmente, il primo in cima al Pelmo è l’irlandese John Ball il 19 settembre 1957, che addirittura avrebbe inaugurato la storia dell’alpinismo dolomitico. Scrive Ball: “Poiché la caccia ai camosci sembra essere il passatempo preferito nella Val di Zoldo, i cacciatori divengono gradatamente buoni conoscitori della rete di strette cenge che coprono la maggior parte del monte, e così nel tempo hanno trovato non soltanto una sola ma quattro vie diverse per raggiungere l’altopiano più elevato”

"I cacciatori divengono buoni conoscitori della rete di strette cenge che coprono la maggior parte del monte e hanno trovato non soltanto una sola ma quattro vie diverse per raggiungere l’altopiano più elevato”.  John Ball

Il valore nascosto delle guide

Il primo sulla cima del Monte Civetta, su per l’angusto canalone sul versante di Zoldo, ufficialmente è Francis Fox Tuckett il 30 maggio 1867 (un po’ in anticipo sulla stagione delle scalate...), con le guide svizzere Melchior e Jakob Anderegg. I soliti noti. Ma sappiamo che il Civetta era già stato scalato una o più volte nel decennio precedente da Simeone De Silvestro detto Piovanel, il cacciatore di Pecol di Zoldo che infatti conosceva la strada per la cima; e anche la “cengia Ball” al Pelmo – il famoso passaggio dove bisogna gattonare sotto lo spiovente reso celebre dall’iconografia ottocentesca – era già nota ai cacciatori locali, per ammissione dello stesso Ball. Argomenta Andrea Zannini: "L’accompagnatore del futuro presidente dell’Alpine Club,
il cacciatore sanvitese Giovan Battista Giacin, si sarebbe fermato sotto l’ultima cresta del Pelmo, rifiutando di salire per il motivo che davanti a lui era tutta “croda morta”, lasciando dunque a Ball il primato della vetta. Ecco un altro racconto apparentemente perfetto: la guida locale ingenua, che cento metri sotto la cima dell’alta montagna inviolata lascia strada al forestiero che non patisce le superstizioni. Anche in questo caso, tuttavia, la ricostruzione scricchiola".

"Ecco un altro racconto apparentemente perfetto: la guida locale ingenua, che cento metri sotto la cima dell’alta montagna inviolata lascia strada al forestiero che non patisce le superstizioni. Anche in questo caso, tuttavia, la ricostruzione scricchiola". Andrea Zannini