L'inizio del percorso in discesa nel canyon © Mirko Demozzi
All'interno del canyon del Bletterbach © Mirko Demozzi
Sul greto del torrente che ha scavato il Canyon del Bletterbach © Mirko Demozzi
Le strutture sedimentarie -stratificazione incrociata- nelle arenarie
La forra vista dal sentiero di uscita © Mirko Demozzi
Le pareti del canyon © Mirko Demozzi
Titanophoneus © Wikicommons
Biarmosuchus © Wikicommons
Nel più piccolo dei nove sistemi dolomitici Unesco, un torrente ha aperto una finestra sul mondo di oltre 250 milioni di anni fa, creando uno spettacolare canyon visitabile a piedi.
Ai piedi del Corno Bianco, tra Aldino e Redagno, in Suedtirol/Alto Adige, c'è un luogo dove le Dolomiti si possono leggere come un “libro”. È la gola o canyon del Bletterbach, il più piccolo dei nove sistemi che compongono il patrimonio mondiale Unesco delle Dolomiti: si sviluppa su appena 271 ettari, ma ha un valore geologico enorme. Qui il torrente ha inciso un canyon lungo circa 8 chilometri e profondo fino a 400 metri, mettendo a nudo una successione di rocce che abbraccia oltre 40 milioni di anni di storia della Terra.
La macchina del tempo
Il viaggio comincia dalle rocce più antiche, alla base del canyon. Sono le vulcaniti della Piattaforma porfirica atesina, formate tra 280 e 274 milioni di anni fa da immense eruzioni che accumularono lave e ignimbriti. Il paesaggio era allora molto diverso: l'area delle future Dolomiti si trovava a basse latitudini, in una regione di Pangea prossima all'equatore all’apice orientale di un golfo della Tetide. Quando il vulcanismo cessò, l’erosione iniziò smantellare quei rilievi. I detriti furono trasportati da fiumi e deposti in pianure alluvionali calde e semiaride, dando origine agli strati rossastri dell'Arenaria di Val Gardena.
È in queste arenarie che il Bletterbach custodisce il suo archivio più sorprendente. Increspature prodotte dall'acqua (ripples: piccole ondulazioni che si formano sul fondale sabbioso per l’azione del moto ondoso), e altre strutture sedimentarie permettono di ricostruire l'alternarsi di piene e periodi asciutti. Resti di conifere, ginkgofite, felci a seme e altre piante raccontano una vegetazione con un alto grado di biodiversità.
Il racconto delle impronte
Ma le testimonianze più celebri sono le orme dei tetrapodi. Non erano dinosauri: questi compariranno soltanto decine di milioni di anni più tardi. Su fanghi umidi camminavano pareiasauri, grandi erbivori dal corpo massiccio, piccoli rettili dall'aspetto lucertoliforme e terapsidi, il grande gruppo evolutivo dal quale, molto più tardi, discenderanno anche i mammiferi. Le piste non rivelano solo chi passò di lì: la loro profondità, le sovrapposizioni e la forma delle impronte consentono di ricostruire direzione, andatura e consistenza del terreno. Su una lastra con centinaia di orme, lo studio tridimensionale ha riconosciuto diversi attraversamenti avvenuti mentre il fango si consolidava.
Salendo nella successione e continuando a percorrere il canyon, il paesaggio cambia ancora. Il mare avanza progressivamente sulle pianure costiere e si depongono gessi, dolomie e calcari della Formazione a Bellerophon, testimoni di lagune, piane di marea e ambienti marini poco profondi, di alta evaporazione. Poco più in alto si attraversa il passaggio tra Permiano e Triassico, circa 252 milioni di anni fa: la più grave estinzione di massa conosciuta. Le ricerche collegano questa crisi soprattutto all'enorme vulcanismo nella regione dell’attuale Siberia e alla conseguente cascata di riscaldamento globale, acidificazione e perdita di ossigeno negli oceani.
Il mondo dopo la fine del mondo
Gli Strati di Werfen raccontano il mondo successivo alla catastrofe: un mare basso, instabile, nel quale la vita riprese lentamente. Salendo più in alto, il conglomerato di Richthofen e la dolomia della formazione del Contrin conducono fino alle rocce chiare del Corno Bianco, formatesi in acque tropicali limpide e ben ossigenate. In pochi chilometri si passa così dal fuoco dei vulcani alle pianure percorse dai rettili, poi alle lagune e infine al mare delle prime piattaforme carbonatiche dolomitiche.
La visita al canyon può iniziare dal centro visitatori di Aldino oppure dal Museo geologico di Redagno, dove sono esposti fossili e ricostruzioni degli antichi ambienti. La gola è tuttora un sistema naturale attivo: il casco è obbligatorio; prima di partire occorre verificare apertura, meteo e condizioni del percorso sul sito ufficiale, utile anche per pianificare la visita.
È questa straordinaria leggibilità a rendere il Bletterbach unico. La gola non mostra soltanto rocce sovrapposte, ma paesaggi perduti, ecosistemi e crisi globali. Camminarvi significa risalire il tempo strato dopo strato, ricordando che anche le montagne più solide sono pagine provvisorie di una storia ancora in corso.