Cosa c'è nel tuo zaino invisibile? Uno stage al Curò per combattere lo stigma sociale

Gli operatori del progetto Mountain hanno partecipato in alta Val Seriana a una settimana di formazione con colleghi provenienti da Spagna e Belgio. Le competenze apprese saranno messe al servizio dell'accompagnamento in montagna dei minori devianti

 

Lo stigma sociale è uno dei principali ostacoli al cambiamento dei soggetti devianti. Per chi interagisce con loro, evitare di giudicare e ragionare in base a preconcetti, riuscendo ad adottare un approccio e dei comportamenti neutri, aiuta a ridurlo in maniera significativa. Non si tratta però esclusivamente di buona volontà o impegno: centrale è la formazione. Nella settimana dedicata agli youth workers che sono saliti al rifugio Curò, nelle Alpi Orobiche, dal 15 al 19 settembre, un gruppo internazionale di volontari ha lavorato fianco a fianco per accrescere le proprie competenze.

 

Gli operatori, che hanno soggiornato all'ostello a fianco del rifugio della sezione bergamasca del CAI, hanno completato così un percorso di accrescimento delle proprie competenze nell'ambito del progetto Mountain, una iniziativa Erasmus+ portata avanti dal consorzio Comunità Brianza con la partnership del Club Alpino Italiano, della sezione di Bergamo e con la collaborazione della federazione spagnola di alpinismo e arrampicata, oltre che di altre due associazioni provenienti da Spagna e Belgio.

 

Le competenze acquisite saranno messe a frutto nell'accompagnamento in montagna di giovani autori di reato o devianti che, per quanto riguarda l'Italia, sono in messa alla prova. I minori avranno così la possibilità di sperimentare un contesto e delle attività a loro sostanzialmente sconosciuti e proseguire nel proprio percorso verso l'estinzione del reato con nuove prospettive di crescita. 

Combattere i pregiudizi

Per raggiungere buoni risultati con i ragazzi coinvolti, è fondamentale fare in modo che la loro esperienza in montagna sia uno spazio libero da pregiudizi, in modo che possano davvero avanzare nel processo di costruzione di una identità nuova. Non si tratta insomma tanto o solo di accompagnarli in escursione o di fare loro sperimentare delle nuove attività, ma innanzitutto di evitare che vengano "etichettati" come delinquenti, o comunque come soggetti che in qualche modo partono da una posizione di svantaggio.

 

La formazione ha insistito - e noi abbiamo avuto la fortuna di partecipare come Lo Scarpone a una delle giornate al rifugio Curò- sul combattere lo stigma ed evitare situazioni che possano innescare ricordi traumatici per i ragazzi. Venerdì, Amjad Alabdullah, di Welcome home international, ha portato la propria esperienza come trainer di volontari. Amjad, siriano, 40 anni, è attivo da anni nel fornire assistenza a soggetti giunti in Europa come migranti.

 

L'approccio non è stato quello di una lezione, ma di un workshop collettivo, con attività, dialoghi e giochi che hanno permesso ai partecipanti sia di legare tra di loro, che di comprendere l'importanza di cambiare il proprio punto di vista, da esterno a direttamente coinvolto. Il tutto nel magnifico contesto dell'alta Val Seriana, che ha fornito letteralmente un ottimo “terreno” anche per escursioni sui sentieri che circondano la zona dei laghi.

Il cambio di prospettiva

Tramite esercizi anche apparentemente semplici, è facile però riuscire a comprendere quanto il cambio di prospettiva sia fondamentale per aiutare i ragazzi ad aprirsi. "In montagna tutti noi ci portiamo uno zaino - ha spiegato Alabdullah a margine di una attività-, ma se noi prendiamo in mano lo zaino di un'altra persona non sappiamo cosa c'è dentro. Possiamo pesarlo, toccarlo, supporre. Ma non abbiamo la certezza del suo contenuto e tendiamo ad aggiungere elementi con l'immaginazione. Di più, ora mi vedete senza zaino, ma nella vita, anche chi non porta uno zaino visibile, porta comunque sulla schiena un peso più o meno grande, che non si vede".

 

"Nella vita, anche chi non porta uno zaino visibile, porta comunque sulla schiena un peso più o meno grande, che non si vede". Amjad Alabdullah

Tenere presente questa informazione diventa fondamentale per chi accompagna i minori autori di reato in montagna. Per riuscire ad alleggerire il peso di quello zaino, non serve fare domande per capirne il contenuto, ma è importante creare un ambiente in cui i giovani riescano ad aprirsi, sia per raccontare i momenti buoni che, eventualmente, le esperienze più difficili. “A noi non interessa la storia, sapere quello che è successo, ma come una persona si sente e la montagna è un luogo dove questo può avvenire con maggiore facilità. In montagna si svolgono attività che richiedono diverse competenze: devi essere pronto, devi sapere aiutare gli altri, affrontare le difficoltà. È un luogo dove trovi libertà, ma dove devi riuscire anche a seguire delle regole”.

Uguali ma diversi

Il pomeriggio è proseguito con l'esplorazione di diverse dinamiche, legate anche al trauma. "Stiamo parlando di persone che possono avere avuto esperienze molto diverse da quelle della media. Per me, dormire in tenda - spiega Jess Touhey, di Welcome home international- può rappresentare un momento felice, un'avventura, ma magari per un ragazzo che ha avuto una esperienza traumatica può diventare l'innesco di un'esperienza terribile, legata all'assenza di un luogo sicuro. Non lo dico per l'esempio in sé, ma per fare comprendere che in questo tipo di accompagnamento è sempre importante tenere presente che il punto di vista può essere molto distante".

 

Questo non significa che i social workers si muovono per forza su un campo minato, dove ogni attività può essere equivocata, ma che il pregresso di ogni persona ha un ruolo fondamentale, spesso anche difficilmente preventivabile da terzi, nell'esperienza che il soggetto vive in montagna. E l'esperienza non dovrebbe mai diventare un boomerang. Imparare ad accompagnare i ragazzi significa anche riuscire a fronteggiare difficoltà: non solo per risolvere il problema, ma soprattutto per fare in modo che quello specifico ostacolo o inconveniente non diventi parte di un disagio che si struttura, scavando una differenza tra l'individuo e il gruppo.


Carlotta Figini ha coordinato fin dall'inizio il progetto per il consorzio insieme a Dario Nisoli, presidente del CAI di Bergamo. Da qui in avanti il percorso entrerà ancora maggiormente nel vivo. Fatto il ToT (training of trainers), nella prossima primavera ogni Paese organizzerà delle uscite con esperienze residenziali, per giovani di diversa provenienza. L'Italia farà l'esperienza pilota con i soggetti del penale minorile, la Spagna con ragazzi che vengono da contesti di minore opportunità, il Belgio con giovani migranti. Tra un anno, a settembre, le associazioni dei tre Paesi si troveranno in Spagna. In quell'occasione gli youth workers saranno accompagnati da tre giovani partecipanti, che diventeranno educatori dei pari.