Da sola sul Petit Dru: intervista ad Annabelle Bouchardon

La prima solitaria femminile della Directe Americaine al Petit Dru, l'esplorazione dietro casa e il mestiere di guida: Annabelle Bouchardon si racconta tra obiettivi raggiunti e sogni da realizzare

Ci sono molti modi di vivere salite che fanno la storia. C'è chi sceglie di posare davanti alle telecamere e chi condivide appena un paio di foto e un selfie con la Madonna di vetta, senza grandi annunci. La ventiquattrenne francese Annabelle Bouchardon, con la sua prima solitaria femminile della Directe Américaine al Petit Dru, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Aspirante Guida Alpina e istruttrice dei gruppi di alpinismo giovanili, Bouchardon vive la montagna un'ascesa alla volta, concentrandosi sulle sue Alpi ma senza escludere spedizioni all'estero. L'abbiamo intervistata per parlare della sua ultima ascesa, del significato dell'alpinismo in rope solo e del suo sogno di vita in montagna.

Petit Dru in solitaria

Il Petit Dru non si costruisce in un giorno. Quando hai deciso che volevi affrontare questa via in rope solo?

L'idea è nata circa due anni fa, dopo un viaggio a Yosemite. Da allora non mi ha più lasciata. Ho iniziato ad allenarmi su vie più piccole vicino a casa, negli Écrins, e l'anno scorso avevo già pensato di provare la Diretta Americana. Alla fine però non sono nemmeno partita: ero impegnata con il corso da Guida Alpina e quando ho avuto tempo la montagna era troppo secca, cadevano pietre ovunque. Quest'anno invece le condizioni erano decisamente migliori e ho potuto prepararmi con calma.

Qual è stata la parte più difficile della salita?

La fatica. Il primo giorno ho arrampicato dalle quattro del mattino fino alle dieci di sera: giornata infinita. Il giorno dopo dovevo affrontare i tiri più difficili ed ero già molto stanca. In quei momenti non è banale riuscire a rimanere concentrata.

Perché in rope solo?

Ci sono diversi fattori per cui l'idea della solitaria mi stuzzica. Il primo è l'idea di essere l'unica persona responsabile delle decisioni. È una specie di test di fiducia in sé stessi. Inoltre nelle Alpi è raro trascorrere tre giorni su una montagna: con un compagno molte vie si fanno in giornata. Da sola tutto richiede più tempo, è più impegnativo fisicamente e mentalmente e questo rende l'avventura molto più intensa. Finora avevo fatto solo salite in giornata: sul Petit Dru invece ho dormito da sola su una cengia, c'era appena lo spazio per il mio corpo.

L'esplorazione dietro casa

Hai già partecipato a spedizioni all'estero, ma oggi ti concentri sulle Alpi. Si può esplorare anche dietro casa?

Mi piace l'idea di andare in spedizione vicino a casa. Sono stata sulle Ande e mi è piaciuto moltissimo, ma anche sulle Alpi c'è ancora tanto da fare. Mi piace combinare discipline diverse, partire in bici, magari tornare in parapendio, collegare itinerari e creare sfide senza dover prendere un aereo. Ogni stagione ha i suoi pregi: in inverno amo trascorrere molto tempo sulle grandi Nord, in estate mi piace l'idea di fare salite in giornata partendo dalla valle. Tornerò sicuramente in spedizione tra qualche anno, magari con la bici, ma in questo momento sento di avere ancora molto da imparare qui e mi sto divertendo molto.

Oltre ai tuoi progetti, dedichi molto tempo all'attività di guida. Come si sta costruendo la tua vita da professionista della montagna?

Circa metà del tempo che trascorro in montagna è dedicato al lavoro di guida. Poi insegno alpinismo con il Club Alpino Francese, seguo un gruppo di ragazzi tra i 13 e i 18 anni e organizziamo anche corsi dedicati alle donne. Non riuscirei a immaginare una vita in montagna dedicata soltanto ai miei progetti: mi piace condividere quello che so e per me è molto stimolante vedere i ragazzi crescere alpinisticamente e umanamente. Non è semplice conciliare i progetti e il lavoro di guida, che è fantastico ma anche molto stancante. Nel lungo periodo mi piacerebbe avere un 50% delle mie entrate da sponsor, così da pote dedicare più tempo alle salite in montagna e avere meno pressione sul lavoro.

I tuoi genitori cosa pensano della vita che hai scelto?

I miei genitori sono musicisti, quindi capiscono perfettamente l'idea di scegliere un mestiere per passione. Mi hanno sempre supportato, da quando ho capito che volevo vivere di montagna e sono diventata istruttrice di arrampicata, e questo per me è stato fondamentale. 

Alpinismo femminile

Parlando di donne e alpinismo, oggi vanno molto di moda corsi per sole donne. Credi che abbia senso questa distinzione?

L'alpinismo è fatto di decisioni. Se non esprimi quello che pensi, finisce sempre per decidere chi appare più sicuro di sé. Così rischi di fare sempre la seconda di cordata e di convincerti che quello sia il tuo posto. I gruppi femminili possono essere un ottimo punto di partenza per acquisire fiducia in noi stesse e imparare a prenderci la responsabilità di decidere. Io ho iniziato ad arrampicare con il gruppo giovanile del Club Alpino Francese, lo stesso in cui oggi insegno. Ho avuto due ottimi maestri, che mi hanno insegnato gli aspetti mentali dell'alpinismo, a fare le cose in sicurezza e a pensare ogni aspetto in modo strategico. Oggi arrampico quasi sempre con uomini che sanno giocare in squadra e comunicare, ma penso che per molte donne iniziare in un ambiente del genere possa fare davvero la differenza.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Quest'estate vorrei fare salite più veloci, in stile one push e simul climbing. Il prossimo inverno continuerò con le grandi vie di misto sulle pareti Nord. Più avanti mi piacerebbe organizzare un lungo viaggio in bici fino a una montagna e poi scalarla. È un'idea che mi affascina molto.

Dopo tre giorni da sola sul Petit Dru, hai più fiducia in te stessa di prima?

Credo che questa salita sia stata il passo finale di un lungo viaggio verso la fiducia in me stessa, il risultato di tutto il duro lavoro che ho portato avanti in questi anni.