Una scultura d'equilibrio costruita in Svizzera con, sullo sfondo, il Matterhorn. Da notare la forma, fatta non per resistere © ChiemSeherin, pixabay
Un cumulo di pietre in equilibrio precario. Costruite per diletto, possono essere scambiate per ometti segnavia e creare situazioni di pericolo © LiMa74, pixabay
Un cartello di segnalazione del CAI. L'itinerario può essere integrato da ometti in pietra © marcorossi21473, pixabay
Segnavia CAI lungo i sentieri sardi © Club Alpino Italiano
Un - rilevante - ometto di pietra sul Gran Sasso © Nelia Contestabile, wikicommons
Ometti di pietra lungo la via ferrata Rio Secco, in provincia di Trento © Michele Pedrolli, wikicommons
La stagione turistica entra nel vivo e, come ogni estate, si accende il dibattito sulla costruzione degli ometti di pietra in quota. Un’attività spesso sottovalutata e considerata quasi un’abitudine da molti escursionisti, ma che può creare numerose insidie. Quest’anno, a differenza delle passate stagioni estive, l’argomento è tornato al centro dell’attenzione in seguito all'allarme lanciato dal vicepresidente dell'OeAV, il Club alpino austriaco, che ha toccato un aspetto molto specifico del fenomeno.
Secondo uno studio dell'Università di Innsbruck, infatti, spostare le pietre per costruire i cumuli farebbe sparire gli habitat popolati da piccoli organismi d’alta montagna come muschi e licheni, rendendo alcuni terreni inabitabili per molti anni in seguito alla costruzione di apparentemente banali e comuni pile di sassi. La stessa sorte, avvertono i ricercatori, toccherebbe anche piccoli mammiferi e rettili, i quali perderebbero luoghi di riparo dal sole e dagli agenti atmosferici. Secondo Alfredo Gattai, presidente della SOSEC, la struttura operativa sentieri e cartografia del Club Alpino Italiano, è necessario però distinguere bene il fenomeno degli ometti di pietra: “C’è una differenza sostanziale tra centinaia di cumuli di pietre impilati nello stesso luogo e chi costruisce pochi ometti di pietra segnavia”, afferma.
Dai cumuli di pietre agli ometti segnavia
La distinzione, spiega Gattai, è tra gli ometti costruiti lungo i sentieri per indicare i punti di passaggio e le pile di pietre realizzate per gioco o per una fotografia. Vere e proprie sculture che, se costruite lungo un sentiero, rischiano di complicare le gite di molti escursionisti, oltre a provocare ogni volta un piccolo quanto diffuso danno ambientale: “Mesi fa ho visto un gruppo di persone, nel parco di una villa, dilettarsi nell’impilare pietre con equilibri particolari. Sono sculture grandi e precarie che col tempo o piccole vibrazioni cadono. È una cosa che, spesso, accade sulle vette”, racconta. Lì, molti escursionisti si dilettano nel costruire strutture di pietre per passatempo, o per scattare una foto con uno dei simboli più riconoscibili della montagna.
Ma, come ben descrive il manuale di Pianificazione, segnaletica e manutenzione sentieri del CAI, l’utilità degli ometti segnavia è tutt’altra, e costruirli nei punti sbagliati può nascondere non poche insidie per alpinisti e camminatori: “Dal punto di vista dell’orientamento, costruirli nel punto più alto del percorso non ha senso perché è un luogo di per sé molto riconoscibile. Capisco però l’appello legato agli aspetti ambientali, perché a volte ne vengono costruiti molti nello stesso luogo e per farlo si spostano molti sassi. Ben diverso è il discorso per chi fa ometti di pietra per indicare percorsi non ufficiali”, prosegue Gattai, che aggiunge: “In quei casi l’argomento è molto più delicato”.
Ometti di pietra, non sono un vezzo
Gli ometti di pietra, al netto della nuova moda delle “sculture” di pietra, sono storicamente parte di una porzione di segnaletica: “Una volta i sentieri si segnalavano unicamente così, e ancora oggi si distinguono chiaramente perché lungo alcuni percorsi se ne trovano di sporadici con un’altezza tra i 20 e i 30 centimetri, ma non sono cumuli di grosse dimensioni”, descrive Gattai. Caratteristiche rilanciate anche dal manuale del CAI, che con semplicità ne descrive l'aspetto: “Non sono necessarie costruzioni esagerate o eseguite da provetti muratori, bastano poche pietre ben accatastate”, si legge nel prontuario. È proprio la loro forma, inusuale per l’ambiente in cui vengono costruiti, a far capire che sono stati volutamente costruiti da qualcuno con lo scopo di segnalare un punto di passaggio: “Vengono costruiti spesso nei punti in cui la segnaletica è ammalorata – aggiunge Gattai – ma l’errore da non fare è costruirli lungo sentieri non battuti, perché potrebbero portare altre persone a perdersi”.
Costruire ometti di pietra lungo sentieri non ufficiali, in assenza di altri simboli o di una traccia marcata, sottolinea il presidente della Sosec, può costituire infatti un rischio non indifferente, specialmente se unito alla pratica – recente quanto pericolosa – di “riattivare” sentieri dismessi per pubblicizzare sui social un escursionismo selvaggio e fuori dall’ordinario: “Costruire ometti di pietra su sentieri obsoleti, magari a rischio caduta o con esposizione, può esporre chi li frequenta a dei rischi non indifferenti. È tutto parte dell’abitudine di andare a cercare i posti instagrammabili dove farsi il selfie, pubblicizzando dei percorsi che non andrebbero pubblicizzati”, denuncia.
Il caso più opportuno in cui costruire un ometto, sottolinea Gattai, corrisponde a uno scenario ben specifico: “Percorsi conosciuti, la cui segnaletica magari è un po’ ammalorata e non si vede in alcuni punti chiave dove ci si potrebbe perdere”, descrive. Esistono poi luoghi ben specifici in cui, molte volte, l’ometto è l’unica possibilità: “Il suo ambiente tipico è l’alta montagna, perché nelle grandi sassaie le pietre si spostano molto e, in ambiente innevato, risulta comunque visibile e implementa così la segnaletica bianca e rossa”, spiega, aggiungendo che, “in tutti gli altri casi, costruirne uno è spesso sconsigliato”.
La funzione più antica
L’ometto, spiega la descrizione contenuta nel manuale del CAI, “costituisce un sistema di segnaletica efficace, naturale, discreta, duratura, есоnomica e ideale”. Ed è proprio la semplicità di realizzazione di questo tipo di indicazioni che ne radica nei secoli la storia: “Il loro utilizzo nasce molto prima dell’escursionismo, cioè con l’allevamento e la pastorizia. Erano attività, come la vita di alpeggio, che richiedevano di indicare il percorso da seguire, proprio come nelle prime vie di commercio che, in seguito, si sono evolute in alcuni casi coi cippi”.
Una soluzione semplice ed efficace, che nei secoli ha mantenuto la funzione originaria di “integrare la segnaletica in vernice o i picchetti segnavia”. Certo, sottolinea il manuale del CAI, “purtroppo tale tipo di segnaletica non è sempre possibile ma, dove i sassi sono abbondanti, gli ometti di pietra sono da preferire”. Rimane, però, un’ultima raccomandazione prima di muovere alcune pietre dalla loro posizione per impilarle: “Laddove dovessero essere posizionati per integrare la segnaletica ammalorata – sottolinea Gattai – la cosa più importante da fare è avvisare la sezione del Club Alpino Italiano di competenza”, conclude.