Il Civetta o la Civetta? Storia di un dilemma che non ha soluzione

La montagna che incanta è stata declinata al maschile o al femminile da schiere di sostenitori, su entrambi i versanti. Il mito ostinatamente è sopravvissuto a ogni ragione etimologica e al dominio unificatore del ciberspazio, ma ancora oggi non possiamo mettere un punto alla questione

 

Si dice il Civetta o la Civetta? Una prima risposta è semplice: il Monte Civetta va al maschile, perché è un massiccio, mentre la Punta Civetta, ovviamente, va al femminile. Ma la questione è più complicata e risale all’origine del nome di una delle montagne più incredibili delle Alpi, non solo delle Dolomiti. Un massiccio, appunto, e anche una cima.

Quando l'immaginazione non basta

Certe montagne sono così smisurate che a trovargli un nome difetta l’immaginazione. Una di quelle separa la Valzoldana dal Cordevole, precipitando sulle acque e sulle case di Alleghe con una parete chilometrica in altezza e in larghezza. Il monte è citato fin dal Seicento come Sass di Zuìta, che in zoldano vuol dire civetta, ma nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 cambia lingua e sesso e diventa M. Civita, al maschile. Per questo Domenico Rudatis, l’intellettuale del sesto grado, attribuisce nome e significato alla parola latina civitas, città, e nel “Bel Paese” l’abate viaggiatore Antonio Stoppani paragona il monte a una muraglia diroccata: “Vedeste mai una montagna più bella e più orrida? È la Civita”.

“Vedeste mai una montagna più bella e più orrida? È la Civita”. Antonio Stoppani

Non c’è dubbio che a guardarla da nord la silhouette di dolomia imiti murate, merli, torri, bastioni e spigoli delle roccaforti medievali, destinate a catturare sguardi e respingere assalti. Anche per Carlo Felice Wolff la montagna non appartiene al mito ma alla storia, e se lo scrive il poeta dei monti pallidi, che vedeva principesse e nani dietro ogni guglia, forse sarebbe il caso di credergli. Come se i fratelli Grimm uscissero dall’incanto per confessare ai lettori delle favole che sono spiacenti, li hanno illusi, ma la fiaba non esiste. Lacrimuccia, e tutti a casa.

La vittoria del fantastico

E invece la fiaba c’è, e si riapre il sipario. Che a dire il vero non si è mai chiuso, perché i visionari hanno tenuto duro e alla fine l’immaginazione ha vinto ai punti sulla toponomastica. Sogni e resoconti al tempo di internet confermano che l’incantesimo e il mito della Civetta sono ostinatamente sopravvissuti a ogni ragione etimologica e al dominio unificatore del ciberspazio. Perfino nei blog.

Ora sappiamo che non esiste parola domestica per descriverla adeguatamente. Nessun concerto di voci e mura di città. Nessuna civitas o armonia urbana. La Civetta è solo natura estrema, e mistero. Montagna tentatrice nelle promesse algide dell’alba, nel sole di mezzogiorno e nella meraviglia dei tramonti sui precipizi di nord ovest, quando per inganno sembra dolce anche lo spavento.

La grande Civetta ha talmente atterrito i montanari e stregato gli alpinisti da tenersi incollata per quattro secoli la sinistra metafora del rapace notturno, dalle ali pietrificate ed eternamente spiegate. Come scrisse il più ispirato interprete delle sue verticali di roccia, Emilio Comici, la Civetta è una femmina che “la incanta”.

Sul sesso dunque non esiste una parola risolutiva. Chi ci vive vicino lo chiama il Civetta. Più ci si allontana più la sentiamo chiamare la Civetta.