Incendio © Facebook SISEF - Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale
Parco naturale Alpi Marittime © Wikimedia
Aspetto autunnale di una foresta di latifoglie, nel Cansiglio © Wikimedia
Foresta di conifere ai piedi del Gruppo del Sella, nelle Dolomiti © Srdjan Marincic, Wikimedia
Crescere o non crescere? Se parliamo di boschi, il dilemma potrebbe suggerire una soluzione scontata, ma ovviamente la realtà è diversa. Perché se crescita è la risposta, resta da capire come farlo nel modo giusto. A pochi giorni dalla celebrazione della Giornata internazionale delle foreste, facciamo un viaggio tra le foreste italiane attraverso i dati pubblicati da alcuni istituti, che scattano una fotografia controversa. La superficie forestale oggi ricopre circa 11,1 milione di ettari di suolo, ed è aumentata esponenzialmente dal secondo dopoguerra. Tuttavia, questo dato da solo non basta. Sia perché lo stato di salute delle foreste non è buono; sia perché l'aumento del suolo forestale non è sempre un vantaggio in termini ambientali.
Le foreste in Italia – i dati
In Italia, secondo l'Annuario ISPRA dei dati ambientali, dal secondo dopoguerra si è passati da 5,6 milioni a 11,1 milione di ettari di superficie forestale, pari a circa il 38% del suolo nazionale. C'è stata un'accelerata tra il 1985 e il 2015, in cui si è passati da 8,7 a 11,1 milione di ettari, dovuta all'abbandono di suoli agricoli di collina e montagna, colonizzati prima da arbusti e poi da boschi.
Il patrimonio forestale è variegato: dai boschi di latifoglie decidue – che perdono le foglie in inverno – come faggete, castagneti, ostrieti, carpineti, boschi di cerro, rovere, roverella, farnia; ai boschi di latifoglie sempreverdi, come leccete o sugherete, passando per le conifere, con boschi di larici, cembri, abete rosso e bianco, pinete di pino silvestre e nero, o mediterranee, lungo le coste.
La regione con più foreste, secondo l'Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio, realizzato dall'Arma dei Carabinieri tramite il Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari, aggiornato al 2022, è la Sardegna; a seguire la Toscana; terzo posto per il Piemonte.
Questa forte presenza forestale - supportata da dati ormai consolidati- costituisce una risorsa sia in termini di lotta al cambiamento climatico sia di tutela della biodiversità. Dati interessanti su quest'ultimo punto ce li fornisce il Biodiversity Gateway, un portale di divulgazione pubblica e scientifica sulla biodiversità, nato dalla collaborazione tra il National Biodiversity Future Center (NBFC) – Centro Nazionale per il Futuro della Biodiversità, primo centro di ricerca e innovazione dedicato alla biodiversità, finanziato dal MUR attraverso il programma europeo NextGenerationEU – e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Secondo il report 2024, l'Italia è il paese con la più alta biodiversità europea: ci sono oltre 61.000 specie animali e 10.000 vegetali (di cui circa 1800 sono state introdotte intenzionalmente o accidentalmente dall'uomo) e molte di queste vivono proprio nelle foreste.
Ruolo delle foreste
Come accennato in precedenza, le foreste sono un alleato fondamentale nella lotta al cambiamento climatico grazie al ciclo globale di carbonio – un processo naturale di scambio continuo di carbonio tra atmosfera, piante, animali, rocce e suolo. Assorbono carbonio tramite la fotosintesi e lo rilasciano attraverso respirazione vegetale e suolo. Le foreste sono dei veri e propri serbatoi, carbon sink, che assorbono e trattengono più anidride carbonica di quella che viene rilasciata. Si chiama invece carbon stock la quantità di carbonio trattenuta nel suolo come materia organica e sostanze organo-minerali. Si stima che in Italia, nel 2023, le foreste avevano uno stock di carbonio pari a 712 milioni di tonnellate di carbonio, contribuendo così alla riduzione delle emissioni di gas serra, trattenendo più carbonio di quello che veniva emesso.
Le foreste, inoltre, riparano l'ambiente anche da frane e alluvioni: le chiome degli alberi rallentano la caduta a terra dell'acqua, e le radici la trattengono, salvaguardando il suolo dalle erosioni.
Questi benefici, che rientrano nel ruolo che le foreste naturalmente svolgono, e che sono essenziali per la vita e il benessere umano, costituiscono servizi ecosistemici.
Ma le foreste giocano un ruolo importante anche nell'economia: forniscono legno e prodotti non legnosi – ad esempio frutti di bosco o funghi – creano posti di lavoro e mezzi di sussistenza, senza contare che esistono comunità rurali la cui esistenza, reddito e nutrimento dipendono principalmente da esse.
Criticità - Incendi
Una delle grandi minacce allo stato di salute delle foreste sono gli incendi – sia dolosi sia colposi. Secondo il report "Lo stato dell'ambiente in Italia 2025. Indicatori e analisi" pubblicato lo scorso anno dall'ISPRA, nel 1970 è iniziata una serie storica di incendi che è aumentata rapidamente nel 2019. Anche i cambiamenti climatici giocano un ruolo importante: lunghi periodi di siccità, seguiti da eventi estremi, rendono le foreste più vulnerabili al fuoco.
Il picco di incendi a livello nazionale si è registrato nel 2021, quando sono stati dati alle fiamme 151.964 ettari di suolo; nel 2023 sono stati 88.806. I dati specifici sulle foreste ci raccontano che dal 2018 al 2024 è stata bruciata una media nazionale di 10.581 ettari. Il 2024 ha registrato un calo su scala nazionale, con 51400 ettari di suolo incendiati, di cui 10314 ettari di foreste. Le regioni più colpite sono Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna. Meno incoraggianti i dati per il 2025: dal 1° gennaio al 15 settembre sono stati bruciati 89000 ettari di suolo: con 1600 grandi incendi boschivi, la superficie forestale bruciata è pari a 11500 ettari - il 13% del totale nazionale.
Ciò incide sia sulla biodiversità – perdita di habitat, possibilità di desertificazione – sia sulla qualità del suolo sia sulla capacità di assorbimento del carbonio. Gli stock di carbonio immagazzinati nelle foreste sono infatti molto sensibili agli incendi, al punto che questi possono causare il rilascio di CO2 nell'atmosfera, compromettendo la funzione assorbente delle foreste.
Criticità - Sfruttamento del suolo
Un altro fattore che minaccia l'ecosistema è l'incremento dello sfruttamento del suolo: anche per comprendere questo fenomeno, ci vengono in aiuto i dati ISPRA. Secondo il rapporto 2025 Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, il 2024 ha registrato una perdita di suolo pari a 83,7 chilometri quadrati, utilizzato per la costruzione di aree artificiali. Si tratta di 2,7 metri quadri di suolo sottratti ogni secondo alla natura. L'espansione urbana e di coltivazioni intensive, soprattutto nelle zone di pianura, minaccia l'espansione e lo sviluppo di boschi cosiddetti igrofili e ripariali – che sorgono lungo corsi d'acqua – o planiziali – tipici delle zone pianeggianti.
Criticità - Espansione dei boschi in terreni agricoli e pascoli abbandonati
Se, da una parte, ci sono fenomeni che minacciano l'esistenza delle foreste, dall'altra la loro espansione non è sempre un fattore positivo per gli ecosistemi. Terreni agricoli e pascoli abbandonati – un fenomeno diventato rilevante nel secolo scorso – soprattutto in zone collinari e montane hanno favorito l'aumento di arbusti fino alla formazione di nuovi boschi. Se ne è occupato, tra gli altri, lo studio "Characterization of an abandoned pastoral area in the Northern Appennines, Italy", condotto da Giovanni Argenti, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie dell'Università di Firenze, et al. (ed altri autori ndr), pubblicato a settembre 2006 sul Journal of Silviculture and Forest Ecology. Nell'analisi vengono presi in considerazione sia le Alpi sia gli Appennini: nelle prime, il paesaggio dei territori abbandonati è stato colonizzato soprattutto da specie arboree, mentre negli Appennini si è osservata la formazione più lenta di arbusti. Il risultato è stata un'omogeneità paesaggistica, una diminuzione delle varietà vegetali e una degradazione anche del suolo erboso, dovuta alla comparsa di specie non autoctone e invasive. Queste ultime impediscono la crescita e lo sviluppo di molti tipi di flora e funghi del sottobosco e di piante autoctone concorrenti. Non essendo più "appetitoso" per gli animali, il suolo viene abbandonato e continua a riempiersi di queste specie vegetali che, nel tempo, andranno a formare il bosco, con una significativa perdita di biodiversità.
Possibili soluzioni
Una delle possibili risposte a queste criticità, che sono sistemiche e in tal modo devono essere affrontate, è la gestione certificata sostenibile delle foreste. Si tratta di un sistema di certificazione volontaria di cui si dotano le aziende che trattano prodotti forestali e che garantisce che questi ultimi provengono da boschi gestiti in modo sostenibile, rispettando requisiti ambientali, sociali ed economici. Esistono due tipi di certificazione: la PEFC Italia e la FSC. Entrambe si articolano in due tipologie: di gestione forestale e di catena di custodia. La prima garantisce che le foreste siano gestite sulla base di stringenti standard ambientali, sociali ed economici; la seconda certifica che tutte le fasi – dalla gestione della foresta alla vendita del prodotto finale – siano gestite in modo sostenibile.
Al 2023, la superficie forestale gestita in modo sostenibile era pari a 1.027.000 ettari, circa il 9% del totale delle aree forestali.
Va da sè che la certificazione di gestione sostenibile non preserva le foreste, e quindi l'ecosistema, dal rischio di incendi, che costituisce ancora una sfida – come lo è la tutela, la gestione e la crescita sana delle foreste – per le istituzioni e per la società civile in termini di realizzazione di politiche mirate, campagne di sensibilizzazione, monitoraggi, creazione di strutture di allerta precoce, ma anche di riconoscimento e valorizzazione dei servizi ecosistemici resi dalle foreste.