Un branco di stambecchi © Denis Perilli
Un muflone adulto © Pixabay
Un curioso e giovane stambecco © Denis Perilli
Le piccole corna di un giovane stambecco © Denis Perilli
Parco Nazionale dello Stelvio, fra le rocce dove si possono incontrare gli stambecchi © Denis Perilli
Sui Piani Eterni, nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, dove si possono incontrare i mufloni © Denis Perilli
Uno stambecco adulto © Uno stambecco adulto
Uno stambecco adulto © Uno stambecco adulto
Uno stambecco adulto © Guido Sassi“Quelli con le corna” rientrano nell’annovero degli animali che guidano la nostra mente fra i boschi, le praterie e le rocce di montagna. Animali simbolo, quelli che fanno fantasticare anche i bambini, sempre curiosi di scoprire cosa combinano le forme di vita che, magari, per la prima volta hanno visto e conosciuto con le sembianze di qualche protagonista dei cartoni animati.
I “veri cornuti”
Proprio ascoltando i più giovani ci siamo imbattuti in una domanda inaspettata: “qual è la differenza fra stambecco e muflone?”. Potrebbe sembrare un dubbio ingenuo, invece non lo è, perché riguarda due fra le tre specie di “veri cornuti” delle nostre montagne (per inciso il terzo “compagno di dotazione” è il camoscio). Cervi, daini e caprioli, infatti, non portano delle vere corna, ma delle strutture che cadono durante la stagione invernale per rinnovarsi annualmente più grandi a primavera e che vengono definite “palchi”. Le corna vere, quelle dei nostri protagonisti, sono degli astucci cornei infissi su delle strutture ossee del cranio e non cadono mai, sono permanenti.
Popolazioni ritrovate o “spostate”: due storie molto diverse
Prima di rispondere alla fatidica domanda, ossia quali sono le differenze fra stambecco e muflone, vale la pena soffermarsi sui fatti che hanno portato alla loro attuale distribuzione sull’arco alpino.
Lo stambecco è stato specie a rischio estinzione, quando tra il XVIII e il XIX secolo la caccia intensiva aveva portato la popolazione complessiva a non superare le cento unità. Nell’immaginario collettivo era una specie utile (da morta) e ogni parte del corpo trovava la propria collocazione (il più delle volte fantasiosa) nella cura di più malattie. Le ossa, se raccolte in numero pari e la luna crescente, si pensava fossero la panacea per artriti e nevralgie, mentre gli escrementi, uniti al miele, erano la presunta soluzione per la sciatalgia. Ci si mise persino la fede, con il Vescovo di Bressanone che, nel 1600, ordinò di fare uccidere tutti gli stambecchi, colpevoli (chissà come) di far allontanare i fedeli dalla cristianità.
Per uno strano e paradossale scherzo del destino è stata poi proprio una riserva di caccia (privata) a salvare la sua esistenza, quella dichiarata e istituita, nel 1856, dal re Vittorio Emanuele II sulle montagne del Gran Paradiso. L’animale fu salvato non per chissà quale benefico scopo scientifico o etico, ma per permettere al solo sovrano di cacciarlo. Nel 1922 quell’area è divenuta Parco Nazionale del Gran Paradiso e l’ottica di conservazione ha quindi potuto soppiantare quella dei privilegi egoistici che, comunque, hanno, in questo caso, generato delle situazioni molto positive.
Le piccole corna di un giovane stambecco © Denis PerilliIn quegli anni iniziarono i primi rilasci al di fuori dell’area fortunata, con animali liberati nelle Alpi Marittime e nel territorio del Parco nazionale Svizzero. La svolta avvenne però una quarantina di anni dopo, con le catture e i rilasci sistematici nelle Alpi Centrali e nelle Dolomiti. Attualmente si stima che i capi siano circa 15000, distribuiti in 175 colonie che vanno dalle Alpi Giulie alla Alpi Francesi.
La specie è ora al sicuro? Il dato numerico direbbe di sì, ma va analizzato con maggiore attenzione. La vera sfida è quella della tutela e della variabilità genetica, incroci fra consanguinei indeboliscono la specie. Si aggiunge poi un elemento che preme sempre più ferocemente, quel cambiamento climatico di cui tanto si parla e che confina gli animali sempre più in alto, in uno spazio per forza di cose limitato e sempre più povero di cibo.
Parco Nazionale dello Stelvio, fra le rocce dove si possono incontrare gli stambecchi © Denis PerilliLa storia del muflone ha invece preso una piega diversa fin dall’inizio, meno poetica e più pratica se vogliamo, legata a quella umana fin dall’inizio. Esso deriva, infatti, da antiche pecore originarie del Caucaso e dell’Asia Minore, e arrivò in Corsica e in Sardegna circa 7000 anni fa, nel Neolitico, come animale addomesticato. Nelle isole trovò un ambiente adatto alle proprie esigenze ecologiche e si rinselvatichì. L’isolamento preservò la specie, che ebbe destino ben diverso altrove.
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Il nucleo “storico” sardo conserva un’aurea di grande pregio naturalistico, in altri luoghi la situazione sembra volgere verso una direzione guardata con molto sospetto. La sua introduzione nella penisola e nelle Alpi (quindi non “reintroduzione” come nel caso dello stambecco) è iniziata a partire dal 1870 e ha avuto uno sviluppo notevole nel secolo successivo. Anche in questo caso lo scopo era quello venatorio, ma va sottolineato il fatto che una nuova specie portata in un ambiente può creare danni al delicato equilibrio ecologico assestatosi nei millenni precedenti. E così è stato anche per il muflone, erbivoro poco selettivo (ossia di “bocca buona”) e altamente resistente e adattabile che è entrato in competizione con cervi, daini, caprioli e talvolta anche con i camosci. Attualmente in più aree sono stati varati piani di monitoraggio e contenimento per questa specie che per anni non ha trovato veri nemici naturali. Il muflone è stabile frequentatore di ambienti collinari e montani in diverse regioni italiane, fra cui Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, veneto, Toscana e Puglia. Colonie sono presenti anche in alcune isole, fra cui l’Elba, il Giglio, l’Asinara e Capraia.
Sui Piani Eterni, nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, dove si possono incontrare i mufloni © Denis PerilliCome riconoscerli?
Eccoci finalmente a rispondere alla domanda che ha ispirato tutto lo scritto. Partiamo dalle cose in comune, ossia il comportamento gregario: sia lo stambecco (Capra ibex) che il muflone (Ovis aries) sono animali che vivono in gruppo, anche se in varie fasi della vita e in situazioni particolari qualche esemplare può divenire solitario.
Un elemento che ci pone già di fronte a una scelta è l’ambiente di osservazione. Lo stambecco è altamente specializzato per stare sulle rocce e sui ghiaioni, il muflone, pur essendo in grado di muoversi in tali ambienti, se ne sta generalmente “più comodo” anche nei boschi e sulle praterie in quota.
La silhouette fra i due è nettamente diversa, con lo stambecco che si mostra ben più agile del muflone, animale di stazza mediamente più robusta e con gambe più corte.
Entrambi portano le corna a crescita continua. Quelle dello stambecco sono leggermente curvate e mostrano i “nodi” di accrescimento che danno ulteriore resistenza alla struttura. Sono presenti in entrambi i sessi, ma molto più sviluppate nei maschi che le utilizzano nei rituali che servono a stabilire o modificare le gerarchie. Le corna del muflone sono curve e, con la crescita, creano delle spirali che si allargano verso l’esterno. Le femmine delle popolazioni sarde sono generalmente prive di corna, mentre in Corsica e in alcune popolazioni continentali alcune femmine possono esibire delle corna corte e sottili.