Un 'patentino' per la montagna? La lezione di San Francesco

Oggi si celebra Francesco d'Assisi, a 800 anni dalla morte: sui monti, sempre più preda di scontri accesi tra "apocalittici" e "integrati", la figura del religioso ci offre una via per ricomporre la tensione. E anche una scusa per sorridere, sia che in quota indossiate i tradizionali scarponi, piuttosto che improbabili infradito
La statua di san Francesco sull'Isola maggiore © Stefano Ardito

 

Oggi, 4 ottobre, si celebra la memoria liturgica di Francesco con più attenzione che negli anni scorsi, dal momento che in questo 2026 ricorrono gli 8 secoli dalla morte del religioso, proclamato santo due anni dopo, nel 1228, da papa Gregorio IX. San Francesco è uno dei religiosi più conosciuti in tutto il mondo cristiano, capace come pochi di ridurre la distanza tra la Chiesa e i fedeli, nel nome di un approccio alla natura e al Creato facile da comprendere e condividere.


La sua figura non può che rappresentare un punto di contatto tra il mondo della fede e la montagna, con un insegnamento di vita assolutamente attuale anche al giorno d'oggi. Pubblichiamo perciò con piacere la riflessione di Carlo Ratti, che per la Domenica de Il Sole 24 Ore, in una edizione oggi dedicata al santo, ha prodotto uno scritto capace di unire una riflessione capace di andare oltre i luoghi comuni legati all'andare per monti. E dal momento che lo fa con una penna ispirata e divertente, buona lettura!

Il "patentino di San Francesco" per andare in montagna

di Carlo Ratti
 

Da alcuni mesi faccio parte della SOROA del Club Alpino Italiano, la struttura operativa dedicata a rifugi e opere alpine. Si tratta di un comitato tecnico che esprime pareri consultivi sull'architettura di montagna: bivacchi, capanne e altre infrastrutture in quota. È un osservatorio interessante che, forse, può offrire qualche spunto a ottocento anni dalla morte di San Francesco.


Il Club Alpino Italiano, nato a Torino nel 1863, è una comunità di 375mila persone, distribuite in centinaia di sezioni e sottosezioni. È, in altre parole, un piccolo laboratorio sociale: al suo interno convivono idee molto diverse su che cosa significhi, oggi, andare in montagna.


Queste differenze emergono con particolare veemenza nelle discussioni che rallegrano i nostri gruppi WhatsApp, soprattutto durante i fine settimana. Dietro ogni questione apparentemente tecnica (che cosa sia appropriato indossare, quali tecnologie utilizzare, quali servizi fornire in un rifugio, quali mezzi ammettere sui sentieri) emergono visioni diverse del rapporto fra essere umano e montagna. Se volessimo semplificare, potremmo ricondurle a due categorie opposte: gli "apocalittici" e gli "integrati".


La definizione com'è noto, è di Umberto Eco, che in un omonimo libro del 1964, descriveva due diversi atteggiamenti nei confronti della cultura di massa. Gli “Apocalittici” vedono in essa un segno di degradazione culturale e sociale. Al contrario, gli “Integrati” la accettano e ne riconoscono le possibilità. Con tutte le differenze del caso, questa distinzione può essere utile anche per le discussioni contemporanee sulla montagna.

Gli apocalittici della montagna sono gonfi di indignazione. Guardano con sospetto chi arriva con attrezzature tecnologiche, chi sale in scarpette, chi profana i sentieri con una e-bike, chi pretende una doccia in ogni rifugio. Qualsiasi cosa vada oltre pantaloni alla zuava e scarponi di cuoio vagamente fantozziani diventa motivo di scandalo.

Dall’altra parte ci sono gli integrati: avanti con le attrezzature tecniche e i nuovi comfort nei rifugi. Ben vengano le biciclette elettriche, se possono avvicinare alla montagna le nuove generazioni e contribuire a ridurre la stagionalità delle località alpine. C’è chi caldeggia persino i nascenti esoscheletri: protesi robotiche che, fra qualche anno, potrebbero permettere a un ottantenne di sgambettare su una pietraia con l’agilità di un ventenne.
 

Nelle discussioni domenicali su WhatsApp cerco di sparigliare le carte. Ricordando, per esempio, che gli sherpa dell’Himalaya camminano spesso in infradito, alla pari degli aborriti turisti della domenica. E che anche ciò che oggi consideriamo tradizione, un tempo, era tecnologia (come la suola Vibram). Ed è qui che entra in gioco San Francesco.

San Francesco non ci offre un manuale di escursionismo. Ci offre però un modo per ricomporre, almeno in parte, la tensione descritta da Eco. La sua spiritualità fu profondamente plasmata dall’esperienza della natura selvaggia, della solitudine, della roccia, dei boschi e dell’altitudine a La Verna. La montagna fu per lui un luogo di ritiro dalla vita ordinaria e di incontro con Dio.

In questo senso, non si tratta del “come” andare in montagna, ma del “perché” andarci: per la ricerca della sobrietà, del rispetto, della fraternità, dell’accettazione del limite. Nel Cantico delle creature il sole è fratello, la luna è sorella. La montagna, forse, può essere una madre che ci ricorda continuamente il limite: quello fra l’individuo e ciò che lo oltrepassa.

Ecco allora la proposta: seguire San Francesco sui sentieri di montagna. Sia che indossiamo le Havaianas (che peraltro si adattano bene al saio…), sia gli scarponi d’antan. Non conta come siamo vestiti, ma i principi, che il CAI potrebbe fare propri, e magari trasformare in occasione di formazione nei rifugi. Ascoltare il proprio corpo: in montagna si è soli e non si può far conto sempre sull’elisoccorso. Ascoltare l’ambiente: le nuvole che si addensano, il vento che gira, la neve che si trasforma. Sperimentare l’assenza: della doccia, dell’idromassaggio, del comfort continuo, per riscoprire che cosa alla fine conta e che cosa no nella vita. Infine, approfondire le lezioni della circolarità: il rifiuto non scompare semplicemente perché lo lasciamo dietro, ma deve tornare a valle con noi.

Ce ne potrebbero essere molti altri, sulla stessa lunghezza d’onda. In fondo la tecnologia può cambiare il modo in cui andiamo in montagna, ma non il perché. Per quello basta volgere lo sguardo in alto. Verso le “dentate scintillanti vette” delle nostre Alpi. O, per chi preferisce, verso San Francesco.

L'autore

Ingegnere e architetto, Carlo Ratti insegna presso il politecnico di Milano e il Mit di Boston, dove dirige il Senseable city lab. È cofondatore dello studio di design e innovazione Cra-Carlo Ratti Associati. Questo articolo è pubblicato anche sulla Domenica del Sole 24 Ore del 4 ottobre 2026.