Boom di giovani nel CAI. "C'è voglia di montagna e stare insieme, ma serve più impegno"

Gli juniores sono passati in 4 anni da 22 a 161 gruppi. Nisoli e Carli spiegano la crescita esponenziale: "I ragazzi cercano socialità, ma in pochi sono disposti a organizzare". L'escursionismo piace moltissimo. "Soprattuttto i trekking di più giorni e c'è attenzione concreta all'ambiente". Il futuro: "Un calendario unico, per favorire gli scambi"

 

"I giovani non sanno impegnarsi", "I giovani hanno riscoperto la montagna", "I giovani passano tutto il tempo sui telefonini", "Ai miei tempi sapevamo divertirci con poco, non come i giovani di oggi". Sono tutti luoghi comuni - spesso pure in contraddizione tra di loro- che sentiamo di continuo e forse qualche volta pronunciamo anche, quasi senza accorgercene.


Ma qual è davvero il rapporto che c'è tra i giovani e la montagna? Si fa prima e si fa meglio a chiederlo a loro e così- in occasione della settimana nazionale dell'escursionismo e cicloescursionismo di Sulmona- ne abbiamo approfittato per fare quattro chiacchiere proprio con i diretti interessati.


Gli juniores presenti erano infatti ben 140, provenienti da 15 regioni differenti. I ragazzi hanno fatto base a Introdacqua, si sono divisi tra il Monte Meta, l'anello Campo dei Pericoli e la traversata della Maiella, ma hanno poi ricreato un gruppo unico nel raduno nazionale che non poteva avere migliore ambientazione delle montagne abruzzesi.

 

Tra l'altro, in quei giorni, i ragazzi del Club Alpino Italiano si sono messi in mostra per una operazione di soccorso a cui hanno partecipato con grande presenza di spirito, efficiente collaborazione e una buona dose di creatività giovanile. Formando una "freccia umana" sono riusciti infatti a indirizzare l'elicottero dei soccorsi verso il punto di recupero di un escursionista infortunato.

Un gruppo che cresce

Gli juniores - che corrispondono ai giovani tesserati del CAI, anche se su fasce d'età differenti a livello nazionale- sono in deciso aumento. Nel 2022 i gruppi lungo la penisola erano 22, oggi sono 161. Crescono i numeri e si delineano le esperienze. Ne abbiamo parlato con Dario Nisoli, presidente nazionale e numero uno della sezione bergamasca e con Giacomo Carli, vicepresidente nazionale, socio della sezione di Rimini. D&G - ogni riferimento al mondo della moda è davvero casuale- non arrivano a 30 anni l'uno, ma spesso si trovano a dialogare con soci che hanno la somma delle loro età e sono un buon ponte tra i due mondi.

Quattro anni, una vita fa

Perché costituire dei gruppi juniores?

Il nome juniores deriva da quando è stata avviata una promozione sul tesseramento 18-25, ma l'input è arrivato direttamente dal presidente generale Antonio Montani, che condivideva con noi la volontà di coinvolgere i giovani anche grazie a spazi, obiettivi e modalità personalizzate.


Era necessario marcare una differenza?

I giovani in montagna cercano socialità, ma principalmente la compagnia dei pari età o comunque non degli adulti. Avere dei gruppi juniores permette, per esempio, a un ragazzo che si iscrive a una escursione di sapere che troverà un gruppo di persone con cui non condividere solo la passione per la montagna, ma anche altri interessi.


Socialità a parte, cosa cercano i ragazzi nel CAI?

Sempre per fare un esempio: ogni anno a Bergamo facciamo un sondaggio tra i nostri soci e alla domanda sul perché si tesserano, la prima risposta è “per scoprire posti nuovi”. C'è il desiderio di andare in montagna, soprattutto però per andare dove non si è mai stati, vedere cose nuove. E farlo in compagnia, anche con una certa sicurezza.


I giovani fanno vita di sezione?

Insomma [qua sia Dario che Giacomo fanno una smorfia, ndr]. Su questo punto diciamo che è più difficile coinvolgerli. Tanto per dire: chiedono di essere informati sulle escursioni, di essere aggiornati, ma se bisogna organizzare si tirano indietro. Lo dicono anche: "non chiedetemi però di organizzare".


L'alpinismo ha presa?

Piace ai giovani, magari ci sono soci che chiedono aiuto, consiglio, indirizzo, sopratutto per la formazione. Ma poi è una attività che non è legata ai gruppi giovanili, prende un po' tutte le età.


L'arrampicata?

È evidente che l'arrampicata sta vivendo un grande boom, ma non passa da noi. Le palestre sono un altro grande aggregatore, non è la sezione il luogo dove si formano i gruppi.


L'escursionismo rimane l'attrattiva principale?

Giacomo: Al camp di Pennabilli abbiamo fatto due giorni di attività, separate per interesse e la stragrande maggioranza dei giovani era interessata all'escursionismo.


In che modalità piace?

Per esempio vanno tantissimo i trekking di più giorni, abbiamo moltissima richiesta. Piace dormire fuori, piacciono le escursioni lunghe, a tappe.


La tutela dell'ambiente è un argomento sentito?

Dario: Non saprei rispondere a livello generale, ma il nostro socio è già mediamente attento. Per esempio abbiamo avuto proposte per andare a pulire i bivacchi. Oppure: nel nostro form di iscrizione per le escursioni abbiamo la possibilità di scegliere di dare un contributo ambientale. Sono cifre che variano dai 50 centesimi a 1,50 euro e c'è un'ottima risposta. Sono soldi che poi giriamo a una società [Treedom, ndr] che fa compensazione ambientale, piantando alberi.


Cosa chiedono i giovani al CAI?

Noi puntiamo soprattutto a fare, più che chiedere, ma a volte avvertiamo una certa necessità di snellire alcune pratiche. Per esempio sui corsi di formazione. Ci sono i piani didattici delle varie attività che hanno dei moduli di base che sono teoricamente uguali, andrebbero accorpati.


Il CAI è vecchio?

No, ma su certe cose è molto conservativo e poi ci sono molte teste che, spesso, vanno ognuna per la propria direzione.


I giovani di oggi sono arrendevoli? È una critica che si sente fare spesso. Vale anche per il CAI?

No, chi si impegna qui tiene duro. Più che altro, come dicevamo prima, a volte sarebbe bello sentire un po' più di impegno dai nostri coetanei, la disponibilità a fare anche le cose meno entusiasmanti. Difficile però trovare qualcuno che voglia fare le riunioni.


E la comunicazione del CAI? Qual è il giudizio dei giovani? Andrebbe svecchiata?

La parte social è già migliorata, partiamo da lì.


Cose pratiche: cosa bisogna fare nel CAI secondo voi per fare un passo in avanti?

Attivare i tavoli di lavoro degli juniores, impegnarsi nelle scuole CAI, migliorare la nostra comunicazione, prodigarsi maggiormente nella vita di sezione. Sono tutte cose su cui dobbiamo darci noi da fare maggiormente, in prima persona.


Nel breve vedremo novità?

Una sì ed è di una certa importanza. A breve tutte le attività dei gruppi juniores saranno visibili sul sito del CAI nazionale, con un calendario unico. Non si tratta solo di fare ordine e chiarezza. Aiuterà anche gli scambi. Noi vogliamo che i vari gruppi entrino in contatto e che ci sia la possibilità per un giovane di Rimini di unirsi a un gruppo di Bergamo, tanto per dire, se vuole fare una uscita. Avere un calendario unico aiuta a trovare i gruppi fuori provincia, a trovare attività, a fare rete.


E i giovani stranieri?

Abbiamo fatto un gemellaggio con il club alpino rumeno ad aprile. Gli juniores del DAV [il club alpino tedesco, ndr] ci hanno contattato per partecipare insieme a un bando Erasmus+. Per ora sono cose così, c'è da lavorare.