Lo stato dei ghiacciai dell’Himalaya

Crolli e riduzione meno accentuata. Fotografia di una delle aree ghiacciate più grandi della terra

Il versante Nord dello Jannu (7710 m) e il suo ghiacciaio omonimo al centro, confronto tra il 1899 e il 2018 © (foto V. Sella - © Fondazione Sella Onlus) - (foto F. Ventura - © Archivio F. Ventura).

Lo scorso 6 febbraio, una massa d’acqua si è sollevata dai fiumi Alaknanda e Dhauliganga nello Stato dell’Uttarakhand, in India. Decine i morti: molti di essi erano operai al lavoro nei cantieri di una diga. A scatenare l’inondazione è stato il crollo di una porzione del ghiacciaio himalayano del Nanda Devi, localizzato nelle vicinanze della vetta omonima. Sulle ragioni del crollo, ci sono ancora dubbi: i glaciologi e i geologi interpellati sul tema hanno opinioni contrastanti. Per il direttore generale del Geological Survey of India Ranjeet Rath «non è chiaro se l’inondazione sia legata a un tipico Glacial Lake Outburst Flood (GLOF) o alla formazione di un argine temporaneo dovuto alla discesa di una frana o di una valanga che ha causato la formazione temporanea di un lago glaciale successivamente collassato». 

 

Un fenomeno frequente 

«I crolli di un ghiacciaio sono un fenomeno con cui bisogna fare i conti», spiega a Lo Scarpone Claudio Smiraglia, climatologo e glaciologo già presidente del Comitato Glaciologico Italiano e del Comitato Scientifico del Cai.

In molti casi, il fenomeno dei crolli è causato dalla nascita dei cosiddetti laghi sopraglaciali, generati dall’innalzamento della temperatura. «L’acqua si riscalda e contribuisce ad affossare la porzione di ghiaccio morto, causando infine crolli e frane», puntualizza Smiraglia. «In generale, in ogni area glaciale esaminata si osserva l’aumento del numero di questi specchi d’acqua, anche di grandi dimensioni», si può leggere nelle conclusioni di uno studio focalizzato su tre ghiacciai: il Kangchenjunga (nei presso della cima omonima), il Rongbuk (sul versante nord dell’Everest) e il Gyabrag (sul versante cinese del Cho Oyu). Lo studio è stato realizzato dallo stesso Smiraglia con, tra gli altri, Fabiano Ventura.

Per quanto riguarda la gestione del rischio, che interessa le popolazioni che vivono ai piedi dei ghiacciai, nelle vallate, sono fondamentali due aspetti: la resilienza dei residenti e il monitoraggio dello stato dei ghiacciai, via satellite. «Ad esempio, sono diversi i programmi di sorveglianza, sia internazionali che cinesi», racconta Smiraglia.

L’immagine di un lago sopraglaciale © Università degli studi di Milano

Condizioni particolari 

La crisi climatica e l’innalzamento generalizzato delle temperature hanno effetti sui ghiacciai disseminati nell’enorme distesa montuosa costituita dall’Himalaya, dal Karakorum e dall’Hindukush, una delle superfici ghiacciate più grandi della terra. Negli ultimi trent’anni, la regressione riscontrata si riferisce a valori che vanno dal 3 al 5%. «Si tratta di un arretramento minore rispetto a quello registrato nei ghiacciai delle Alpi, che si aggira intorno al 30/40%», continua Smiraglia.

I ghiacciai dell’Himalaya appartengono a un’area climatologica diversa rispetto a quella dell’Europa continentale. Le aree ghiacciate di questo territorio sono soggette all’influenza dei monsoni, che scaricano tutta la loro umidità sull’India e sul Nepal. «Ad esempio, si pensi all’area del Karakorum, dove persiste quella che gli scienziati definiscono “anomalia”: l’unico territorio in cui la superficie ghiacciata aumenta (seppur leggermente) anziché diminuire e dove le temperature medie sono diminuite negli ultimi 30 anni», ricorda Smiraglia.

Allo stesso tempo, rispetto ai ghiacciai delle Alpi, le dimensioni sono diverse. Essendo molto più grandi, sono soggetti a una regressione minore. «L’aspetto più interessante è la conformazione di questi ghiacciai: sono quasi interamente ricoperti da detriti che schermano il ghiaccio dalla luce solare», spiega ancora lo studioso.