Il valore terapeutico della montagnaterapia

A Brescia l'Asst Spedali Civili e il Cai portano avanti programmi di reinserimento sociale, rivolti ad assuntori di cocaina e a giocatori d'azzardo patologici che vengono accompagnati in montagna, in un contesto diverso da quello ospedaliero e ambulatoriale. Al momento nessun paziente ha avuto ricadute, e tutti tornano a riappropiarsi del territorio in cui vivono

Bivacco Adamone in Valcamonica

Il gruppo di montagnaterapia dell’Asst Spedali Civili in Val Camonica © Asst Spedali Civili di Brescia

«Cara Annamaria, sappiamo che lei è il direttore, ma per noi lei ha un nome, come ogni montagna. E lei, con Anna e con i volontari del Cai, è una delle nostre montagne. I nostri e i vostri nomi sono appoggiati su radure, dossi, gole, crinali, cime e dorsali… non più nei burroni o nei precipizi».
Così scrivono gli assuntori di cocaina e i giocatori d’azzardo patologici del SerT di Brescia che partecipano ai percorsi di montagnaterapia che l’Asst Spedali Civili porta avanti con il Cai.
Sono parole calde e cariche di significato, che dimostrano l’importanza di uno strumento di cura che prevede l’accompagnamento in montagna dei pazienti, insieme agli operatori e ai volontari del Cai, che vengono formati ad hoc.

Verso il ritorno a una piena vita nella società

«Devo ammettere che all’inizio ero un po’ preoccupata», afferma il direttore socio-sanitario dell’Asst Spedali Civili dott.ssa Annamaria Indelicato, destinataria del messaggio citato in apertura. «Stiamo infatti parlando di persone che hanno vissuto il proprio disagio per periodi significativi della loro vita».

«Ma il percorso non ha mai avuto intoppi. Frequentando la montagna, i pazienti hanno acquisito la consapevolezza di poter riprendere la propria vita con maggior contezza delle proprie vulnerabilità: si sono sentiti di nuovo accolti. La loro soddisfazione è stata tangibile, non si sono più sentiti all’interno di una terapia tradizionale, ma in un percorso di accompagnamento verso il ritorno a una vita normale all’interno della società».

È l’equipe del Centro clinico cocainomani e giocatori d’azzardo patologici del SerT a decidere a chi proporre la partecipazione al gruppo di montagnaterapia come opportunità terapeutica. «La proponiamo a persone che non assumono cocaina o non giocano d’azzardo da almeno tre mesi, oppure a pazienti che sono in remissione, ma hanno necessità di essere supportati per ricostruire e intessere relazioni sociali sane», spiega la responsabile per la montagnaterapia degli Spedali Civili dott.ssa Anna Frigerio (anch’essa citata nel messaggio dei pazienti).

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In cammino sul Pizzocolo lo scorso fine settimana

In montagna anche fuori dal percorso terapeutico

Un elemento che Frigerio tiene a sottolineare è che durante il percorso di montagnaterapia molti frequentano le terre alte anche per conto loro. E continuano a frequentarle quando il percorso è terminato.

«Riallacciano i contatti con conoscenti appassionati di montagna per organizzare escursioni insieme a loro. Non solo, chi ha figli inizia a portarli sui sentieri con lo stile, sono parole dei pazienti, della montagnaterapia e del Cai. Ovvero senza fretta, rispettando i tempi e i limiti di ciascun componente del gruppo nell’ottica di assaporare ciò che si sta vivendo e nel rispetto reciproco tra uomo e montagna. Tutte queste esperienze vengono condivise nella chat di gruppo, insieme a eventuali difficoltà incontrate o a richieste di supporto».

Nessuna ricaduta e riappropriazione del territorio

Le istituzioni pubbliche e private che in Italia si occupano di montagnaterapia stanno predisponendo insieme al Cai uno strumento di valutazione unitario di questi percorsi.

«Quello che posso dire, comunque, è innanzitutto che chi partecipa alle nostre attività, ad ora, non ha avuto ricadute», continua Anna Frigerio. «I nostri pazienti tornano poi a riappropriarsi del territorio in cui vivono e ad abitare il proprio quotidiano. Propongono escursioni ai conoscenti, si recano alla Sezione Cai del proprio paese per informarsi sulle attività. Vi assicuro che non sono cose banali, soprattutto in contesti piccoli dove tutti conoscono la loro storia. La nostra equipe li supporta anche in questa fase, durante le uscite lavoriamo molto sugli aspetti relazionali. Li aiutiamo a reinventarsi, a reinserirsi, a tornare a una vita sociale».

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La dott.ssa Anna Frgierio con i volontari della Sem sul Pizzocolo

Un gruppo unico e coeso

Insomma, come conferma il direttore socio-sanitario Indelicato, le relazioni, la costruzione di un gruppo è un aspetto fondamentale della montagnaterapia.

«Sui sentieri i ruoli sfumano. Pazienti, operatori sanitari e volontari del Cai formano un unico gruppo uniforme e coeso. Il lavoro di cura diviene così un prendersi cura in un setting inusuale».

L’importanza dei protocolli d’intesa

A Brescia il valore terapeutico della montagnaterapia è formalmente riconosciuto dai protocolli d’intesa biennali che dal 2019 l’Asst Spedali Civili ha stipulato con il Cai, prima con la Sezione di Brescia e ora con la Società Escursionisti Milanesi.
Il valore aggiunto di questi documenti è quello di consentire di operare nei luoghi quotidiani delle persone che chiedono un aiuto, con l’obiettivo di arrivare a un’inclusione sociale partecipata.
Inoltre riconoscono formalmente il lavoro svolto dagli operatori socio-sanitari e dai volontari del Cai che li accompagnano. «Sottolineando il loro valore non solo formale, il direttore Indelicato ha dimostrato che i protocolli stessi diventano strumenti di cura», conclude la dott.ssa Frigerio.