11 maggio 1996: la tragedia dell'Everest, inizio di una nuova era

Esattamente trent'anni fa otto alpinisti morivano in alta quota: quella data è il simbolo non solo delle spedizioni commerciali con tutti i loro eccessi, ma anche di una connessione globale che non si arresta nemmeno di fronte alla morte

Leggerezza, velocità e democratizzazione sono le parole d’ordine dell’himalaismo dopo l’epopea pesante delle spedizioni nazionali. I giovani degli anni Settanta hanno
dimostrato che si possono affrontare le cime più alte della terra in stile alpino e in cordate leggere di poche persone, come si fa appunto sulle Alpi. Pochi portatori, poco materiale e tanta preparazione. Senza ossigeno, possibilmente, e in velocità. Meno si sta nella zona della morte meno si rischia di lasciarci la pelle.
Di questo ha approfittato il marketing di fine 900: l’Everest è facile, l’Everest è per tutti.

Una trappola in alta quota

Non era vero, naturalmente, occorreva lavorare sul prodotto con sofisticate tecniche di promozione, le stesse delle agenzie turistiche. Bisognava far scendere quella
benedetta cima e così hanno fatto, preparando la trappola del 1996. Tra il 10 e l’11 maggio otto alpinisti muoiono sulla via nepalese dell’Everest. Il maltempo investe
improvvisamente la montagna e sorprende le spedizioni commerciali, decimandole.

Nel nostro immaginario l’Everest era un posto alla fine del mondo, invece Hall muore in mezzo a tutti noi, se ne va in diretta.

Nel 1998 arriva in Italia la traduzione di Into Thin Air (Aria sottile), il bestseller di Jon Krakauer che racconta la tragedia. Leggiamo il reportage e inorridiamo, soprattutto
dove il giornalista dell’Outside Magazine si sofferma sulla fine di Rob Hall, la guida neozelandese congelata sulla Cima Sud in collegamento costante con il campo base. È la prima morte satellitare della storia dell’alpinismo, un evento scioccante per la cultura novecentesca. Nel nostro immaginario l’Everest era un posto alla fine del mondo, invece Hall muore in mezzo a tutti noi, se ne va in diretta, vicino nel cuore e irraggiungibile nello spazio. Agonizza al telefono con la moglie Jan, rimasta a
Christchurch in Nuova Zelanda.

“Ciao, tesoro. Spero che tu stia comoda in un bel letto caldo. Come va?”.
“Non so dirti quanto ti penso. Come vanno i piedi?”.
“Non mi sono tolto gli scarponi per controllare, ma credo di avere un principio di congelamento…”.
“So che verranno a salvarti, Rob. Non devi sentirti solo. Ti sto trasmettendo tutta la mia energia positiva…”.
“Ti amo. Dormi bene, tesoro. Ti prego, non preoccuparti troppo”. 

Si chiude il collegamento e Hall muore di freddo e di lontananza.

Il futuro oltre la fantascienza

È arrivata l’epoca in cui si può fare tutto senza staccarsi mai; essere completamente isolati e perfettamente cablati allo stesso tempo. Non sono i robot e i dischi volanti a
proiettarci nel futuro: è il collegamento incessante in ogni luogo e in ogni istante. 

Viviamo con miliardi di occhi sempre puntati addosso, anche se ci sentiamo soli, o vorremmo esserlo, o detestiamo la solitudine. La comunicazione è il nuovo
comandamento sociale. Cambia in noi l’immagine di noi stessi e il senso delle cose che facciamo. Ha ancora senso la parola avventura?