La montagna dentro: un giorno a casa di Mauro Corona

Sull'ultimo numero de La Rivista del CAI, l’alpinista, scrittore e scultore ci svela le sue riflessioni più intime e sincere sul vivere tra le vallate e le cime alpine. "I bambini vogliono fare, noi eravamo costretti a usare le mani. Però basta nostalgie"

 

Questo articolo è un estratto della versione integrale, pubblicata sul numero di maggio-giugno de La Rivista del Club Alpino Italiano, in distribuzione ai soci. 

 

Polvere e profumo di cirmolo si mischiano all’odore acre e al calore violento della stufa a legna. Sculture in legno, cataste di libri, centinaia di sgorbie e qualche decina di bottiglie di rosso riempiono ogni centimetro di una wunderkammer alpina. Studio, biblioteca, casa, rifugio. Un piccolo microcosmo che rispecchia il caos interiore di Mauro Corona. Caos inteso nel senso greco del termine, come vuoto, abisso e oscurità, da dove emergono le creature del cosmo. Da questa tenebrosa e paurosa voragine Mauro fa emergere la sua arte, di roccia, di legno, di parole. Non senza sofferenza, dramma, paura. Mauro non si nasconde dietro il fumo del suo sigaro né dietro la maschera che, per sua stessa ammissione, veste per interpretare il Corona personaggio televisivo. È un fiume incontenibile, un Don Chisciotte visionario e lucido nello stesso tempo, che affronta a viso aperto i fantasmi del passato, le incertezze del presente e le incognite del futuro. Difficile contenere il flusso di pensieri, irreggimentare questo torrente di montagna. La letteratura e la montagna come ispirazione e consolazione di questo fluire di pensieri, tanto che è difficile stare dietro alle innumerevoli citazioni letterarie e ai racconti di aneddoti alpinistici e storici. Mauro ci racconta dei suoi fondamentali incontri con Mario Rigoni Stern – il primo a riconoscere il valore dei suoi scritti –, con Primo Levi e Claudio Magris. Parla di Emilio Vedova partigiano tra le Dolomiti Friulane e delle sue arrampicate con Manolo in giro per le Alpi e le montagne americane. 

 

“La montagna mi ha fasciato, abbracciato, contenuto, protetto. Per me la montagna non è mai stato un pericolo, è sempre stata ed è tuttora una salvezza”.

L’abbraccio delle montagne

“La mia infanzia è stata un disastro. C’è gente che ha patito di più, ognuno ha il proprio dolore e reagisce in vari modi. Io però non sarò mai un uomo felice. Sono un uomo pacifico, cioè, cerco di diventarlo. Sono un uomo forse contento ma la felicità mi è stata impedita da bambino. Mio padre, a me e a mio fratello, ci picchiava, ci maltrattava. Mia mamma invece ci ha abbandonato quando avevo sei anni ed è tornata che eravamo già grandi. Mio padre picchiava anche lei. Io mi porto addosso questo dolore. La montagna mi ha fasciato, abbracciato, contenuto, protetto. Per me la montagna non è mai stata un pericolo, è sempre stata, ed è tuttora, una salvezza. La montagna mi ha insegnato la pazienza. In parete devi risolvere quel metro che hai davanti al naso e attorno non deve esserci niente. Risolto un problema, poco dopo ne devi risolvere un altro. La montagna mi ha insegnato ad andare per tappe, per gradi. È molto importante per me, perché la gente normalmente ha fretta, vorrebbe tutto e subito, mentre invece in montagna tutto va diversamente, lentamente, passo dopo passo" . (…) 

 

"Per me è un valore abitare qui. Il luogo dove abiti poi ti travasa dentro le sue luci, ti inocula i suoi colori, gli
eventi che sono avvenuti".

La forza delle parole

Mauro alimenta la stufa con un ceppo, si riaccende il toscano che, come un amuleto famigliare e consolatorio, stringe sempre tra le dita. Ci mostra i taccuini dove i suoi pensieri prendono forma, affidati a frasi scritte a mano su un pezzo di carta. Sono oggetti che hanno qualcosa di antico e prezioso. Righe ordinatissime, una calligrafia ottocentesca colma di cura e calore. Dal caos, Mauro fa davvero emergere le sue creature, e lo fa con un ordine che, apparentemente, non potrebbe trovare posto in questo caotico scrigno di sculture, vino e volumi. E invece è proprio così. Si percepisce amore in questi manoscritti che diventeranno libri. E si percepisce un totale abbandono alla forza delle parole. È evidente, osservando questi quaderni, che Mauro mentre scrive entra in un’altra dimensione, qualcosa di totalmente altro. Non è solo la montagna a curare le ferite ma anche la scrittura. Gli chiedo se narrare le montagne da montanaro è, secondo lui, un limite o una potenzialità. "Dipende, innanzitutto, da che montagna abiti perché vivere a Erto non è la stessa cosa che abitare a Cortina o a Canazei. E qui, aprendo una parentesi, dico che CAI, scuole, Guide alpine, gli stessi montanari, i contadini, dovrebbero tutti educare alla frequentazione della montagna. A parte questo, dipende dalla tua personalità. Se vuoi il successo eclatante è un limite abitare in montagna, ma a me non interessa. Per me è un valore abitare qui, perché quando mi sveglio vedo le cime che ho scalato e non vedo Piazzale Loreto. Il luogo dove abiti poi ti travasa dentro le sue luci, ti inocula i suoi colori, gli eventi che sono avvenuti. È però un rapporto molto personale e soggettivo. Il bosco non dice “guarda quanto sono bello”. Siamo noi a rivestirlo di un sentimento. Siamo noi – quindi – quel bosco, quella cima, quel colore”. (...)

 

"È inutile vivere di memorie. Facciamo una scuola di roccia, un sentiero per far conoscere gli
alberi e le piante ai bambini, produciamo energia pulita".

Montanari e turisti

Qual è secondo Mauro il limite specifico dei montanari? "Sono delusi, non hanno più voglia di insegnare e di imparare. Qui a Erto c’è una delle più importanti falesie per arrampicare, ma pochi chiedono di farsi guidare e lo stesso vale per la scultura. Nello stesso tempo i vecchi artigiani non sempre hanno voglia di tramandare le loro conoscenze. Materialmente c’è tutto, ma c’è velocità, frenesia. E in questo la montagna è diventata molto più simile alla città. In molte persone, nonostante come dicevo prima alcuni hanno ancora un rapporto diretto con gli elementi, manca il rapporto con il bosco, con la terra. Si dovrebbe ripartire da lì, e farlo dalle scuole, perché la vera anima del bambino è quella di fare. Sia chiaro, dobbiamo eliminare la nostalgia: 'Noi eravamo bravi o noi eravamo meglio'. Noi eravamo peggio, altroché! Però eravamo costretti a usare le mani. Però davvero dovremmo eliminare la nostalgia del passato e dovremmo smetterla di idealizzare 'i bei tempi andati': tutto è in evoluzione e, per molti aspetti, abbiamo fatto grandi passi avanti”.