L'invasione dei droni, come sopravvivere tra normative e buon senso

Il loro uso per produrre video in montagna è una evidenza quotidiana e l'evoluzione tecnologica ne ha diffuso l'utilizzo anche nell'ambito del trasporto e del soccorso. Ma cosa dice la legge? Qual è il limite etico e socialmente accettabile da non superare?

La stagione dei ronzii si sta avvicinando. E non ci si riferisce solo ai rumori molesti delle zanzare che banchettano su di noi nelle serate estive, ma anche a quei suoni prodotti dai molti marchingegni volanti governati (bene o male?) da bipedi come noi.


Inutile nascondersi dietro a un dito, un po’ tutti siamo vittime dello stupore che ci incolla alla sedia quando osserviamo certi video realizzati con i droni. Sembra di volare, di essere per davvero a rasentare il filo di cresta delle grandi vette, a rincorrere un branco di cervi, a seguire le evoluzioni in parete dei climber più capaci. E le foto? Quanto gratificante è osservare le pareti montane non dal basso, ma da un punto di vista elevato e frontale? In realtà potremmo star qui fino a domani ad elencare il salto qualitativo che i droni hanno portato nella vita di chi è appassionato di immagini, che siano di montagna o di altri elementi naturali. È un po’ la celebrazione della spettacolarità a portata di tutti, o quasi.


Ma è tutto così bello, lineare e facile come sembra? No, c’è un retro della medaglia, c’è un prezzo da pagare, ci sono delle regole ben precise da rispettare sia per chi ne fa uso amatoriale che per chi ne fa un uso commerciale. I recenti casi di cronaca in Himalaya e le più moderne tecnologie che ne hanno ampliato l'utilizzo al campo medico e del soccorso non fanno che aumentare la complessità del tema, tra opportunità di utilizzo e perplessità sul piano etico e sociale. 

La normativa internazionale e italiana

A livello internazionale ci sono dati dall’ICAO (International Civil Aviation Organization), organo che ha il compito di stabilire standard e raccomandazioni per l'aviazione civile globale. L’ICAO ha un ruolo fondamentale nella definizione delle norme di sicurezza per l'uso dello spazio aereo internazionale. Quello della gestione del volo dei droni è un problema completamente nuovo, in un cielo sempre più affollato che ora vede anche la presenza di dispositivi non abilitati alla navigazione che è sempre stata definita “tradizionale”.
In ambito europeo l’EASA (European Union Aviation Safety Agency) ha emesso specifici regolamenti che si rifanno al mosaico delle leggi dei vari stati membri. Il regolamento principale è attivo dal 2019 e distingue tre utilizzi (aperto, specifico e certificato) su cui poi basa restrizioni che si rivalgono in modo diverso su chi usa i droni per hobby o per scopi professionali.
In Italia il tutto è regolamentato dall’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile), struttura attiva, in questo campo, dal 2013, che definisce i droni come APR (aeromobili a pilotaggio remoto) e distingue l’uso ricreativo da quello professionale.
Riassumendo i concetti, l’ENAC definisce alcuni parametri e punti fermi, fra cui l’altezza massima a cui farli volare (120 m dal suolo) e il concetto di VLOS (Visual Line of Sight), ossia il fatto che il drone debba sempre essere a vista diretta del pilota.
Entrano poi in gioco le questioni legate alla privacy e alla sicurezza, ecco quindi che si amplia la diatriba riguardante il sorvolo di aree private e la raccolta di informazioni visive e sonore. Si è stilato poi un elenco di aree interdette al volo che comprende le aree sensibili (aeroporti, basi militari, centri urbani densamente abitati).
Una delle innovazioni portate dall’ENAC è quella che riguarda la registrazione obbligatoria per i droni che superano i 250 g di peso e il dover conseguire un patentino per poterne usufruire per scopi professionali.
Queste sono le basi che ci servono per essere in grado di farci un’idea, per approfondimenti si rimanda al sito https://www.enac.gov.it
In caso di problemi con dronisti ostinati che non desistono dopo un civile confronto si può, e in alcuni casi si dovrebbe, far riferimento alle forze dell’ordine, delegate a intervenire ed eventualmente sanzionare.

Droni e ambienti naturali, fra legislazione e buonsenso

Veniamo a noi che andiamo in montagna. Come ci dobbiamo comportare se siamo in possesso di un drone? E cosa dobbiamo fare se testimoni di un uso improprio dello stesso?
Partiamo dal quadro legislativo e dal buonsenso, che dovrebbe sempre accompagnarci, e proviamo a ragionare e valutare. La buona educazione ci dovrebbe, innanzitutto, portare a capire quando, nel caso fossimo noi i piloti, l’uso del drone possa divenire fonte di fastidio per altre persone. È chiaro che se siamo seduti su un prato o su una cima e un drone ci ronza sopra la testa siamo nel campo della mancanza di rispetto, sia per le persone che in riferimento alle normative, della privacy ad esempio, o della sicurezza.
Un uso sempre più diffuso è quello del volo che accompagna i climber nella loro salita per la creazione di video di qualità emotiva assoluta. Ci siamo mai chiesti se questo drone infastidisce la fauna? Può accadere infatti che si possa arrampicare in settori contigui ad altri a frequentazione preclusa per la nidificazione di falchi e altre specie, in questo caso è ben chiaro che il marchingegno ronzante è un fastidio oggettivo per gli animali. In questo caso, come vedremo dopo, si configura anche un reato, quindi attenzione massima! Non dimentichiamo che il disturbo intenzionale della fauna è sanzionabile a livello penale. La normativa europea ENAC invece non stabilisce una distanza minima tra il drone e le pareti, ma si rifà alle norme sulla sicurezza e la privacy.

E nelle aree protette?

Le aree protette sono oggetto di interesse particolare in riferimento al sorvolo con droni. Attenzione: le zone considerate non sono solo quelle che si trovano entro il perimetro di parchi nazionali o naturali (regionali o provinciali), ma anche riserve (di vario tipo), aree Natura 2000 (SIC e ZPS), non sempre chiaramente segnalate.
Nelle scorse estati sono stati pubblicati a ripetizione sui social innumerevoli video che non dovrebbero mai essere stati realizzati. Un caso emblematico è quello dei sorvoli del Lago delle Baste a Mondeval (Dolomiti), area che non ricade entro i confini di parco ma rientra in quelli del sito Natura 2000 IT3230017 Monte Pelmo - Mondeval – Formin.

Il Lago delle Baste e la conca di Mondeval. Qui i droni non dovrebbero volare © Denis Perilli


Come faccio a sapere se posso o non posso far alzare il drone in una determinata area? Il sito www.d-flight.it (riconosciuto da ENAC) fornisce tutte le indicazioni necessarie e le mappe tematiche da consultare.
La legge italiana di riferimento è la 394/91 e “vieta il sorvolo di velivoli non autorizzati sopra i parchi e le riserve naturali per proteggere la fauna selvatica dal disturbo acustico e visivo”. 


In sintesi possiamo riassumerla così: informiamoci, è facile!

Un problema globale

Quello dell’uso dei droni senza il rispetto delle norme legislative (e del buonsenso) è ovviamente un problema globale, particolarmente sentito in quei luoghi in cui la natura ha la possibilità di esprimersi al meglio, attraente quindi come il miele per migliaia di appassionati degli scatti e delle foto “ad effetto”.
Due esempi lampanti vengono dalle lande del Nord, dove la regolamentazione è divenuta particolarmente rigida.


Le Fær Øer sono un arcipelago vulcanico posto al largo delle coste settentrionali dell’Europa continentale, tra il Mare di Norvegia e l'Oceano Atlantico. Le 18 isole, dipendenti amministrativamente dalla Danimarca, hanno applicato leggi ferree per difendere dall’assalto dei droni le loro scogliere (dove nidificano decine di specie di uccelli) e le zone più sensibili. Lì per davvero non si scherza, il divieto è ben segnalato e se viene infranto basteranno pochi minuti per veder arrivare dei poliziotti poco zelanti e comprensivi. Il controllo è minuzioso, con avvistamenti a distanza e interventi rapidi e mirati.

Sørvágsvatn, un lago situato nella parte meridionale dell'isola di VágarIl, nelle Fær Øer. Qui il sorvolo con droni è vietato © Simona Bursi


L’Islanda da qualche anno segue la stessa linea, e non poteva essere altrimenti vista la spettacolarità esagerata che la natura sa quassù esprimere. In quasi tutti i siti più visitati (cascate, scogliere, vulcani, ghiacciai, ecc.) oramai vige il divieto di sorvolo, imposto sia per proteggere la fauna sia per mantenere quel senso di isolamento e pace che da sempre ammanta e caratterizza l’isola. Il disturbo provocato dai droni è qui percepito non solo come un fastidio, ma una sorta di oltraggio al proprio “credo”, quello che mette la natura davanti a tutto.
In realtà questi sono solo due fra gli innumerevoli esempi che si potrebbero fare, tutto il mondo ha dovuto iniziare a gestire un problema nuovo e dalla rapida evoluzione e diffusione. Le aree di alta quota, particolarmente delicate, purtroppo non sfuggono a tale trend che vorrebbe portare il bello delle immagini a superare anche i limiti dell’etica e del saper fermarsi.

Seljalandsfoss, una delle cascate dell'Islanda dove il volo dei droni è stato interdetto © Denis Perilli

Non demonizziamo i droni

Le righe finora scritte sembrano voler parlare di un qualcosa di demoniaco, di distruttivo, di sgradito. Non è così, è semplicemente l’uso del drone che a volte non è adeguato, non lo strumento in sé. Non dimentichiamoci gli innumerevoli vantaggi che questa tecnologia ha portato nel trasportare materiali, nel sorvegliare incendi e animali, nell’aiuto che porta allo studio della salute dei boschi e, infine, perché no, nel piacere che ci porta quando ammiriamo foto e video, quelli dei discorsi da dove siamo partiti.

Buonsenso, la parola d’ordine!