19 luglio 1992: una scalata nell'enigma del Grépon

Nel 1911 Geoffrey Winthrop Young e Josef Knubel salgono la parete est, un'avventura intrisa di coraggio e avvolta nel mistero. Ripeto la via nel 1992 con Andrea Viano: "Avremo sicuramente sbagliato strada", ma ancora oggi una risposta non c'è

 

Il 1911 è l’anno di grazia per Geoffrey Winthrop Young e Josef Knubel: salgono la cresta del Brouillard al Monte Bianco e la cresta ovest delle Grandes Jorasses. Il terzo progetto è il più ambizioso: la parete est del Grépon, 3.482 metri. Più che una parete è una cattedrale che alza chilometriche colonne di protogino sopra la Mer de Glace. 

Una cattedrale sopra la Mer de Glece

Nel 1911 nessuno aveva superato difficoltà superiori al quinto grado sulle Alpi occidentali. Gli scalatori del Tirolo e delle Dolomiti erano avanti almeno dieci anni. Sul Bianco nessuno conosceva le manovre di corda alla tirolese e pochi si interrogavano sulla liceità dei mezzi artificiali, semplicemente perché non li usavano.
Anche sul Grépon Young e Knubel non intendono usare i chiodi. Probabilmente non li hanno nemmeno. Vogliono e devono assolutamente passare in libera su quel chilometro di parete sinuosa, confidando nella velocità e nell’intuito del capocordata. La via è complessa e geniale: abborda lo sperone di destra della parete, traversa l’unico punto debole, aggancia lo sperone centrale, supera una zona critica e s’infila nei camini per raggiungere l’intaglio della Brèche Balfour, la vera cima.

La mia esperienza personale

Nel luglio del 1992 ripeto la scalata con i colleghi della rivista Alp, di cui sono direttore. Il 19 luglio ci svegliamo alle tre del mattino sotto un cielo pieno di stelle e partiamo. La crepaccia terminale è rognosa, poi cominciamo a mietere dislivello. Il primo sperone è facile, ma i ruderi della vecchia capanna mettono malinconia. Sopra la Tour Rouge inanelliamo lunghezze di corda entrando nelle pieghe della cattedrale. Pendoliamo a un terzo del muro e raggiungiamo lo sperone dove le fessure si alternano agli scudi grigi. Superiamo la nicchia degli amici e gli altri passaggi descritti da Young nella sua relazione, infine raggiungiamo la linea dove Knubel puntò alla Brèche. Intorno alla ventesima lunghezza di corda c’è una crestina che porta all’ultimo salto; un altro tiro breve, una cengia stretta e siamo alla base del camino. La lancia del Pic de Roc indica la breccia Balfour. “Proviamo?” domanda Andrea Viano.
 

Sembra severo, ma si vedono due chiodi arrugginiti. Più in alto la fenditura diventa placca e poi strapiombo. La relazione tecnica dice che il passaggio andrebbe evitato sulla sinistra, però abbiamo letto che Knubel è passato di lì. Viano sale troppo cauto per le sue abitudini. Per la prima volta lo sento soffiare. Deve saggiare gli appigli perché il granito si sbriciola sotto le dita. Non ci sono fessure o scaglie di pietra, neanche un bitorzolo su cui riposare il piede; non fosse per i vecchi chiodi – esausti anche loro – sarebbe un numero senza rete. Qui è sesto” dice Andrea, cercando di proteggersi in qualche modo. “Avremo di sicuro sbagliato strada” penso, ma ormai siamo in ballo e continuiamo.

Il seguito è abbastanza agghiacciante: finito il camino e superata la placca di sesto grado, la via piega a destra e s’imbatte in un tetto veramente duro che precede una fessura. Per fortuna c’è un chiodo nascosto sopra lo strapiombo e nella fessura ci si può finalmente proteggere come si deve. Quando ci arrivo ansimando e posizionando un friend, so che Knubel non poteva immaginarsi i miracolosi strumenti a camme che si modellano alle crepe. Mi dico che tanto non gliene importava, perché non poteva essere stato lì.

"Ora che l’abominevole placca è stata aggirata da Lochmatter, non c’è sulle Alpi scalata più bella”. Geoffrey Winthrop Young

L'enigma della via

Quel passaggio è un enigma storico, ci sono troppe cose che non quadrano: gli oltre quaranta metri del tiro di corda, l’impossibilità di proteggersi, gli scarponi ferrati, le corde di canapa e altri dettagli inverosimili. E poi c’è l’incredibile omissione degli storici, che per decenni si sono prodigati a celebrare la fessura di quinto grado superiore che porta in vetta al Grépon senza accorgersi che cento metri più in basso Knubel aveva scritto la storia dell’alpinismo. Sì, perché era tutto vero: Josef aveva davvero scalato il camino e la placca senza chiodi e poi, allo stremo delle energie, aveva impugnato la piccozza per infilarla nella fessura e s’era issato con la forza della disperazione.
Anche se non si poteva parlare di arrampicata libera – non nel secondo tratto, sulla placca sì – il numero anticipava di almeno quindici anni il limite sulle Alpi occidentali.
L’espressione più eloquente è dello stesso Young, che alla fine del suo racconto azzarda un auspicio: “Ora che l’abominevole placca è stata aggirata da Lochmatter, non c’è sulle Alpi scalata più bella”.