Il panda gigante non è più in pericolo, ma attenzione ai suoi "cugini"

È l'animale simbolo delle specie a rischio estinzione. Non bisogna abbassare la guardia, ma le sue popolazioni sono in ripresa grazie ad azioni concrete, messe in atto negli ultimi decenni. Ma il focus si sposta ora sul panda rosso

Ci sono animali rari e in pericolo che non riscontrano amorevoli attenzioni. Perché? Perché mancano loro alcune caratteristiche che li rendono simpatici e benvoluti a noi umani, più attenti all’estetica che alla reale importanza nel contesto ecologico. Il panda gigante rifugge in maniera decisa da questa regola, lui è l’animale bello e mansueto per eccellenza, il privilegiato assunto a simbolo stesso delle azioni di conservazione a livello globale. Un essere vivente che ha smosso molte coscienze, una cosiddetta “specie ombrello” posta discretamente in alto nella piramide alimentare pur essendo vegetariana (non ha predatori naturali). Ombrello perché tutelando il panda si salva tutto l’ambiente che lo ospita, comprese numerose altre specie vegetali e animali.

Il rompicapo degli zoologi: il panda gigante

Il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) è un orso? Attualmente è inserito nella famiglia degli Ursidi, accanto agli altri orsi, ma in passato, a causa di alcune caratteristiche comportamentali e anatomiche, quali la dieta erbivora e il falso pollice, era stato posto a parte, nella famiglia a sé stante degli Ailuropodidi, assieme al panda rosso. Ma cos’è il falso pollice? È una sorta di sesto dito creato da un’estensione ipertrofica di un piccolo osso del polso (il sesamoide radiale) che serve per afferrare e manipolare con precisione le canne di bambù, portando quindi le foglie e i germogli alla bocca. Un attrezzo “figlio dell’evoluzione quindi”. A proposito di bambù, dobbiamo rimarcare come costituisca la quasi totalità di ciò che mangia, ed essendo un cibo poco calorico ne deve ingerire ogni giorno quantità davvero notevoli (dai 12 ai 40 kg). Curioso appare poi che passi dalle 10 alle 16 ore al giorno a nutrirsi e che debba defecare, sempre giornalmente, 30-40 volte. Giusto per continuare a dare i numeri, un panda gigante può pesare fino a 110 kg.

Il progresso delle tecniche d’indagine genetica ha confermato, negli ultimi anni, l’appartenenza alla famiglia degli Ursidi e la sua vicinanza parentale con l’orso dagli occhiali del Sudamerica.

Il bambù costituisce la quasi totalità della dieta del panda gigante © Simona Bursi

Le buone notizie e le criticità attuali da non sottovalutare

Sappiamo un po’ tutti come è fatto il panda, ma sappiamo dove vive? Abbiamo menzione che le sue popolazioni si collocano in Cina, ma è questa una nazione estesa poco meno dell’Europa, ossia immensa. Le popolazioni di panda gigante, 33 per la precisione, abitano prevalentemente fra le foreste montane della Cina centrale (Sichuan, Shaanxi e Gansu). Gli individui sono circa 1900, che per una specie animale sono davvero pochi, ma la situazione è decisamente migliorata dalle circa 1100 unità degli anni Ottanta, tanto che la IUCN (International Union for the Conservation of Nature) nel 2016 ha sbloccato, nella sua Red list, lo status di “in pericolo” elevandolo a “vulnerabile”. Una gran bella notizia di per sé, ma che va sempre e comunque contestualizzata, lo ripetiamo, con il numero esiguo di panda in libertà. Dei 33 gruppi dislocati in quest’area ben 15 rischiano ancora l’estinzione e non è cosa da poco.

Quali sono i problemi che affliggono la sopravvivenza di questo splendido animale? Il primo è sicuramente la frammentazione e la distruzione dell’habitat forestale in cui vive. È una creatura poco adattabile, obbligatoriamente legata alla presenza del bambù, che costituisce la quasi totalità della sua dieta. La presenza di popolazioni disgiunte fra di loro è un fatto destinato a recar un danno irrecuperabile in termini genetici e numerici se non ben gestito. Il secondo problema è legato alla biologia stessa della specie, poco incline all’accoppiamento, cosa che limita la continuità riproduttiva. A tutto ciò si stanno sommando i rapidi e imprevedibili cambiamenti climatici, gli stessi che stanno mettendo alla prova, in tutto il mondo, anche animali ben più plastici in ambito adattativo.

I programmi di conservazione 

Il destino del panda maggiore ha sempre corso vicino a quello del WWF, l’associazione nata nel 1961 in Svizzera e di cui lo stesso animale è divenuto il simbolo. Nello stesso anno, allo zoo di Londra, era già arrivato Chi-Chi, il panda che ha dato il via, anche a livello comunicativo ed emotivo, a tutta la serie di azioni di conservazione della specie.

Sulla spinta della celebrità che l’animale stava acquisendo, fra gli anni Sessante e Settanta anche in Cina ci si è resi conto del rischio che il panda stava correndo e si è provveduto a istituire le prime riserve per scongiurare la perdita del suo ambiente naturale. È del 23 dicembre 1980 l’avvio del primo progetto di cooperazione sul campo fra il WWF e il governo cinese, seguito, nel 1992 dalla stesura del piano di gestione che aveva come obiettivo il salvataggio del 60% delle foreste abitate dal paffuto gigante bianco e nero.

Un contributo fondamentale è stato dato dalle strutture zoologiche che, nei decenni, hanno accolto e fatto riprodurre vari esemplari, provvedendo anche a sensibilizzare l’opinione pubblica facendo leva sulla simpatia che questo animale sa elargire a grandi e piccini. Non da meno è stata l’opera di ricerca e, non a caso, le strutture idonee a ospitare i panda (poche!) sono sempre state scelte con chirurgica meticolosità. “Specie ombrello” anche in questo ambito: chi può vantare esemplari di panda gode di stima e riconosciute capacità gestionali ed etiche. Attualmente sono circa 800 i panda che vivono in cattività, una sorta di banca genetica che ha dato sicurezza e linfa vitale alla sopravvivenza della specie.

La Dujiangyan Panda Valley, sita a circa un’ora e mezza dalla città di Chengdu, in Cina ovviamente, è un importantissimo centro di ricerca e conservazione, dove panda giganti e panda rossi convivono in un ambiente naturale ma controllato. È probabilmente il miglior sito in cui osservare questi rari animali nei loro comportamenti abitudinari.

Panda giganti alla Dujiangyan Panda Valley © Simona Bursi

 

Piccoli e rossi: gli altri panda messi in pericolo dai social

Strano davvero a dirsi, ma fino a poco tempo fa il panda gigante condivideva il suo “cassetto sistematico” con un’altra specie morfologicamente completamente diversa: il panda rosso o panda minore. Entrambi erano stati inseriti, come già accennato in precedenza, nella famiglia Ailuropodidi, attualmente il panda rosso è “il componente” della famiglia degli Ailuridi.

Aldilà della confusione che ha coinvolto la comunità scientifica che per decenni ha cercato la giusta collocazione per questi animali, balza subito all’occhio che il panda gigante assomiglia in tutto e per tutto agli altri orsi mentre il panda rosso si accosta grossolanamente, per morfologia e dimensioni, a un procione.

Il panda rosso, il "cugino" minore © Simona Bursi

Ma c’è un’altra sorpresa, quelle che erano considerate sottospecie sono state elevate a rango di specie, quindi i panda rossi sono due: il panda rosso dell'Himalaya (Ailurus fulgens) e il panda rosso cinese (Ailurus styani). Entrambi sono classificati come “in pericolo” dalla IUCN (la loro popolazione globale è diminuita del 50% negli ultimi anni ed è stimata sui 10000 esemplari) e abitano le foreste ad altitudini comprese fra i 2200 e i 4800 metri. Come i loro cugini bianconeri si cibano prevalentemente di bambù e di conseguenza la riduzione e la frammentazione delle superfici forestali ne mina ancor oggi la sopravvivenza. A fare inorridire è però il fatto che la loro popolarità sui social abbia alimentato le catture illegali, già fomentate in passato dall’utilizzo delle loro pellicce.