Joe Tasker e Peter Boardman
Il ChangabangI primi giorni di novembre del 1976, cinquant’anni fa, due ragazzi con i capelli lunghi e due grandi zaini sulle spalle rientrano in Inghilterra da un incredibile viaggio.
Sembrano due studenti in vacanza, ma hanno firmato una delle più grandi imprese dell’alpinismo di sempre, forse la più visionaria di tutte: la parete ovest del Changabang nell’Himalaya del Garhwal. Basti dire che ci vorranno 46 anni prima che la via venga ripetuta da Daniel Joll, Kim Ladiges e Matthew Scholes, nel 2022. Peter Boardman e Joe Tasker, cioè quelli del 1976, avrebbero potuto essere i loro nonni, anche se avevano più l’aspetto di due beatnik sessantottini.
Il magnifico Changabang
Il magnifico Changabang era stato scalato per la prima volta solo due anni prima, nel 1974, da una spedizione guidata da Chris Bonington, lungo il versante sud-est e la cresta est, e la parete ovest era considerata pressoché impossibile da tutti gli alpinisti del mondo tranne Tasker, che se n’era innamorato nel 1975 scalando il vicino Dunagiri con Dick Renshaw. Nel frattempo Peter Boardman detto Pete, un tipo educatamente ribelle con i capelli alla George Harrison, tornava trionfatore dalla parete sud ovest dell’Everest. L’Inghilterra era fiera del suo ragazzo, la regina lo aspettava a palazzo, ma lui si sentiva un perdente perché aveva saputo che Tasker e Renshaw erano appena stati sul Dunagiri: leggeri e liberi!
Pete annota amaramente: “Ero lì seduto, pieno di invidia. Dennis era già al telefono con la stampa locale: “Solo loro due… Scarse finanze… Una cima di settemila metri…Molto più significativo che la nostra recente spedizione all’Everest, pensavo, e della noia fottuta che mi aspettava: inviti, ricevimenti, cene…”.
“Solo loro due… Scarse finanze… Una cima di settemila metri…molto più significativo che la nostra recente spedizione all’Everest, pensavo” Peter Boardman
Il ballo dopo la festa
Dopo nove mesi di sbornie e preparativi, Boardman e Tasker ripartono per l’Himalaya diretti allo scudo occidentale del Changabang, la Montagna di Luce. A Manchester, per testare le amache da bivacco, hanno passato qualche notte in un magazzino di cibi surgelati e Pete è stato mollato dalla ragazza “disgustata da tanto fanatismo”. A Delhi li scambiano per due hippies fulminati sulle strade dell’India perché non hanno affatto la faccia da duri, e nemmeno gliene importa. Infine vedono lo spaventoso muro del Changabang e pensano “che ci facciamo qui?”, ma giorno dopo giorno si avvicinano al triangolo di granito, lo sfiorano, lo graffiano, ci credono. Salgono leggeri all’insostenibile, senza appoggi alle spalle, completamente isolati, perduti, liberi: “Stavamo vivendo di momento in momento e non c’era alcuna garanzia di tornare. L’unico modo per vivere i successivi istanti era scendere, slegarsi, mangiare, riposare e ripartire… L’avevamo già fatto sulle Alpi”.
La nascita dello stile alpino
Quando arrivano in cima si sentono semplicemente due sopravvissuti. Sanno di avere compiuto l’opera della vita, e hanno ragione: ora il futuro dell’Himalaya è lo “stile alpino”. L’altro stile è diventato vecchio di colpo. Antiquariato.