Erri De Luca. Foto di Chiara Bargetto
Erri De Luca. Foto di Chiara Bargetto
Foto di Chiara Bargetto
Foto di Chiara Bargetto
Foto di Chiara Bargetto
Foto di Chiara BargettoOltre 250 persone hanno affollato il Convegno Nazionale del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), ospitato l’8 novembre scorso a Gressan. Un successo che, al di là dell’attualità del tema – il Monte Bianco come laboratorio di sperimentazione verticale – ha trovato il suo culmine in un incontro capace di zittire la sala e accendere emozioni: quello con Erri De Luca, lo scrittore-alpinista appena nominato socio onorario dell’Accademico.
La cerimonia di apertura è stata affidata al presidente generale del CAAI Mauro Penasa e al presidente del Gruppo Occidentale Fulvio Scotto, organizzatore dell’edizione 2025. Tra le autorità presenti, il sindaco di Gressan René Cottino, il presidente del CAI regionale Marco Bonelli e il nuovo presidente della Regione Valle d’Aosta Renzo Testolin. Il vicepresidente generale del CAI Giacomo Benedetti ha chiuso la sessione inaugurale.
Ma l’attesa, quasi palpabile, era tutta per lui: De Luca. L’ingresso dello scrittore ha trasformato il convegno in un momento collettivo di ascolto. Acclamato dal pubblico, De Luca ha portato una voce diversa: quella dell’alpinista che conosce il silenzio delle pareti e del poeta che, dalle stesse pareti, sa tornare con parole essenziali.
Monte Bianco, laboratorio di visioni
Il pomeriggio del convegno ha intrecciato storia, testimonianze e sguardi sul futuro. Ad aprire la ricostruzione storica è stato Pietro Crivellaro, che ha rivendicato il ruolo dimenticato dei cartografi militari: esploratori ante litteram, compagni dei valligiani che molto prima dell’epoca romantica già si muovevano tra crepacci e burroni, guidando reparti e salvando vite. Un invito, il suo, a ripensare la narrativa delle origini dell’alpinismo.
Da qui, il testimone è passato alla grande eredità degli anni Cinquanta e Sessanta, con Alessandro Gogna ed Enrico Camanni che hanno evocato il clima delle prime invernali e delle solitarie, quelle imprese che hanno scolpito figure come Bonatti e Desmaison.
Ugo Manera ha riportato il pubblico negli anni Settanta e Ottanta, quando il Monte Bianco offriva ancora pareti inesplorate a chi osava cercare linee nuove. Poi il racconto lieve e visionario di Patrick Gabarrou, capace di trasformare la tecnica in poesia, ha ricostruito l’epopea della rinascita dell’ice-climbing.
A seguire, l’ironia tagliente di Marco Bernardi, protagonista di un alpinismo a cavallo tra tradizione e sport climbing, e le esperienze di Ezio Marlier e Anna Torretta, testimoni della rivoluzione tecnica del ghiaccio e del dry-tooling a cavallo tra due secoli.
Manlio Motto, apritore di vie iconiche, ha riportato la riflessione su un tema fondativo: l’etica della scalata e quell’apparente “inutilità” dell’alpinismo che, in realtà, è palestra di responsabilità, visione e anche sicurezza applicata.
L’alpinismo che verrà
Lo sguardo sul presente è stato affidato alla nuova generazione: Marco Ghisio, Jerome Perruquet, François Cazzanelli e Giuseppe Vidoni, protagonisti di un alpinismo contemporaneo fatto di difficoltà altissime, velocità consapevole e esplorazione tecnica.
Dal loro racconto sono emerse tre grandi direttrici:
– la libera estrema in quota, dalle exploit di Huber alla recente Lafaille al Dru;
– il dry-tooling sulle grandi pareti, risposta tecnica ai mutamenti climatici;
– la velocità come sicurezza, come testimoniano l'invernale lampo di Védrines e Billon o la recente salita in giornata di Divine Providence firmata Cazzanelli–Vidoni.
Il film Bianco invisibile ha suggellato questa visione, mostrando come l’esplorazione sia ancora possibile, anche su un massiccio che geograficamente sembra aver già raccontato tutto.
Un Bianco che continua a parlare
Se c’è un filo che ha unito il convegno, è la consapevolezza che il Monte Bianco – pur privo di spazi vergini – continua a essere una sorgente di idee. Lo ricorda spesso Gogna, e lo ha ricordato implicitamente anche De Luca: l’alpinismo non è topografia, è visione. E sul Bianco, le visioni continuano a generarsi, tra granito rosso e linee di ghiaccio sempre nuove.