Jacques Balmat
Chamonix, la famosa statua di Jacques Balmat che indica a H.B. De Saussure la strada per raggiungere la vetta © Wikimedia Commons
Alexandre Dumas
Nel giugno del 1786 due gruppi di chamoniards si avventurano sul Monte Bianco, rispettivamente dal versante di Saint-Gervais e dal vallone dei Bossons, sul versante di Chamonix, lungo quella che era chiamata la “vecchia via” perché aveva visto i primi tentativi.
Jacques Balmat si unisce con qualche sotterfugio alla seconda comitiva. Entrambi gli itinerari portano alla cima del Dôme du Goûter, dove oggi passa la via normale francese, e probabilmente le due spedizioni si sfidano a chi fa prima, un po’ per gioco e un po’ per verificare la strada più veloce fino al Dôme.
Fino in cima, anzi no
Contro le previsioni vince la comitiva salita dai Bossons, anche se ha dovuto superare un dislivello e una distanza più grandi. I due gruppi s’incontrano in vetta. È passato mezzogiorno, i montanari sono stanchi e hanno fretta di andare. Attraverso la spianata del Col du Dôme raggiungono il piede delle Bosses, dove emergono le rocce della cresta sommitale. Jacques Balmat getta l’occhio in cerca di cristalli, la passione è più forte di lui.
Intanto il cielo si è coperto e le nuvole hanno nascosto la cima del Monte Bianco. Le guide esaminano rapidamente la cresta sottile e ghiacciata, che oggi si percorre con i ramponi, e decidono che è impossibile salire; quindi tornano sui loro passi, risalgono al Dôme e divallano verso i Grands Mulets e la Montagne de la Côte, sprofondando nella neve marcia. Raggiungono Chamonix a notte fonda e riferiscono al naturalista de Saussure che dalle Bosses il Monte Bianco è inscalabile. Bisogna cercare un’altra via.
Una passione irresistibile
Spunta l’alba e manca un alpinista: Jacques Balmat. Che cosa è successo a Jacques? L’hanno seminato sulla montagna? Racconterà di essersi allontanato dalla pista dei compagni mentre scendeva tutto solo dal pendio del Dôme avvolto nella nebbia; affermerà di aver visto una roccia e di essersi appartato in cerca di cristalli.
Si tratta di una scelta nebulosa e piena di punti interrogativi, ma è indubitabile che Jacques si attardi, venga sorpreso dalla notte e dal temporale, sia costretto a bivaccare sul ghiacciaio. Il giovane si sdraia sulla neve con un fazzoletto sul volto, batte i denti e fissa le luci di Chamonix finché non si spengono. Allora si rimette in cammino e alle 8 del mattino rientra in paese sano e salvo, in tempo per la colazione. Il bivacco inaspettato – oppure cercato: non si sa – sarà ampiamente utilizzato dai costruttori della leggenda di Balmat, a cominciare da Alexandre Dumas che gli mette in bocca un particolare inverosimile: “Nei brevi intervalli di silenzio che interrompevano di minuto in minuto la caduta delle valanghe e lo scricchiolio dei ghiacciai, sentivo abbaiare un cane a Courmayeur, per quanto ci fosse circa una lega e mezza da quel villaggio al punto in cui mi trovavo. Ciò mi distraeva. Era l’unico rumore della terra che arrivava fino a me. Verso mezzanotte il maledetto cane tacque ed io ricaddi in quel diabolico silenzio simile a quello dei cimiteri”.
"Nei brevi intervalli di silenzio che interrompevano di minuto in minuto la caduta delle valanghe e lo scricchiolio dei ghiacciai, sentivo abbaiare un cane a Courmayeur. Era l’unico rumore della terra che arrivava fino a me. Verso mezzanotte tacque e io ricaddi in quel diabolico silenzio simile a quello dei cimiteri”. Alexandre Dumas, citando Balmat
Scremando le iperboli degli agiografi e accantonando le fantasie del protagonista, resta il fatto che Balmat sul ghiacciaio ci dormì davvero. Di tutta la sua carriera alpinistica questo è probabilmente (e involontariamente) il momento fondamentale, perché la notte sul ghiacciaio era l’ultimo fantasma da scacciare per scalare l’alta montagna. La conquista della notte, l’esorcizzazione del mistero, la sconfitta della paura nella sua dimensione più irrazionale e assoluta, sono le tre conquiste simboliche che hanno preceduto e permesso l’avventura dell’alpinismo.