La vanessa io, un'apoteosi di colori © Pixabay
La saturnia del pero, una falena © Mattia Corsato
Il tabacco di Spagna, un Lepidottero comune in montagna © Denis Perilli
La vanessa dell'ortica, capace di spingersi oltre i 5000 m © Denis Perilli
L'argo azzurro, un Licenide © Pixabay
Le ali "dipinte" del macaone © Denis Perilli
Parnassius mnemosyne, specie tipicamente montana © PixabayLe farfalle, i Lepidotteri per chi si occupa di scienza, stanno simpatiche a tutti! È davvero difficile che non piacciano. E chi cammina in montagna sa bene che d’estate, quando è sudato marcio, può ritrovarsi questi colorati esseri volanti appoggiati sulla pelle o sui vestiti. Vanno alla ricerca di sali minerali, visto che il nettare di cui si nutrono ne è povero. Questo comportamento si chiama mud-puddling e loro ci stanno letteralmente assaggiando con i sensori che si trovano nelle loro zampette.
Le specialiste dell’alta quota
Cercando di fare dei ragionamenti confinati nel nostro territorio nazionale, ma attuabile in molti altri contesti geografici, fra colline e vere montagne delle Alpi, degli Appennini e delle due grandi isole, possiamo affermare che esistono delle farfalle (e delle falene, ossia le specie notturne che si differenziano anche per molte caratteristiche morfologiche) che stanno bene un po’ in tutti gli ambienti e altre che invece prediligono salire di quota. Le possiamo osservare nei boschi, ma in genere sono gli spazi aperti quelli che ospitano più esemplari e più specie, e la cosa è abbastanza logica vista la loro esigenza di nutrirsi sui fiori.
Fra le “generaliste” più comuni troviamo il lo splendido macaone (Papilio machaon) e il podalirio (Iphiclides podalirius) a rappresentare la famiglia Papilionidae. Ci sono poi le colorate vanesse (famiglia Nymphalidae), con delle “specializzate” anche per l’alta quota, come specificato nelle prossime righe: vanessa io (Aglais io), la vanessa del cardo (vanessa cardui) e la vanessa dell’ortica (Aglais urticae).
Un’altra famiglia ben rappresentata è la Lycaenidae, con farfalle di piccole dimensioni e specie diffuse un po’ ovunque affiancate ad altre che preferiscono i pascoli e i prati alpini. Fra le più facilmente osservabili ricordiamo l’argo azzurro o icaro (Polyommatus icarus), l’argo bronzeo (Lycaena phlaeas) e la minuscola licena della verga d'oro (Lycaena virgaureae).
Considerando invece le farfalle specializzate per la vita in montagna, la nostra attenzione non può che andare a concentrarsi su una vera e propria icona, ossia l’apollo (Parnassius apollo), parente prossima del macaone e del podalirio. Presenta un areale piuttosto discontinuo, a testimonianza del fatto che la si rinviene solo dove ci sono alture. Il suo “optimum” è attorno ai mille metri, ma il suo areale altimetrico va dai 400 ai 2500 m circa. Isolata nelle popolazioni sì, ma dove è presente diviene specie abbastanza comune. Non è particolarmente esuberante nella colorazione, esibisce infatti una livrea bianca con ali punteggiate da piccole macchie nere nella zona anteriore e con due o più grandi macchie rosse, circolari e bordate di nero. Le larve (bruchi) si nutrono sulle piante del genere Sedum. Strettamente imparentata è la mnemosine (Parnassius mnemosyne), simile negli adattamenti, più piccola e caratterizzata da ali quasi interamente bianche e trasparenti.
L'apollo, tipica farfalla montana © Andrea GreciInteressante è l’osservare come le farfalle del genere Parnassius possiedano una fitta peluria nera che ricopre il corpo e che riesce ad assorbire le frequenze dei raggi solari che servono per scaldarsi.
Piuttosto comuni sono invece, in ambiente collinare, le appartenenti alla famiglia Zygaenidae, ossia le zigene. Si tratta di falene diurne caratterizzate da ali nere con riflessi metallici e macchie rosse o gialle. Sono indigeste se non velenose e in effetti, nel linguaggio delle farfalle, proprio il giallo, l’arancione e il rosso rappresentano i colori aposematici, quelli che vogliono dire “lasciami stare, sono pericolosa, sono velenosa, non mangiarmi”.
Zygaena filipendulae, una falena velenosa © Pixabay
I record mondiali
Qual è la farfalla che riesce a volare più in alto? La già citata vanessa del cardo è stata osservata a circa 6700 m di quota, mentre la sua “cugina” vanessa dell’ortica è stata vista più volte attorno ai 5000 m. Ma perché questi esili esseri volano così in alto? Questo avviene durante le loro lunghe migrazioni stagionali, spostamenti che le portano a dover superare (sfruttando le correnti in quota) catene montuose importanti quali l’Himalaya e le Alpi. La cosa incredibile è che a tali altitudini l’aria è rarefatta e le temperature piombano drasticamente sotto zero, sembra che queste farfalle riescano ad accumulare calore prima di innalzarsi sfruttando le termiche.
La vanessa dell'ortica, capace di spingersi oltre i 5000 m © Denis PerilliLa farfalla che invece vive stabilmente più in alto sembra essere la Baltia shawii, appartenente alla famiglia Pieridae, che popola le regioni montuose dell'Asia centrale, tra cui l'Himalaya, il Tibet, il Pamir e le alture dell’Afghanistan. Con le sue ali biancastre e le sue dimensioni piuttosto contenute, risiede con continuità fra i 4500 e i 5600 m di altezza.
I bruchi “antigelo”
Già l’adattamento delle farfalle alle condizioni estreme delle alte quote sembra essere un qualcosa di miracoloso, ma i bruchi, ossia gli stadi larvali, come riescono a sopravvivere? Lo fanno grazie a una combinazione di adattamenti biologici e comportamentali. Sfruttano infatti la forma del corpo per accumulare e non disperdere calore, attuano strategie di ibernazione e regolano i ritmi vitali a seconda delle stagioni e, soprattutto, dei momenti. Alcune specie riescono a produrre un vero e proprio antigelo, ossia sostanze simili al glicole etilenico che impediscono all’acqua, e quindi ai liquidi vitali, di ghiacciare. Riescono poi a entrare in diapausa, con il corpo letteralmente ghiacciato ma ancora vivo e pronto a risvegliarsi al cambio delle condizioni. Lo stato di torpore viene abilitato anche durante la notte, situazione che porta al risparmio di energie e alla conservazione del calore. Ogni specie ha poi le proprie “soluzioni”, attivabili sia per i bruchi che per gli stadi adulti.
Gli endemismi nostrani
Le nostre montagne custodiscono dei piccoli gioielli alati, ossia degli endemismi, specie che popolano solo areali ristretti e non si trovano in nessuna altra parte.
L’erebia dei ghiacciai (Erebia christi) è considerata la farfalla più rara d’Europa, essendo confinata in poche località delle Alpi Lepontine, fra il Piemonte e la Svizzera, come l’Alpe Devero e la Val Bognanco. Diffusa fra i 1600 e i 2200 m di quota ha poco vistose ali scure con degli ocelli arancioni. Altre specie del genere Erebia (E. pandrose, E. pluto, E. epiphron, E. arvernensis) hanno creato situazioni particolari in Appennino, con sottospecie e gruppi locali presenti solo in aree ristrette dei Monti Sibillini, dei Monti della Laga e del Gran Sasso. Sono questi dei chiari esempi di relitti glaciali, ossia di popolazioni che sono rimaste isolate durante i periodi delle grandi glaciazioni e si sono evolute in modo separato e originale.
Una farfalla del genere Erebia © PixabayIncredibilmente ancora più ristretto è l’areale della Polyommatus exuberans, un piccolo licenide azzurro confinato nei pressi del Massiccio del Rocciamelone, in Valle di Susa (Piemonte).
Altro endemismo circoscritto è quello dell’eudonia di Seneca (Eudonia senecaensis), una piccola falena diurna che se ne sta sulle Alpi Marittime, fra Italia e Francia.
La lista prosegue con il plebeio di Trapp (Plebeius trappi), piccolo licenide diffuso fra le Alpi svizzere e italiane, la licena italica (Lycaena italica) dell’Appennino e la zerynthia di Cassandra (Zerynthia cassandra) che predilige le aree collinari dell’Italia centro-meridionale.
Sono quasi tutte specie classificate come “minacciate” nella Lista Rossa della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, https://www.iucn.it/).