Cordillera Blanca: nuova via sulla parete sud del Chacraraju

Dopo tre tentativi falliti e la promessa di non riprovarci, Josué Sanchez è invece tornato in Perù con Jon Zerain e Raymond Eckland, riuscendo ad aprire una nuova via di 850 metri sul versante meridionale, fino alla vetta di 6.108 metri.

Dopo tre tentativi falliti insieme a Nathan Heald, la giovane guida peruviana Josué Sanchez aveva deciso che sul Chacraraju non sarebbe più tornato. La montagna, una delle più ostili della Cordillera Blanca peruviana, gli aveva già presentato più volte un conto piuttosto salato: meteo terribile, terreno instabile, 15 metri di caduta in un crepaccio. Ma se Josuè non va alla montagna, la montagna va da Josuè: quest'anno il giovane alpinista peruviano si è trovato di nuovo sotto quella parete, un mostro di roccia e ghiaccio, insieme al basco Jon Zerain e al neozelandese Raymond Eckland.

Una lunga storia

Il primo a tentare l'apertura di questa nuova linea sulla parete sud del Chacra era stato Nathan Heald, guida statunitense che vive in Perù da più di vent'anni, noto per numerose ascensioni sulla Cordillera Blanca. Questi aveva dedicato alla parete diverse spedizioni con altrettanti compagni, senza mai riuscire nell'impresa. La prima volta che era stato sul ghiacciaio insieme a Sanchez, i due si erano trovati ad aprire la traccia nella neve profonda, e Nathan era caduto in un crepaccio. "Non avevo visto la caduta, avevo solo sentito il rumore del corpo di Nate che toccava il fondo del crepaccio. Pensavo che fosse andato, invece dopo cinque minuti mi ha risposto" racconta Josuè, raggiunto al telefono.

Al tentativo successivo, il mulattiere che i due avevano contrattato per trasportare il materiale necessario alla spedizione non si era presentato, costringendo gli alpinisti a caricarsi di moltissimo peso e privandoli delle energie necessarie per la salita. Al terzo tentativo i due avevano tentato una linea diversa, arrivata al game over in una zona di seracchi e terreno esposto. "Per me, con il Chacraraju era finita lì" aggiunge Josuè.

Due giorni alla Laguna 69

Tuttavia, un'altra spedizione c'è stata. Il maltempo ha di nuovo cercato di impedirla, ma una volta arrivati alla laguna 69, inizio del trekking di avvicinamento, i tre andinisti hanno deciso di attendere, e dopo due giorni il sole ha finalmente deciso di brillare sulla loro salita.

Il tratto per arrivare al ghiacciaio è già un osso duro: 30 metri di misto da salire con gli zaini pieni, e con un'esposizione notevole. Poi arrivano i crepacci, così aperti da lasciare a malapena i ponti per attraversarli, a quattro zampe e sempre con la consapevolezza che potrebbero rompersi da un momento all'altro. "Siamo arrivati alla base della parete intorno alle 19, e per fortuna abbiamo trovato una grotta dove montare la tenda. Continuava a nevicare debolmente quando abbiamo puntato la sveglia alle tre del mattino dopo".

Ghiaccio, misto e una notte in grotta

Il primo tiro è su neve molto instabile e ripida. Josué deve ripulire la superficie per trovare una linea di salita. Poi Raymond apre un tiro di misto piuttosto esposto, con poche possibilità di protezione.

La cordata raggiunge quindi una pala che, osservata dal basso, sembrava percorribile in conserva. Ma quello che sembrava neve si rivela essere ghiaccio, e i tre sono costretti a procedere a tiri, per quattro o cinque lunghezze in cui i sassi cadono dall'alto come proiettili. Superato anche questo tratto, i tre arrivano alla base di una cascata di ghiaccio alta circa 70 metri, il punto chiave di tutta la parete.

È ormai pomeriggio. L'idea iniziale era bivaccare alla base della cascata, ma non c'è un posto adatto. "Raymond ha deciso di continuare, dicendo che avrebbe aperto lui il tiro. Tra i tre, era lui quello con il livello tecnico più alto in termini di ghiaccio e misto". Quando i tre escono dalla cascata, il buio sta per calare sulla parete. Sopra le loro teste c'è un canale di neve: di un punto pianeggiante per bivaccare, neanche l'ombra. "Alla fine ci siamo spostati e abbiamo trovato una piccola grotta. Ci siamo infilati nei sacchi a pelo fradici con gli scarponi addosso, stendendoci sopra i teli termici. È stata una delle notti peggiori che abbia mai passato: a un certo punto ho chiuso gli occhi aspettando che spuntassero le prime luci".

"È stata una delle notti peggiori che abbia mai passato: a un certo punto ho chiuso gli occhi aspettando che spuntassero le prime luci". Josué Sanchez

L'ultimo giorno

Alle tre del mattino i tre sono in piedi e pronti a partire. "Eravamo così stanchi che Jon a un certo punto si è addormentato mentre faceva sicura. All'alba, Ray ha visto un viso di donna in un raggio di sole che illumina la neve. Abbiamo pensato che fosse il Chacra, che era stato di malumore per tutta la salita e finalmente aveva deciso di sorridere. Per questo abbiamo chiamato la via Shumaq Warmi, che in quechua significa bella donna".

Superati gli ultimi tiri di neve instabile, i tre arrivano in vetta, intorno a mezzogiorno. Appena un quarto d'ora di pausa e poi è già tempo di intraprendere la discesa, dieci ore di calate in doppia in mezzo alla neve. Quando i tre arrivano alla Laguna 69, ad aspettarli c'è il cugino di Jon, rimasto lì ad attenderli per i sei giorni di spedizione, senza mai avere notizie dai tre, temendo il peggio.

WI4+ / M5 / VI | 850 m sono i numeri di questa nuova linea al Chacraraju, che raggiunge i 6108 metri di altitudine. La linea si trova nella vicinanze della via Viva el Tocino, con cui condivide i tiri iniziali, è poi nuova fino alla cresta sommitale, dove si ricongiunge con la normale. La parete Sud del Chacraraju è solcata da numerose linee di scalata, tutte molto tecniche e scarsamente ripetute. Dal 2024 nessuno era riuscito a raggiungere la vetta della montagna. 

"All'alba, Ray ha visto un viso di donna in un raggio di sole che illumina la neve. Abbiamo pensato che fosse il Chacra, che era stato di malumore per tutta la salita e finalmente aveva deciso di sorridere. Per questo abbiamo chiamato la via Shumaq Warmi, che in quechua significa bella donna". Josuè Sanchez