'Il verso dell'ira', cosa ci può insegnare una slavina?

Parole in quota oggi ci porta con il linguaggio della poesia tra paura, coraggio e rinuncia. A volte l'equilibrio del mondo richiede un passo indietro dell’umano, che aiuta a coltivare un rispetto per tutto quanto è più grande di noi
Paola Loreto © Daniele Bonini

 

Non sarei mai potuta diventare una vera alpinista perché non sono abbastanza brava a gestire la paura (con la fatica va molto meglio). La paura serve a trovare il coraggio, la fatica a sviluppare la resistenza. E per allenarsi bastano buona volontà e autodisciplina, sorrette da tanto amore per l’ascesa.

Però è anche una questione di proporzioni. Se la sfida non è commisurata alle mie risorse, fisiche e mentali, invece di provare il sentimento del sublime, davanti alla grandezza e alla potenza della natura, provo solo orrore e terrore. Edmund Burke, che nel 1757 scrisse un trattato per distinguere le nostre idee del sublime e della bellezza, dice che per contemplare il sublime bisogna guardare quello che ci incute un senso di pericolo da una certa distanza. Così possiamo ammirare paesaggi selvaggi e smisurati sentendoci al sicuro. Per questo quando avverto che la sproporzione tra il mio essere creatura e l’Essere che è il principio di vita che ha generato le montagne è troppo grande, scappo. Mi sottraggo al confronto impari.

Vivo questa reazione anche come una forma di umiltà obbediente verso l’ambiente, che mi sta segnalando come dispormi nei suoi confronti. È chiaro che attribuire una volontà a una slavina è scorretto: la montagna non ha volontà. Però figurarsi che l’equilibrio del mondo richieda un passo indietro dell’umano aiuta a coltivare un rispetto per tutto quanto è più grande di noi, e prezioso (ed esauribile). Forse il sentimento del sacro - il mysterium tremendum di Rudolf Otto, che incute un timore reverenziale - può aiutarci a preservarci preservando la nostra casa: fermandoci davanti a un limite che ci costituisce e ci consente di essere. Allora lascio i couloir irati ai camosci, che appartengono all’ecosistema montano più severo: lasciano tracce, invece di batterle come gli umani, intuendone la direzione con l’istinto di chi sa leggere i segni della montagna.

Il verso dell’ira

 

Va bene, scendo.
Me ne vado.
Non ti sfido questa volta:
sei troppo più grande
di me. È troppo orrenda
la tua voce, che mi dice:
potrei raggiungerti ora, qui.
Sembra azzurro il cielo,
accecante la luce,
ma quel rombo sordo
inizia troppo lontano
avanza inesorabile
si gonfia a dismisura
esplode ogni cosa
che incontra nella corsa –
è sempre alle spalle
e adesso sotto i piedi
nei vestiti nella gola
alle narici.
Ti fermi a pochi metri e
sei marrone della cattiveria

che hai sfogato nel canale,
sporco del sangue
del colatoio,
esausto.
(E l’ira esaurita?)
Non voglio pensare
alla vita della mente,
in alto. Sanno i camosci
dove è meglio lasciar
traccia per passare.
Batterla è degli uomini.
A loro bastano
i segni, i segnali.

Ero certamente nella valle dell’Inferno, con gli sci, meta il Pizzo dei Tre Signori, in Valle Brembana. Mi ha colpita per prima - e arrestata- il rumore sinistro, terribile, inaudito della slavina, poi l’ho vista scendere. Mi sono immaginata come avrebbe potuto essere a distanza più ravvicinata: esserci dentro, esserne parte. Ne ho avvertita tutta la violenza e ne ho avuto orrore, terrore. L’ho descritta come tale: come uno sfogo del potenziale distruttivo della montagna. Per me, l’indicazione di comportamento è un rispetto di una volontà inequivocabilmente indicata: stare alla larga, almeno oggi, almeno da qui. Come per Henry David Thoreau sotto la cima del monte Katahdin.