Dino Buzzati, la corda tesa tra il deserto e l'abisso

120 anni fa, il 6 ottobre 1906, nasceva lo scrittore che parlava con le montagne. L'amore per la Schiara, ma anche per le Pale di San Martino, si nutre di contrari e tende all'infinito, senza riuscire ad afferrarlo: "Quel colore è un miracolo di sfumature, un’essenza inafferrabile”.

 

Dino Buzzati nasce a San Pellegrino di Belluno il 6 ottobre 1906, all’inizio del nuovo secolo. Fin da bambino, il futuro giornalista e scrittore è perdutamente attratto dai profili dolomitici. Scala con la guida feltrina Gabriele Franceschini, quando le folle tornano in città e le cime riacquistano il silenzio e il candore dei Monti Pallidi.

Schiara, ma non solo

Dopo il gruppo della Schiara, la montagna di casa, le Pale di San Martino sono le vette più amate e raccontate dal Buzzati giovane e da quello maturo, che le considera il luogo del mistero. Le Pale non sono un massiccio troppo degradato dalla frequentazione turistica e incarnano le due dimensioni dell’assoluto: l’orizzontale e il verticale. Per Buzzati la montagna non è un teatro in cui confrontare le forze con quelle della natura, e tanto meno un chiassoso luna park domenicale dove fare la fila sulle rotte alla moda. Per lui è un mondo incantato, il posto dello spirito. Buzzati è ugualmente attratto dalle pareti sfuggenti del Cimon della Pala, del Campanile Pradidali o della Cima della Madonna, i luoghi della vertigine, come dalle morbide linee orizzontali dell’Altopiano, la landa petrosa che si estende nel cuore del massiccio delle Pale. 

La tensione dei contrari

Buzzati è stregato dalla metafora dei contrari, la corda tesa tra il deserto e l’abisso; si porta dentro i paesaggi delle Pale per tutta la vita, e con la memoria di quei paesaggi ambienta le novelle e i romanzi. Basta leggere tra le righe e le creste appaiono sempre, perfino tra i palazzi di una città, o dietro le allucinazioni del tenente Drogo perso nello stillicidio del tempo. Le malinconie rocciose delle Pale prendono forma e
sostanza nelle atmosfere sospese del Deserto dei Tartari, accanto ai ricordi della Val Belluna, le fortezze naturali di Val Canali e gli scorci remoti di Canàl d’Agordo. “Stavo arrampicando col tenente Drogo nel ‘Deserto dei Tartari’ – scrive Franceschini –; la stessa solitudine, la stessa aspettativa sullo sfondo del desertico silenzio… Alla sera, prima di dormire, Dino dice: Mi piace pensare che torniamo lassù, spero che la via che mi proponi non sia troppo difficile e che in vetta si possa goder tutto come oggi”.

“Stavo arrampicando col tenente Drogo nel ‘Deserto dei Tartari’; la stessa solitudine, la stessa aspettativa sullo sfondo del desertico silenzio…" Gabriele Franceschini

Buzzati insegue sempre la stessa nostalgia di infinito: lui non credente, eppure istintivamente religioso: “Che senso hanno in fin dei conti le montagne – scrive in un momento di pessimismo all’amico Arturo Brambilla –. Sono sempre rimaste fuori di noi, non sono mai state nostre, non rispondono al bene che vogliamo loro”. Ma senza illusioni Dino non può vivere, e ogni estate torna pieno di speranze alle Pale di San Martino dopo averle sognate a Milano nelle notti d’inverno, e disegnate con il suo tratto scabro e fiabesco. Ma anche quella è un’illusione: “È difficilissimo disegnare un particolare di parete, roccia o nuvola – confida a Franceschini –. Quel colore è un miracolo di sfumature, un’essenza inafferrabile…”.