Lynn Hill durante il talk di venerdì ad Arco © Rock Master Festival
John Bachar suona il sax a Camp 4, Yosemite
Il poster della prima ascesa in giornata di The Nose, nel 1994
Lynn Hill impegnata in un boulder a Yosemite © Jim Bridwell
Lynn Hill al Rock Master di Arco, negli anni Novanta © Marco Scolaris
Lynn Hill ospite al Rock Master 2026, nel quarantennale della manifestazione © Rock Master Festival
Lynn Hill in Yosemite nei primi anni Novanta © John McDonald
Lynn Hill nel 1993, durante la prima libera di The Nose © Heinz Zak“Some day, some guy’s gonna free The Nose”/“Un giorno, un ragazzo libererà The Nose” dichiarava John Bachar negli anni Ottanta. Eppure non fu esattamente un ragazzo a salire per la prima volta in libera la celebre linea sulla più famosa e aggettante big wall del mondo, quando piuttosto una ragazza. E che ragazza! Lynn Hill, nel 1993, si assicurò una gloria imperitura mentre il suo “It goes, boys”/“Ci si riesce, ragazzi!” – in risposta proprio alla profezia di Bachar – troneggiava nei giornali e sui poster.
Classe 1961, arrampicatrice sin dalla prima adolescenza, trascorsa in scorribande fra Yosemite e Joshua Tree (spesso accompagnata dalla sorella), Lynn ha segnato un’epoca, liberato - come ricordavamo sopra - una delle vie più iconiche della storia su una parete leggendaria (prima che qualsiasi altro climber, maschio o femmina che fosse, riuscisse anche solo a immaginarlo) e vinto ben cinque edizioni di Rock Master (quattro consecutive).
Ci sono però cose, nella sua storia, che forse non vengono ricordate abbastanza. Come il fatto che oltre a liberarla, The Nose, Lynn l'ha anche ripetuta in giornata (23 ore), realizzando un’altri primato storico, esattamente l'anno dopo il suo exploit originario. E che il suo esordio nelle competizioni, ben prima che al Rock Master, fu fra i Santee Boulders di San Diego, in California, nel 1981. Un raduno che segnò un’epoca, di cui non è quasi rimasta traccia, ma capace di spingere Lynn a capire che forse, in futuro e proprio grazie a gare come quella, avrebbe potuto fare dell’arrampicata la sua vita. “Per questo arrivare qui al Rock Master, ormai quarant’anni fa, fu per il mio percorso un tassello davvero importantissimo”.
Un tuffo nel passato
Che parola useresti per descrivere la tua prima esperienza qui al Rock Master?
Sicuramente l’aggettivo ‘nuovo’. Il Rock Master, così come il mondo delle competizioni in generale, era per me e per tutti gli altri arrampicatori coinvolti qualcosa di estremamente nuovo. All’epoca non avevamo internet, la community si costruiva dentro scenari più piccoli e le persone interessate all’arrampicata erano ancora una minoranza: ritrovarmi catapultata in un contesto capace di richiamare comunque una discreta attenzione su ciò che stava accadendo era per me una novità assoluta. Allo stesso modo, era nuovo anche il tipo di roccia su cui stavamo arrampicando: non conoscevo il calcare. Così come era decisamente una novità la possibilità di incontrare tanti climbers da tutto il mondo in un centro così piccolo e ancora in via di sviluppo come Arco.
Arco che, negli anni, è diventata patria dell’arrampicata sportiva, al netto della pletora di negozi che oggi troviamo ad ogni angolo di strada. Stando a quanto ricordi, quando pensi sia emerso il primo vero interesse da parte dei grandi marchi per questo sport?
All'inizio, in America, non avevamo sponsor in grado di supportarci. Le sponsorizzazioni hanno cominciato a farsi largo in questo settore proprio con l'avvento delle competizioni. E a metà degli anni Ottanta, proprio grazie ad iniziative come il Rock Master, le aziende iniziarono a capire che l’arrampicata poteva diventare un buon mercato e che rappresentare gli atleti del settore era qualcosa che poteva andare a beneficio di tutti. Credo di aver avuto i miei primi contratti nel 1988. La gradualità con cui questo processo si è sviluppato mi ha permesso di diventare altrettanto gradualmente un’atleta professionista. Prima vivevo a New York, guadagnavo qualcosa come guida – fino ad allora unico mestiere in grado di permettere a qualcuno di poter vivere attraverso l’arrampicata – ma è grazie alle sponsorizzazioni che ho potuto finalmente coronare il sogno di viaggiare ed esplorare il mondo, arrampicandovi.
Fra i posti del cuore che hai esplorato molto c'è anche l’Italia, diventata quasi una seconda casa per te.
Assolutamente. Anche se il mio amore per l’Europa è nato dapprima in Francia. Nel 1990 ho comprato una casa nel sud della Francia e qualche anno dopo, più precisamente in Thailandia, ho incontrato Pietro Dal Prà che mi ha proposto di portarmi ad arrampicare nelle Dolomiti. Ho afferrato quell’occasione al volo, cominciando a frequentare molto di più l’Italia e imparando poi la lingua. Dai primi anni Duemila vengo molto spesso qui e mi accorgo che, nonostante il passare del tempo, la Valle del Sarca conserva ancora moltissimo potenziale, capace di attrarre climber che decidono addirittura di trasferirsi in pianta stabile nella zona. Lo stesso Adam Ondra, che al Rock Master abbiamo visto crescere.
Hai mai pensato di fare una scelta analoga?
Perché no? Ci ho pensato una ventina di anni fa, ma allora era difficile lasciare la mia famiglia e mia madre. Ora mio fratello vive a Londra e torna negli Stati Uniti ogni volta che può e penso che questo mi abbia aperto un po' la strada e che oggi mia madre riesca a capire meglio il fatto che io sia più felice qui. Ho sempre avuto una certa connessione con l'Italia, forse genetica: il mio bisnonno paterno era italiano, proveniva da un paese vicino a Salerno e cambiò il proprio cognome da Fucentese a Hill. Penso anche che di questi tempi, in America, le cose non vadano molto bene, non soltanto dal mero punto di vista politico. Ho come l'impressione che un individualismo sfrenato, unito all'incapacità di creare una comunità in grado di accettare davvero le differenze, abbia preso il sopravvento su tutto. Qui in Italia ritengo che un certo spirito di condivisione permanga ancora, nonostante i tempi difficili. E ogni volta che torno ad Arco, tutto questo si coniuga perfettamente con un'arrampicata ancora sublime. Dunque sì: ci penso spesso e chissà che non accada.
Il futuro dell'arrampicata
Lo sport-arrampicata negli ultimi anni si è sicuramente biforcato: da un lato ci sono atleti che arrampicano quasi esclusivamente indoor e dall’altro c'è chi ancora riesce a mantenere un equilibrio fra le due facce di una medaglia in costante evoluzione. Che futuro ci attende?
Credo che una coesistenza dei due approcci continuerà a caratterizzare il nostro mondo, anche se noto pure come l’attitudine generale all’allenamento, in entrambi i casi, sia cambiata moltissimo. In quegli anni, per noi, allenarsi significava semplicemente andare a scalare. E la nostra schedule consisteva in due giorni intensissimi di arrampicata seguiti da un giorno di riposo, ricominciando subito dopo. Oggi è tutto molto più strutturato, si è persa quella purezza di base che ovviamente caratterizzava uno sport ancora agli arbori, ibrido e meno professionale di quanto lo sia ora. E sicuramente le Olimpiadi hanno avuto un ruolo importante in questa sorta di ‘allontanamento’ fisiologico dell’arrampicata – intesa come sport – dalle falesie.
La popolarità delle palestre sta spingendo l’arrampicata a diventare mainstream, allo stesso modo ci sono falesie che soffrono per via di questo assalto di massa. Come la vedi?
Negli Stati Uniti abbiamo tre organizzazioni che si occupano di questo tema: l'Access Fund, l'American Alpine Club e la Boulder Climbing Community. In generale si cerca di mantenere pulite le falesie, di sensibilizzare i loro frequentatori, soprattutto neofiti, su quanto impattante possa essere il nostro sport. Ed è importante che campioni come Cédric Lachat [protagonista di The future of climbing, ndr] vogliano parlarne così apertamente, senza paura di critiche o malumori. Essere dei fuoriclasse in uno sport che sta crescendo significa non soltanto vivere un privilegio ma avere anche un enorme responsabilità.
Tornando al tuo ‘It goes, boys’, oggi le donne fanno cose incredibili in parete, raggiungendo gradi che fino a dieci anni fa erano appannaggio soltanto del mondo maschile. Credi che arriverà presto una donna capace di aggiudicarsi un 9c?
Credo che Brooke Raboutou, se lasciasse le competizioni e si concentrasse soltanto sull'arrampicata in falesia, sarebbe capace di raggiungere questo livello in pochissimo tempo. Ma ci sono altre ragazze che stanno crescendo sulla scorta del suo esempio e penso che sia esattamente questo il modo in cui le barriere arrivano a cedere: ispirandosi a vicenda. Le donne d'altronde hanno raggiunto oggi quello che solamente cinque anni fa era il massimo livello dell'arrampicata maschile. Il perché non l'abbiano fatto già allora è secondo me da ricercarsi più sul fronte psicologico che sulla nostra reale capacità di farlo. A livello culturale il gap persiste, perché gli stereotipi sono inconsci, ma se è vero che il testosterone in taluni sport è un vantaggio, in arrampicata non è l'unica cosa che conta. La flessibilità è una caratteristica spesso più femminile che maschile, ad esempio, e la domanda che sorge spontanea a questo punto è se le caratteristiche femminili che gli uomini non possiedono siano in grado di compensare nelle donne la mancanza di quella grande forza muscolare assoluta, tipica invece dell'universo maschile. Lo vedremo con il tempo, ma credo che la risposta sia positiva e che il gap fra maschi e femmine in arrampicata si cucirà molto presto.