Insospettabili voli sopra le Alpi: le migrazioni meno note

Il volo degli uccelli ha sempre attirato le attenzioni dell’essere umano, sorpreso dalle capacità di orientamento e dalla forza di animali che intraprendono spostamenti stagionali notevoli. Anche le montagne italiane sono territorio di passaggio, sia di specie ben conosciute che di altre del tutto inaspettate.

Fin da piccoli abbiamo imparato che le rondini in autunno migrano in Africa per poi ritornare esattamente nello stesso nido l’anno successivo. Negli ultimi anni, grazie al tam-tam social e a qualche splendido documentario, ci siamo accorti invece che nelle due stagioni di transito, primavera e autunno, sopra le nostre teste volano rumorosi quanto numerosi stormi di gru che dai paesi nordici e dell’Est Europa si spostano, anch’esse, verso il caldo africano.

Ma c’è molto di più, assai di più, sono numerosissime le specie avicole che scavallano i passi alpini e appenninici e che non di rado sostano in aree per loro strategiche quali i grandi laghi o le estese praterie in quota.

La beccaccia e gli insospettabili “montanari” con le zampe lunghe

I limicoli, “amanti del limo” come dice il loro nome, sono quegli uccelli di piccole o medie dimensioni che immaginiamo sbecchettare, a caccia di piccole prede, con le lunghe zampe immerse nel fango e nell’acqua bassa di paludi, lagune e zone costiere.

Fra questi ce n’è uno che si scosta dal gruppo per abitudini, habitat e pure lunghezza (ridotta) delle zampe. La beccaccia, Scolopax rusticola per gli amanti dei nomi scientifici, è un animale piuttosto rustico che alle aree umide, che comunque non disdegna, preferisce i boschi, compresi quelli misti di caducifoglie che ammantano, alle quote inferiori, gran parte delle montagne italiane. Persino il suo nido “ci parla del bosco”, costruito su piccole depressioni del terreno imbottite di foglie secche, erbe e rametti. Raramente però la beccaccia nidifica su Alpi e Appennini, mentre è cosa comune che questi rilievi vengano sorvolati o abitati solo periodicamente. Oramai la sua migrazione post-riproduttiva autunnale è alle porte, con esemplari pronti a portarsi nelle aree mediterranee dalle foreste boreali. Il periodo va da ottobre a dicembre, con un picco di presenze a novembre. Ci sono anche le beccacce che arrivano da est, quelle che evitano le Alpi e si portano sulla dorsale appenninica. Ecco quindi che questi volatili (ahimè ben noti anche ai cacciatori), che preferiscono volare di notte, si fermano anche sulle nostre montagne e le nostre pianure, dove sostano, si nutrono e recuperano energie. Il ritorno verso i paesi nordici (migrazione pre-nuziale) inizia a febbraio e si protrae fino ad aprile.

Una beccaccia © Denis Perilli

La beccaccia non è però una sorpresa per chi conosce la sua biologia, sono ben altre le specie con le zampe lunghe e a lei affini che possono generare stupore a noi non addetti ai lavori nello scoprire che stanno anche fra le montagne. Il piviere tortolino (Charadrius morinellus) è un po’ l’icona dei limicoli “migratori alpini”, specie che sosta anche oltre i duemila metri su praterie sassose. La stazione dell’Assietta, nelle Alpi Cozie, è uno dei luoghi classici dove poterlo osservare.

Ci sono poi specie che sfruttano i corridoi ecologici che incorporano aste fluviali e laghi, rimanendo così sempre a contatto con l’acqua. E sulle Alpi tutto ciò non manca, basti pensare al Lago Maggiore, al Lago di Como, al Lago di Garda, all’Adige e agli affluenti di sinistra del Po. Fra queste spiccano i minuti piovanello pancianera (Calidris alpina) e piro piro piccolo (Actitis hypoleucos), molto legato, quest’ultimo, ai corsi d’acqua montani e ai torrenti con fondo sassoso. Giusto per aggiungere un po’ di nomi fra i tanti vale la pena citare il combattente (Calidris pugnax), documentato in transito e sosta fra le risaie a ridosso delle montagne alpine, il voltapietre (Arenaria interpres), di passaggio sui grandi laghi, e il beccaccino (Gallinago gallinago), molto spesso avvistato con altre specie più rare nella Piana del Cansiglio (in Veneto), animale che ben si adatta nelle aree umide dei fondi vallivi.

 

Gli altri sorvolatori delle nostre montagne 

Il fenomeno delle migrazioni è ancora oggetto di studio da parte degli etologi e molte sfumature rimangono ancora oscure, impreziosite da quel senso di incredulità che ci avvolge ogni qualvolta che pensiamo alla lunghezza delle tratte percorse e alla capacità di orientamento degli Uccelli. Anche se è un animale il cui volo non tange le nostre montagne, va citata la sterna artica (Sterna paradisaea), in grado di compiere, due volte l’anno, il tragitto che collega il Circolo Polare Artico con quello Antartico (circa 70.000 km).

Ma rimaniamo a “giocare in casa”, ossia sulle Alpi, importante ponte di transito (ma anche barriera naturale!) con cui hanno a che fare centinaia di specie che migrano stagionalmente dall’Europa all’Africa. Animali piuttosto diversi fra loro, gregari o solitari, robusti o gracili: tutti animati da quell’istinto che li porta a partire, alla ricerca di cibo e di contesti adatti alla riproduzione.

Ma perché ci accorgiamo solo delle “solite specie”? Semplice, perché la gran parte dei migratori vola di notte, con temperature più agevoli e lontano da occhi indiscreti quali quelli dei rapaci diurni.

Non ha molto senso fare uno sterile elenco di specie, forse risulta più simpatico nominare quelle che in qualche modo richiamano alla montagna o quelle che, al contrario e per svariati, mai immagineremmo come sorvolatrici di alte montagne.

Mentre immaginiamo con facilità le varie oche sorvolare le vette (memorabili certi filmati relativi all’Himalaya), troviamo difficoltà a pensare che le impacciate folaghe (Fulica atra) siano in grado di compiere lunghi spostamenti. Eppure è così, e non è difficile osservarle (talvolta anche come stanziali, in realtà) negli invasi alpini, al pari dei vari svassi in pausa durante la traversata alpina. Ci sono poi i tordi, i fringuelli, i lucherini, i frosoni, le peppole, i crocieri (con delle vere quanto imprevedibili invasioni), le upupe, i succiacapre e addirittura rapaci come i falchi pecchiaioli.

Davvero impossibile nominarli tutti, l’unica cosa certa è l’incertezza, come quella che ha visto una manciata di fenicotteri rosa sorvolare il lago di Santa Croce, nel Bellunese, quando ancora non erano presenti le numerose colonie nel Delta del Po.

Una folaga al Lago di Misurina, sulle Dolomiti © Denis Perilli

 

Le rarità col becco adunco

Quando gli animali hanno le ali tutto è possibile e, infatti, da sempre si susseguono avvistamenti di specie improbabili, rare e considerate ecologicamente avulse ai contesti in questione. Un luogo dove questo tipo di sorprese si stanno ripetendo con una regolarità sorprendente è la Riserva Naturale Regionale del Lago di Cornino, in Friuli-Venezia Giulia, principale centro italiano per la riproduzione, la tutela e lo studio dei grifoni (Gyps fulvus), presenti con una cospiqua e stabile colonia che attira anche esemplari che giungono da lontano.

Recentissimi avvistamenti hanno fatto sobbalzare dalla sedia gli appassionati di rapaci, proprio nel settembre 2026 è stata ivi osservata, di passaggio, una giovane aquila di mare (Haliaeetus albicilla). Nemmeno un mese prima era stato un animale ancor più sorprendente alle nostre latitudini a far capolino, ossia un giovane grifone di Rüppell (Gyps rueppellii) che si è fermato ad alimentarsi nei carnai allestiti della riserva. Ma non finisce qui, negli anni si sono avvicendati il gipeto (Gypaetus barbatus), probabilmente proveniente dai Tauri, il gigantesco avvoltoio monaco (Aegypius monachus) e l’ancor più raro, specie sulle Alpi, capovaccaio (Neophron percnopterus), col suo caratteristico piumaggio bianco. Da ricordare poi che, proprio quest’ultimo, è stato recentemente visto anche nei pressi del Monte Peralba, al confine fra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

Il raro capovaccaio © Pixabay

Di loro avevamo già parlato qui: https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/gli-spazzini-volanti/