Diwangar, Lo scudo di granito dello Swat

La ricognizione del GARS in Pakistan ha portato all'apertura di alcune vie e alla scoperta di un potenziale turistico importante, che va preservato dagli errori del passato

 

Diwangar è una grande parete di granito in ambiente isolato, nello Swat pakistano: nel 2025 una spedizione del Gruppo Alpinisti Rocciatori e Sciatori della Società Alpina delle Giulie ha preso parte al progetto promosso da Mountain Wilderness nell'area. La spedizione ha unito esplorazione, etica della frequentazione e ha lanciato uno sguardo sulle prospettive future, con un’attenzione particolare alla necessità di una valorizzazione coordinata e sostenibile. Vi proponiamo a seguire il testo a noi gentilmente proposto. 

 

Diwangar, Lo scudo di granito dello Swat

di Mauro Bologna

 

Ci sono pareti che si cercano per anni e pareti che, quando finalmente le hai davanti, ti chiedono una cosa sola: tempo. Tempo per guardarle, capirle, tornare. Diwangar, nello Swat pakistano, è esattamente così: uno scudo di granito che domina una valle di pascoli d’alta quota e che, a distanza, sembra quasi “troppo perfetto” per essere reale. Placche compatte, geometrie nette, fessure e diedri che tagliano la parete come se qualcuno li avesse tracciati con un righello.

Nel 2025, la nostra spedizione del GARS si è inserita nel quadro del progetto Swat promosso da Mountain Wilderness (Asian Desk), con l’obiettivo di esplorare e documentare un’area che unisce grandi potenzialità alpinistiche e fragilità ambientali evidenti. Lo Swat è un territorio che sa incantare e mettere alla prova: qui, più che altrove, la montagna è logistica, condizioni, rapporti con le comunità locali.

Tre attrazioni, un’unica sfida

L’Upper Swat offre tre grandi “attrazioni” naturali: i trekking e i passi d’alta quota, l’area dei laghi di Mahodand e, sopra i pascoli di Diwangar, la grande parete di granito. È un triangolo potentissimo. E proprio per questo la sfida è delicata: se il turismo cresce senza regole, ciò che oggi attira diventa domani un problema.

Chi arriva ai Mahodand Lakes lo vede subito: una bellezza naturale straordinaria che, negli anni, è stata sfruttata senza criterio. Strutture, rifiuti, polvere, rumore: un modello che non vogliamo rivedere altrove. Diwangar, invece, è ancora un luogo “vuoto” nel senso migliore del termine: nessun servizio, nessuna rete stabile, niente elettricità, niente acqua “di rubinetto”. L’ambiente è quindi da considerarsi totalmente isolato, con approccio e permanenza che richiedono piena autonomia logistica. In valle passano anche comunità locali che raggiungono questi pascoli per la transumanza e il pascolo dei greggi: un motivo in più per cui ogni presenza esterna deve essere discreta, rispettosa e ben organizzata.

L’avvicinamento: quando l’esplorazione non è solo una parola

Il nostro obiettivo iniziale era più ampio: esplorare il ghiacciaio a nord del Dadarili Pass e testare alcuni passaggi verso l’interno. Le condizioni ci hanno ricordato che la montagna qui non fa sconti: crepacci aperti, ritiro glaciale avanzato, instabilità. Inoltre, difficoltà logistiche e meteo ci hanno sottratto giorni preziosi. A un certo punto è stato chiaro che la vera scelta non era “fare tutto”, ma fare bene ciò che era possibile, senza forzare.

Arrivati infine a Diwangar, ci siamo trovati davanti la classica situazione da spedizione: una parete enorme e un tempo minimo. Una sola giornata effettivamente utile per scalare, prima che il meteo peggiorasse in modo netto. È in quel giorno, però, che abbiamo capito quanto questa montagna abbia da dire.

Il granito di Diwangar: senza compromessi

La roccia comincia a diventare davvero solida nel tratto in cui il sentiero sale verso gli Spingul Lakes. Il granito è estremamente compatto e liscio: una qualità che si porta dietro una conseguenza immediata. Finché le pendenze sono basse, tutto sembra “umano”; quando la parete si impenna, le difficoltà salgono di colpo. Non è un granito “gentile”: è un granito che pretende tecnica, lettura, decisione.

Dal campo base e durante il sopralluogo sotto lo scudo principale abbiamo osservato numerosi sistemi di fessure (spesso intasate dalla vegetazione), diedri, placche e pilastri. Sullo scudo si distinguono linee evidenti: alcune entrano in settori con tetti e strapiombi che suggeriscono itinerari anche molto difficili; altre portano a cenge o zone più complesse da interpretare, dove la sfida diventa soprattutto trovare continuità senza “perdersi nei meandri” della montagna.

Le prime vie: il massimo in una finestra minima

Con una sola giornata a disposizione non abbiamo inseguito la cima. Abbiamo scelto un lavoro pragmatico: aprire linee vicine al campo base, utili sia come seme esplorativo sia come base per future attività didattiche e per tornare con più tempo: un multipitch di 5 tiri protetto a spit, difficoltà massima 6b (nome via: Un giorno da Annibale); una via parallela di 4 tiri in stile trad, difficoltà massima V (nome via: Karik Chhapkali/Lizard Crack); tre tiri molto facili attrezzati per manovre di corda e attività didattiche.

È poco, se guardi una parete lunga chilometri. È molto, se pensi che è un primo passo: un modo per dire “questa cosa esiste” e merita attenzione.

Un luogo dal grande potenziale

Lo scudo di roccia si sviluppa per chilometri in direzione est–ovest. Le possibilità di apertura sono probabilmente centinaia: vie trad su fessure e diedri continui, itinerari più “sportivi” su placche compatte, linee dure su settori strapiombanti. Ma qui è fondamentale capirsi: l’obiettivo non è aumentare i numeri a tutti i costi. L’obiettivo è costruire una reputazione di luogo raro, dove chi arriva sa di essere ospite. Roccia di qualità, ambiente integro, comunità locali coinvolte e un quadro di regole chiaro — come avviene in molte aree alpine sensibili.

Il coordinamento con Mountain Wilderness

Diwangar non è un “nuovo spot” da lanciare in modo casuale. Mountain Wilderness è il riferimento progettuale e valoriale del Progetto SWAT e opera in un quadro di collaborazione istituzionale con le autorità locali. Per questo, ogni comunicazione, proposta di visita e possibile organizzazione di spedizioni future dovrebbe passare da un coordinamento Mountain Wilderness, con linee guida condivise, standard etici e attenzione all’impatto. In altre parole: sì

alla frequentazione, sì allo sviluppo, sì alla divulgazione... ma con un’unica regia, per non ripetere ciò che è già accaduto altrove.

Guardare avanti

Oggi le regioni vicine vivono fasi poco prevedibili, pur rimanendo però lo Swat un luogo sicuro. Proprio per questo ha senso fare un lavoro di semina: documentare, raccontare, mettere in ordine informazioni e potenzialità. Quando la situazione si assesterà, chi vorrà conoscere Diwangar potrà farlo in modo corretto, sapendo che esiste una montagna di granito di grande qualità nello Swat e che un percorso di valorizzazione è possibile.

Se questa spedizione ci ha insegnato una cosa, quella cosa è semplice: Diwangar non è un luogo da consumare in fretta. È un posto da meritarsi. E forse, proprio per questo, può diventare speciale.