Dolomiti, ma non solo di Dolomia: il calcare che scaliamo è tutto diverso

Marmolada, Latemar, Tre Cime di Lavaredo e Dolomiti di Brenta: montagne che portano lo stesso nome, ma che raccontano storie diverse e a tratti ancora misteriose

 

Quando diciamo Dolomiti (Dolomiti occidentali o Dolomiti di Brenta) viene spontaneo pensare che questi gruppi montuosi siano fatti tutti della stessa roccia: la dolomia. In realtà non è così. Le Dolomiti sono un mosaico di rocce diverse e, accanto alle dolomie, affiorano calcari, marne, arenarie e rocce vulcaniche.

Simili ma diverse

Il Calcare e la Dolomia sono entrambe rocce carbonatiche, ma hanno composizione diversa. Il calcare è costituito soprattutto da calcite, carbonato di calcio (CaCO₃); la dolomia è formata prevalentemente dal minerale dolomite, un carbonato doppio di calcio e magnesio, CaMg(CO₃)₂. La differenza fondamentale è dunque il magnesio.

Ma quale è quindi la differenza tra i due tipi di roccia che caratterizzano vette e gruppi montuosi distinti?

Un passo indietro

Sull’origine della dolomia il dibattito è ancora aperto e gli studi sono tutt’ora in corso. Essendo la dolomia ricca in magnesio rispetto al normale calcare, risolvere il problema significa cercare di capire da dove poteva arrivare il Magnesio che nel reticolo cristallino del calcare va a sostituire in parte l’elemento Calcio.

 

Una possibile spiegazione della sostituzione nelle Dolomiti è possibile farla risalire al Triassico, più di 200 milioni di anni fa. Al posto delle attuali montagne si estendeva il margine di Adria, affacciato sulla Tetide: mari caldi, bassi fondali, lagune e grandi piattaforme carbonatiche, intervallate da bacini più profondi. Qui si accumulavano fanghi carbonatici, resti di organismi e cementi precipitati dall’acqua marina.

 

Nel tempo questi sedimenti si trasformarono in roccia (litogenesi). Ed è qui entrerebbe in gioco la dolomitizzazione.

La trasformazione della roccia

Molte dolomie derivano dalla trasformazione di sedimenti o rocce carbonatiche preesistenti. Fluidi di acqua marina ricca di magnesio possono penetrare nel sedimento in fase di trasformazione in roccia e innescare reazioni di dissoluzione e ricristallizzazione, durante le quali la calcite viene sostituita da dolomite. Non si tratta quindi di una semplice “aggiunta” di magnesio, ma di un processo diagenetico che può modificare profondamente la roccia originaria.

Questo processo non avvenne ovunque con la stessa intensità. La circolazione dei fluidi dipendeva dalla porosità, dalla presenza di fratture e faglie, dalla temperatura e, in alcuni casi, probabilmente dalla vicinanza di corpi magmatici. Per questo piattaforme nate nello stesso mare e quasi nello stesso periodo possono oggi presentarsi molto diverse.

Dalla regina alle Tre Cime

La Marmolada ne è un esempio straordinario. La regina delle Dolomiti non è in dolomia, ma in calcare! Gran parte della sua piattaforma medio-triassica è rimasta calcarea ed è sfuggita alla dolomitizzazione pervasiva che ha interessato molte piattaforme vicine. Nella roccia calcarea della Marmolada sono così rimaste leggibili facies e strutture sedimentarie che raccontano come cresceva una piattaforma carbonatica oltre 230 milioni di anni fa.

 

Il Latemar offre una storia ancora diversa. Ampie porzioni della piattaforma sono calcaree, mentre altre sono state trasformate in dolomia. Gli studi hanno mostrato che la dolomitizzazione è legata alla circolazione di fluidi caldi lungo fratture e zone brecciate associate a corpi magmatici presente nel massiccio del Latemar che è quindi quasi un laboratorio naturale nel quale osservare il passaggio dal calcare alla dolomia.

 

Alle Tre Cime di Lavaredo e sulle Tofane incontriamo invece uno dei simboli della roccia dolomitica: la Dolomia Principale. Questa formazione, diffusissima nelle Alpi Meridionali, si sviluppò soprattutto nel Triassico superiore, durante il Norico, su una vastissima ed omogenea piattaforma carbonatica. L’ambiente era dominato da piane di marea ricoperti da vasti tappeti microbici (stromatoliti), con aree che potevano emergere periodicamente. Su questa vasta pianura, tra l’altro, si spostavano i Dinosauri (impronte al Monte Pelmetto) La continua subsidenza consentiva l’accumulo di successioni carbonatiche molto potenti che hanno permesso alla Dolomia Principale di raggiungere spessori anche superiore ai 1000 metri e creare così alcune tra le più spettacolari pareti rocciose delle Dolomiti.

 

La Dolomia Principale costruisce anche gran parte delle spettacolari architetture delle Dolomiti di Brenta. Ma anche qui la successione comprende calcari più giovani: un promemoria del fatto che il nome geografico Dolomiti non coincide con una singola formazione rocciosa.

L'origine del nome

Resta allora una domanda: perché chiamarle tutte Dolomiti (il loro vecchio toponimo era Monti Pallidi)? Il nome ci riporta alla fine del Settecento. Nel 1791 il naturalista francese Déodat de Dolomieu descrisse una particolare roccia carbonatica che, pur assomigliando al calcare, reagiva molto debolmente con gli acidi (acido cloridrico). L’anno successivo Nicolas-Théodore de Saussure ne studiò la composizione e la chiamò dolomie in onore di Dolomieu. Solo più tardi il nome passò anche alle montagne.

 

Il paradosso è dunque solo apparente. Le Dolomiti devono il loro nome alla dolomia, ma non sono tutte fatte di dolomia. La loro vera ricchezza sta nella varietà delle rocce che le compongono e dei paleoambienti che rappresentano: calcari e dolomie, antiche piattaforme tropicali, lagune, piane di marea, vulcani e profondi bacini del Mesozoico. Ogni parete rocciosa su cui si snodano vie e ferrate racconta una storia geologica diversa di 150-250 milioni di anni fa.