Una foto della mostra "Dove finisce il segnale", sezione Gregge. © Massimiliano Baroni
Una foto della mostra "Dove finisce il segnale", sezione Gregge. © Massimiliano Baroni
Una foto della mostra "Dove finisce il segnale", sezione Gregge. © Massimiliano Baroni
Una foto della mostra "Dove finisce il segnale", sezione Gregge. © Massimiliano Baroni
Una foto della mostra "Dove finisce il segnale", sezione Contesti. © Massimiliano Baroni
Una foto della mostra "Dove finisce il segnale", sezione Contesti. © Massimiliano Baroni
Un momento della mostra: Mattia con la sua famiglia. © Luca Chistè.
Massimiliano Baroni © Massimiliano Baroni
Luca Chistè con la camera analogica panoramica fotoman 6x17. © Paola PaoliUn pastore, la montagna, le pecore, i cani da guardiania. E al centro un ragazzo, Mattia Nuresi, con la sua scelta di vita radicale, quantomeno controcorrente rispetto a tanti coetanei, quando ha deciso a 21 anni che di mestiere avrebbe guidato un gregge nel silenzio delle terre alte. Da solo e scollegato da tutto. Ed è questa scelta la vera protagonista della mostra fotografica “Dove finisce il segnale. Storie di territori. Scelte e silenzi”, patrocinata anche dal CAI, la prima di Massimiliano Baroni, in corso alla biblioteca civica Tartarotti di Rovereto fino al 27 settembre. Martedì prossimo, 22 settembre, sarà presentato anche il catalogo, che oltre alla consueta parte di fotografie unisce il racconto dei dialoghi tra Nuresi e Baroni, che si diletta anche a scrivere.
NON LA CLASSICA MOSTRA SUI PASTORI
“Questa non è la classica mostra, spesso un po’ retorica e nostalgica, sul pastore” spiega infatti il curatore Luca Chistè, fotografo da 45 anni, formatore e sociologo attento ai temi dell’antropologia visuale. Massimiliano Baroni è un suo allievo: “Fin da subito aveva un’idea non convenzionale della fotografia, non ha mai cercato lo scatto wow che ti rende famoso sui social, ma un progetto di sostanza”. E quel progetto si è manifestato un giorno di due anni fa sul Carega, nelle Piccole Dolomiti vicentine, dove Baroni, socio SAT, è da sempre di casa: “Ho incontrato questo ragazzo per caso, ci ho parlato dieci minuti e mi è venuto spontaneo proporgli di realizzare questo progetto con me” racconta Baroni. Il lavoro è durato un anno e mezzo, in cui i due sono stati insieme per qualche giorno, in diverse situazioni, che poi vanno a costituire le diverse sezioni della mostra: “Contesto, Gregge, Mattia”.
“Questa non è la classica mostra, spesso un po’ retorica e nostalgica, sul pastore”. Luca Chistè
LA SCELTA DEL SILENZIO
“L’ho seguito sui Monti Lessini a Sega di Ala e nei dintorni, poi in pianura a Sommacampagna dove porta le pecore d’inverno. Ero pieno di domande, ma a un certo punto lui mi fermava, chiedendomi di lasciarlo al suo silenzio. Io ho tre figli, a casa non c’è mai silenzio, lo invidio”, scherza Massimiliano. L’immagine fa sorridere, ma dà anche la misura di quella scelta che ha colpito così tanto: per Mattia fare il pastore non è postura bucolica da social. Cerca il silenzio consapevolmente, e quando vuole collegarsi, cerca il segnale.
Le 37 fotografie in mostra, tutte in bianco e nero ad alto contrasto, sono abitate da quel silenzio, che per Chistè “non è soltanto quello prodotto dalla sua condizione di vita, ma anche silenzio interiore”.
Ero pieno di domande, ma a un certo punto lui mi fermava, chiedendomi di lasciarlo al suo silenzio. Io ho tre figli, a casa non c’è mai silenzio, lo invidio. Massimiliano Baroni
GIOVANI D’OGGI
Per partecipare all’inaugurazione della mostra, lo scorso 5 settembre, Mattia si è dovuto staccare dal suo gregge in Alta Badia, percorrere un bel pezzo a piedi, guidare per tre ore, farsi una doccia in autostrada e dormire in furgone (che è la sua casa), per ripartire la mattina dopo. L’incontro con la famiglia è stato emozionante e Massimiliano è stato contento di aver fornito loro l’occasione per cenare insieme. “Si vedono solo attraverso il cellulare, negli ultimi due anni l’ho visto sicuramente più io di loro. E' un ragazzo che non si lamenta mai”.
“Mattia è apparso a tutti una persona autentica, nonostante la giovane età. E rappresenta anche un esempio importante: siamo spesso portati a pensare che i giovani non siano capaci di impegnarsi, mentre lui ha avuto il coraggio di intraprendere un percorso al quale bisogna portare rispetto e attenzione” evidenzia Luca Chistè, che aggiunge: “È una testimonianza molto concreta di cosa significhi vivere compiutamente questa scelta e la gente è rimasta colpita da questa autenticità. Mattia è prima di tutto un pastore, e rivendica questa dimensione professionale, ma il tema è una scelta autenticamente esistenziale: ha deciso di andare controcorrente rispetto ai valori dominanti, di abbandonare il mondo della prevedibilità e dedicarsi al suo lavoro in maniera quasi ascetica. Per quasi dieci mesi all’anno è ‘scucchiaiato’ dal contesto sociale, vive con le sue pecore, vive per il gregge e nei luoghi in cui si sposta spesso non c’è nemmeno la possibilità di comunicare”.
Mattia è apparso a tutti una persona autentica, nonostante la giovane età. E rappresenta anche un esempio importante: siamo spesso portati a pensare che i giovani non siano capaci di impegnarsi, mentre lui ha avuto il coraggio di intraprendere un percorso al quale bisogna portare rispetto e attenzione. (Luca Chistè)
DIALOGHI IN ALTA QUOTA
Eppure da dire c’è tanto: Baroni ha avuto la capacità e la pazienza di entrare in connessione con lui, sviluppando un rapporto empatico. Quei loro dialoghi sono poi diventati un’aggiunta al catalogo che verrà presentato il 22 settembre, una quindicina di scritti che riportano parole sussurrate “io e lui da soli nel nulla, a duemila metri, circondati solo dalle pecore”. L’intimità pervade ogni ambito del progetto, che non si configura come semplice “cronostoria della vita di un pastore”: “Il mio intento era di mettere in relazione lui con l’ambiente, con le pecore, con i cani da guardiania e soprattutto fotografare il silenzio che ha scelto e in cui vive. Anche nei dialoghi ho cercato di far capire cosa significa avere un telefono come unico strumento di collegamento con il mondo e solo in alcuni momenti”.
DOVE NON ARRIVA IL SEGNALE
Tuttavia, non bisogna figurarsi un montanaro isolato, ma un pastore social: Mattia ha Instagram e si connette con il mondo, ma solo quando ha voglia di farlo. Così ha fatto anche Baroni, i giorni in cui è stato con lui: “Innanzitutto bisogna ricordarsi che Mattia ha un livello culturale che traspare in tutto quello che dice e fa, ha studiato agraria. Usa il cellulare anche per lavoro, per comunicare con gli altri pastori, per esempio, solo che non ne è dipendente: aspettavamo la sera per andare dove lui sa che c’è il segnale. Confesso che all’inizio ho provato smarrimento. Siamo abituati a stare connessi tutto il giorno, quando questo viene meno quasi ci spaventiamo. Mattia ha una vita dura, ma alle due del mattino può godersi il cielo stellato sopra la sua testa”.
Forse dovremmo tornare a provare cosa significa stare senza un telefono che ci collega 24/7 con chiunque e ovunque: “Un senso di liberazione”, per Baroni, che lo ha sperimentato quando settimana scorsa gli si è rotto il cellulare, e per tre giorni è stato senza: “Peccato solo che poi sono stato sommerso da messaggi e notifiche”. Dopo l'esperienza al seguito di Mattia, si è ritrovato a cambiare lo sguardo su quella montagna per lui così familiare: non solo perché ora avverte in maniera amplificata le grida e la fisiologica invadenza dei turisti sulla montagna, ma anche perché legge le asperità del terreno e le condizioni meteo alla luce dello sforzo che servirà al suo pastore per svolgere il suo mestiere. “Mi immagino un'altra montagna, vedendola non più solo con gli occhi di chi va in montagna per passione, ma anche dal punto di vista di chi deve lavorarci. Quando arriva la nebbia, mi immagino lui, la fatica che fa da solo a tenere 400 pecore a 2000 metri”.
Mi immagino un'altra montagna, vedendola non più solo con gli occhi del montanaro per passione, ma anche dal punto di vista di chi deve lavorarci.
NON SOLO STUPORE: RACCONTARE PER IMMAGINI
Per un fotografo non è scontato abbracciare progetti di narrazione visuale. “Quando l'ho scoperto mi si è aperto un mondo” confessa Massimiliano, che nella vita fa tutt'altro, ma che la passione per il racconto della realtà (non importa in quale forma) l'ha forse ricevuta in eredità dal padre, giornalista per “L'Adige”. Chiaramente c’è un piano tecnico, ma inscindibilmente fuso con una scelta relazionale. Per portare avanti il progetto infatti Massimiliano ha dovuto entrare in totale sintonia con Mattia, sviluppando un rapporto empatico. Solo così ha potuto coglierne l’essenza esistenziale e professionale, nonché il rapporto con il territorio: per questo la mostra si sviluppa in tre sezioni, “Contesti, Gregge, Mattia”.
Per Chistè è un “passaggio strategico”, che ci allontana da una fruizione superficiale della fotografia a cui siamo abituati sui social, dove Instagram funge da “caleidoscopio” da sfogliare senza però ci rimanga nulla più che un cuoricino messo distrattamente. Bisogna invece tornare alla fotografia “in maniera lenta e meditata”, come fosse un libro.
IL FUTURO DELLA FOTOGRAFIA
“Chi frequenta un corso di fotografia si preoccupa innanzitutto delle questioni tecniche: come espongo, cos’è la profondità di campo, quali obiettivi usare, quale fotocamera, quali sensori. Ma con i mezzi di oggi e in un ambiente come la montagna chiunque si porta a casa una bella foto. Altro invece è scegliere una sequenza di immagini che siano in relazione tra loro e costruiscano un piccolo discorso: per me è questa la difficoltà della fotografia contemporanea”.
Ancora Chistè: “Nel caso di questa mostra si parte dal campo largo, dal contesto, per arrivare al ritratto, indugiare sullo sguardo, entrare in empatia, raccontare la poliedricità del contemporaneo, esplorare un universo fatto di sguardi, intimità, relazioni. Le fotografie vengono messe insieme come fossero un racconto, solo che invece delle parole usano le immagini. Abbiamo bisogno di storie non soltanto per emozionarci, ma perché questo linguaggio mantenga una sua autonomia espressiva e una sua identità. Altrimenti rischia di diventare sempre più sussidiario alla comunicazione o all’autopromozione, spesso anche narcisistica. In questo risiede la speranza della fotografia”.