Fontane, sorgenti e torrenti: bere in montagna è un rischio?

Fredda, limpida, appena sgorgata dalla roccia: poche cose sembrano più pure dell’acqua di montagna. Ma ciò che vediamo non basta a dirci se possiamo consumarla in sicurezza.

Quando, durante un’escursione, le scorte di acqua si esauriscono, se lungo il percorso compaiono una fontana, una sorgente o un torrente, può venire spontaneo approfittarne pensando che, soprattutto in quota, l’acqua sia “buona”. Il problema è che la sua qualità microbiologica non si vede: batteri, virus e parassiti possono essere presenti nell’acqua senza modificarne colore, odore o sapore. La domanda da porsi, quindi, non è soltanto come essa appare, ma soprattutto da dove arriva e che cosa ha incontrato prima di raggiungerci.

Un torrente raccoglie ciò che incontra lungo il cammino. © Simona Bursi

Il rischio comincia a monte

Un torrente raccoglie ciò che incontra lungo il cammino: pascoli e bestiame, fauna selvatica, rifugi, insediamenti e frequentazione umana possono contribuire alla contaminazione fecale dell’acqua. Lo stesso vale per una sorgente: il fatto che emerga dal terreno o dalla roccia non significa automaticamente che sia potabile, perché infiltrazioni e contaminanti possono raggiungere anche le acque sotterranee. E poi ci sono le fontane, forse ancora più insidiose proprio perché siamo abituati ad associarle all’acqua potabile. Una fontana, infatti, se alimentata direttamente da una sorgente locale, invece che essere collegata alla rete idrica, può non essere sottoposta a controlli microbiologici e, di conseguenza, non offrire garanzie di potabilità

Una fontana può non offrire garanzie di potabilità. © Kate Joie - Unsplash

Ecco perché se compare la scritta “acqua non potabile” l’indicazione va presa alla lettera. Più difficile è il caso in cui non compaia alcun cartello: se non conosciamo provenienza e modalità di controllo, infatti, né l’aspetto della fontana né la limpidezza dell’acqua possono darci la certezza che questa sia sicura. Tutto ciò è sostenuto anche da dati raccolti recentemente. 
Uno studio pubblicato nel 2025, infatti, ha analizzato la qualità dell’acqua utilizzata in 41 rifugi della provincia di Belluno. Tutti i 14 rifugi alimentati dall’acquedotto pubblico risultavano conformi ai controlli microbiologici. Fra i 24 che utilizzavano acqua di sorgente, invece, sei (ovvero uno su quattro) presentavano almeno una non conformità. In questo caso il campione è limitato a uno specifico territorio e non permette certo di concludere che un rifugio italiano su cinque abbia acqua non conforme. Il dato dimostra però qualcosa di molto più utile: la provenienza montana dell’acqua non rappresenta, da sola, una garanzia microbiologica. 
Nell’agosto 2026, inoltre, la stessa azienda sanitaria bellunese ha segnalato alcuni escursionisti giunti ai servizi di emergenza per gastroenterite dopo aver bevuto acqua da ruscelli in quota, richiamando l’attenzione sulla possibile contaminazione legata anche a pascoli e fauna selvatica. Dato che in Italia non esiste una sorveglianza capace di quantificare specificamente le gastroenteriti contratte bevendo da torrenti, sorgenti o fontane durante un’escursione, non è noto il numero annuale di tali episodi. Molte forme infettive sono autolimitanti, non arrivano all’osservazione medica e non vengono sottoposte ad accertamenti microbiologici. Inoltre, alcuni microrganismi possono provocare sintomi a distanza di giorni, rendendo difficile attribuire con certezza l’infezione a una determinata esposizione. Sappiamo però che le infezioni trasmesse dall’acqua non sono affatto scomparse in Europa e che il consumo di acqua non trattata continua a essere un fattore di rischio riconosciuto.

è ragionevole raccogliere l'acqua evitando punti situati a valle di pascoli © Fabian Kleiser - Unsplash

Chi può esserci nell’acqua?

Quando si parla di acqua contaminata in ambiente naturale, i primi microrganismi a cui viene spontaneo pensare sono dei protozoi che appartengono al genere Giardia o al genere Cryptosporidium, i quali possono provocare una sintomatologia caratterizzata da diarrea, crampi, meteorismo e disturbi anche prolungati.
Ma nell’acqua contaminata possono trovarsi anche batteri come quelli appartenenti ai generi Campylobacter, Salmonella ed Escherichia coli patogeni, oltre a numerosi e diversi virus enterici.
Tali microrganismi hanno caratteristiche differenti: alcuni protozoi sono particolarmente resistenti ai comuni disinfettanti chimici, mentre i virus sono talmente piccoli da poter essere riscontrati anche nell’acqua filtrata. Questo spiega perché non esista un unico sistema di trattamento ideale per qualsiasi situazione.

La domanda da porci è soprattutto da dove arriva l'acqua che beviamo e che cosa ha incontrato prima di raggiungerci. © Simona Bursi

Quando l’acqua è poca. E quando è troppa

Negli ultimi anni alla questione microbiologica si è aggiunta la crescente alternanza fra siccità ed eventi meteorologici intensi. Durante la grave siccità del 2022, uno studio condotto su un corso d’acqua alpino piemontese ha mostrato come la riduzione della portata potesse diminuire la capacità del fiume di diluire contaminanti e scarichi, aumentandone l’impatto relativo. Non significa che ogni sorgente diventi pericolosa quando piove poco, ma che la quantità d’acqua disponibile può influenzarne anche la qualità. Questo problema non riguarda soltanto la siccità. Dopo precipitazioni abbondanti, infatti, il ruscellamento può trascinare verso i corsi d’acqua e le sorgenti del materiale organico e favorire la contaminazione fecale proveniente dal bacino idrico stesso. Paradossalmente, quindi, tanto una forte riduzione della portata quanto piogge molto intense possono modificare il rischio microbiologico, attraverso meccanismi differenti.

La qualità microbiologica dell'acqua non si vede © Serhii Danevych - Unsplash

Rendere l’acqua più sicura

Se non disponiamo di una fonte sicuramente potabile, possiamo rendere l’acqua molto più sicura prima di berla. Vediamo come. 
La bollitura è uno dei metodi più affidabili: è sufficiente portare l’acqua a ebollizione franca e mantenerla per almeno un minuto. Le indicazioni più prudenziali consigliano tre minuti oltre circa 2.000 metri, anche se le evidenze mostrano che le temperature raggiunte all’ebollizione sono già efficaci contro i principali patogeni anche a quote molto elevate. Non sono quindi necessarie le prolungate bolliture di dieci minuti talvolta consigliate in passato.
I microfiltri portatili, ormai molto diffusi fra escursionisti e trekkers, rappresentano una soluzione pratica ed efficace contro protozoi e batteri, purché utilizzati e mantenuti correttamente. Non tutti, però, sono in grado di trattenere anche i virus: dipende dalle caratteristiche e dalla porosità del dispositivo.
La disinfezione chimica con prodotti a base di cloro, iodio o biossido di cloro può essere una soluzione pratica, ma non agisce istantaneamente e non tutti i microrganismi hanno la stessa sensibilità. L'efficacia dipende dalla sostanza utilizzata, dalla concentrazione, dal tempo di contatto e anche dalle caratteristiche dell'acqua: temperature basse, come quelle frequenti nei torrenti di montagna, rallentano l'azione dei disinfettanti, mentre torbidità e materiale organico possono interferire con il trattamento. Cloro e iodio sono efficaci contro molti batteri e virus e, nelle condizioni appropriate, anche contro alcuni protozoi, ma alle concentrazioni normalmente utilizzate sul campo non sono affidabili contro gli appartenenti al genere Cryptosporidium. Il biossido di cloro può essere efficace anche contro questo protozoo, ma può richiedere tempi di contatto molto più lunghi, anche di diverse ore. Per questo motivo mettere una compressa nella borraccia e attendere qualche minuto non significa necessariamente aver reso l'acqua sicura contro tutti i patogeni.
Esistono, infine, dispositivi portatili a raggi ultravioletti, capaci di inattivare batteri, virus e protozoi. Funzionano però correttamente soprattutto con acqua limpida: particelle e torbidità possono schermare i microrganismi e ridurre l’efficacia del trattamento.
Quando il rischio di contaminazione è maggiore, combinare filtrazione e disinfezione può offrire una protezione più ampia rispetto all’utilizzo di un singolo sistema.

Se non abbiamo alternative, è ragionevole preferire acqua corrente a quella stagnante © Bluewater Sweden - Unsplash

Scegliere bene aiuta, ma non basta

Anche il punto in cui raccogliamo l’acqua conta: se non abbiamo alternative, è ragionevole preferire acqua corrente a quella stagnante, evitare punti situati a valle di pascoli, rifugi o insediamenti e, quando possibile, raccoglierla vicino all’emergenza di una sorgente anziché dopo un lungo tratto di scorrimento superficiale. Sono precauzioni sensate, ma nessuna garantisce la potabilità: un animale può, infatti, aver contaminato il terreno ore prima, una sorgente può ricevere infiltrazioni invisibili e ciò che avviene nel bacino non è necessariamente osservabile dal punto in cui riempiamo la borraccia. Scegliere bene riduce il rischio, ma trattare l’acqua in maniera corretta lo riduce molto di più.

Se non disponiamo di una fonte sicuramente potabile, possiamo rendere l’acqua molto più sicura prima di berla. © Isaac Burke - Unsplash

Concludendo, non serve diffidare di ogni torrente né farci prendere dal panico ad ogni sosta ad una fontana. Basta ricordare che “naturale” non significa automaticamente “sicuro” e che, quando l’origine dell’acqua non è controllata, esistono strumenti semplici per ridurre il rischio.
Perché la sicurezza microbiologica dell’acqua, per quanto limpida possa sembrare, non si giudica con gli occhi.