Alex Huber sul Salathé Headwall © Heinz Zak, via Alexander Huber IG
La copertina di Climbing, settembre 1995, con Huber sul Salathé Wall © Routefinding - Patagonia
La copertina di Grimper © IG Alexander Huber
La prima pagina di Desnivel © IG Alexander Huber
Tommy sulle placche del Dawn Wall © FB Tommy Caldwell
Tommy Caldwell in una delle sue prime uscite alpinistiche © FB Tommy Caldwell
Può una foto ispirare un'intera esistenza? La risposta ovviamente è affermativa e probabilmente anche tra i lettori de Lo Scarpone c'è chi avrà un poster, uno scatto di famiglia o un ritaglio di giornale di qualche montagna, scalata o escursione che hanno alimentato desideri e indirizzato la vita verso le montagne. È stato così sicuramente per Tommy Caldwell, che ha raccontato le sue avvenute verticali diffusamente nella propria biografia e che ogni tanto riprende in mano alcuni spunti interessanti per i lettori del suo Routefinding.
Due fratelli, un'ispirazione
La foto in questione è niente meno che la copertina di Climbing, numero 154, settembre 1995. Nello scatto del celebre e acclamato Heinz Zak (lo stesso fotografo che ha immortalato in free solo Wolfgang Güllich su Separate reality), Alex Huber è in posa sulla Salathé, a torso nudo, con calzamaglia gialla al ginocchio e fascia per capelli. "Quell'immagine mi ha fatto venire voglia di scalare El Capitan in libera, un'attività che avrebbe poi dominato i successivi 20 anni della mia vita". ha spiegato Caldwell.
“Quell'immagine mi ha fatto venire voglia di scalare El Capitan in libera” Tommy Caldwell
Fino a qui, niente di particolarmente illuminante, anche se quella fotografia rimane terribilmente affascinante anche 30 anni dopo. Ma l'alpinista statunitense ci offre uno spunto interessante nelle righe che seguono, ricordandoci quanto fossimo privilegiati un tempo ad avere un accesso molto più limitato ai contenuti multimediali (che propriamente non lo erano ancora). "Non è che i grandi momenti dell'alpinismo non accadano più. I fotografi continuano a immortalare immagini mozzafiato, proprio come hanno sempre fatto. Forse è perché ormai guardiamo le foto principalmente sui nostri smartphone, e questo formato impedisce loro di colpirci come faceva una volta la copertina di una rivista".
Dietro le quinte: molto più di una foto
Ovviamente, non si tratta solo di "cogliere l'attimo", anche se quella parte del lavoro rimane l'essenza del mestiere. Dietro a una foto che diventa famosa, c'è anche il lavoro di chi è riuscito a dare sostanza, forza e un contributo - anche economico- importante nel tempo. A tal proposito, Caldwell richiama la figura di Jane Sievert. "Ha diretto il reparto fotografico di Patagonia per decenni e, per molti versi, ha definito la fotografia outdoor per la mia generazione. Ha creato una famiglia di fotografi, dando loro i mezzi e la fiducia necessari per guadagnarsi da vivere documentando le loro avventure. Grandi nomi del settore, come Corey Rich, Mikey Schaefer, Ben Moon, Austin Siadak, Jimmy Chin e Beth Wald, solo per citarne alcuni, attribuiscono a Jane il merito di aver sostenuto le loro carriere fin dagli esordi".
Lo sguardo giovane
"Una volta che vivi immerso in quelle culture, che si tratti della cultura del kayak, dell'arrampicata o della corsa - ha spiegato Sievert a Caldwell-, capisci cosa rende una foto bella, commovente o potente. Credo che sia stata proprio l'esperienza diretta ad aiutarmi a mantenere le immagini sempre fresche. Non è mai la stessa cosa, giusto? Solo così riesci a rimanere al passo con i tempi".
“L'esperienza diretta mi ha aiutato a mantenere le immagini sempre fresche”. Jane Sievert
Da strumento che inspira, una foto può quindi diventare un documento prezioso, che racconta molto di più: non solo il lavoro che ci sta dietro, ma anche la difficoltà di riuscire a pensare out of the box. Che la professione sia il giornalista, il fotografo o lo scalatore, fare bene il mestiere significa non ripetere lo stesso approccio nel tempo, ma sentire il tempo che cambia, vivere l'ambiente e agire di conseguenza.