Francesca Locatin al lavoro
Francesca Locatin al lavoro
Francesca Locatin al lavoro
Francesca Locatin al lavoroPrima boscaiola di Fassa e madre di tre figlie. Ma anche moglie, naturopata in formazione e donna desiderosa non soltanto di cambiare le cose in un mondo ancora prevalentemente maschile ma anche di riuscire a farlo nel rispetto della natura e della storia, due elementi ai quali attinge costantemente per poter realizzarsi, nella professione e nella vita. Francesca Locatin è stata protagonista dell'incontro organizzato nella piazza del comune di Pozza di Fassa, in provincia di Trento, lunedì sera, parte della rassegna culturale estiva Ad alta voce, curata dalla giornalista Virna Pierobon. In occasione dell'evento, l'abbiamo intervistata.
Francesca, com'è iniziato il tuo approccio alla professione di boscaiola?
Tutto è iniziato con la tempesta Vaia, che ha risvegliato in me ricordi e attitudini a lungo sopite. Fin da bambina, infatti, frequentavo il bosco come area di gioco e di svago: gli alberi erano i miei migliori amici e mai mi sarei immaginata di vederli un giorno cadere l'uno dopo l'altro, come tessere di un domino. Tutta quella sofferenza mi ha commossa, riportandomi all'infanzia e risvegliando la mia passione per i boschi, che in famiglia già vivevo. Mio marito, infatti, è da sempre un boscaiolo e anche se io facevo tutt'altro, lavorando come barista, lui mi coinvolgeva spesso nel suo lavoro, invitandomi ad assisterlo. Dopo Vaia iniziai a farlo con più ardore, iscrivendomi parallelamente ai corsi per diventare boscaiola che venivano organizzati localmente.
Ti sentivi portata per questo mestiere?
No davvero. All'inizio non riuscivo nemmeno ad accendere la motosega. La passione, però, sa fare veri e propri miracoli e mi resi presto conto di essere piuttosto veloce ad imparare ciò che volevo, spronata da una visione chiara: quella di riuscire a prendere dapprima il patentino, nel 2020, per poi aprire insieme a mio marito l'impresa famigliare che gestiamo ancora oggi.
Vi sentivate in dovere di fare qualcosa per i vostri boschi feriti?
Inizialmente sì, parte del nostro obiettivo era anche quello. L'anno immediatamente successivo a Vaia, per esempio, abbiamo preso un grande lotto, noi insieme ad altri quattro boscaioli della zona, e ci siamo messi con fatica a ripulire quella parte di bosco. Per farlo, abbiamo dovuto accendere un mutuo, con tutte le incertezze che ne derivano, specie per una piccola azienda come la nostra.
Prima e dopo Vaia
Prima Vaia, poi il bostrico. Secondo te eravamo pronti a queste trasformazioni? Come vedi il futuro?
L'effetto sorpresa c'è stato, inutile negarlo. Ma si è trattato di una sorpresa prevedibile, anche se eravamo troppo ciechi per accorgercene. Da decenni ormai le foreste italiane soffrono e cercano di mostrarcelo nei modi più lampanti possibili, partendo per esempio da effetti devastanti come gli incendi. Qui in valle stiamo lavorando molto sulla costruzione più alacre di tagliafuoco, in modo da prevenire anche questi scenari. Il bostrico, allo stesso modo, ci ha costretto a prendere in considerazione le derive che nascono quando un parassita di per sé endemico diventa protagonista di una vera e propria epidemia. Per farlo, abbiamo ripristinato gli insegnamenti dei boscaioli più anziani, che quando curavano i boschi erano soliti ‘dare fumo’ ai tronchi appena tagliati o scortecciarli in maniera preventiva. È poi evidente come i cambiamenti climatici ci pongano davanti all'esigenza di ‘utilizzare’ le piante stesse a scopo preventivo: in questo senso credo che sarà sempre più necessario piantumare alberi pronti e capaci di assorbire anidride carbonica, ad esempio il ginkgo nei contesti maggiormente urbani.
L'idea di ‘usare’ le piante e i loro benefici è strettamente connessa anche al tuo percorso di naturopata.
Assolutamente sì. Ho iniziato a studiare questa disciplina ormai nel lontano 2012, ma essendo diventata nel frattempo anche madre di tre bambine ho dovuto proseguire con gli studi in maniera più contenuta e a fasi alterne. Ora mi manca soltanto la tesi e devo dire che la naturopatia mi ha aperto gli occhi sulla necessità di creare davvero, specie se si abita in contesti montani, una cultura delle piante che ci accompagni nella vita quotidiana. Usarle è il termine corretto, ma forse parlerei anche di abituarci a vivere insieme a loro, perché siamo anche noi parte di un'ecosistema governato per più del 90% proprio dal mondo vegetale.
Riesci a spiegare meglio questo punto?
Certo. Diversi studi dimostrano che il 93% della Terra, per sopravvivere, dipende dall'azione delle piante. Se ci pensiamo, le specie arboree contribuiscono non soltanto a produrre cibo per animali e insetti, ma anche ad assorbire le sostanze (l'esempio dell'anidride carbonica citato poc'anzi), oltre che a contribuire alla stabilità del terreno su cui sorgono, riducendo il rischio di frane e valanghe.
Le proprietà energetiche delle piante è un altro tema affascinante.
Se ci avviciniamo al mondo vegetale con la giusta dose d'intuizione possiamo assolutamente percepirlo. Io, ad esempio, sono cresciuta coi larici: ricordo che la mia tata, mentre mamma e papà lavoravano al ristorante, mi portava spesso alla sua baita e mi costruiva collane utilizzando i suoi rami. Il larice è un albero che insegna a radicarsi in profondità e, al contempo, ad essere flessibili quanto basta per non spezzarsi di fronte alle avversità.
"A fine Ottocento, quando spesso i maschi della valle erano costretti ad emigrare in altre valli per lavoro, a prendersi cura dei boschi restavano le donne". Francesca Locatin
Hai citato i tuoi genitori, che lavoravano appunto assieme in una pizzeria della zona. Com'è lavorare insieme a tuo marito? Avete dovuto affrontare delle criticità, sia nel vostro rapporto che per il fatto di essere una boscaiola femmina?
Sicuramente la comunità si è divisa fra chi giudicava apertamente e chi mi consigliava, in maniera a volte paternalista, di prendere strade diverse. E ho scoperto molto presto che essere una boscaiola è molto più difficile ora di quanto lo fosse un tempo. A fine Ottocento, per esempio, quando spesso i maschi della valle erano costretti ad emigrare in altre valli per lavoro, a prendersi cura dei boschi restavano le donne. L'avvento della modernità ha esacerbato una discriminazione di genere che un tempo, in questa forma qui perlomeno, non esisteva affatto. Come ben dicevi, sono cresciuta vedendo i miei genitori lavorare insieme - papà cucinava le pizze, mamma le guarniva - e riuscire a trasmettere una sintonia simile anche alle nostre figlie è una conquista, oltre che una sfida quotidiana.
Come vivono questa sfida le tue bambine? Pensi che le nuove generazioni riusciranno finalmente a debellare ogni pregiudizio?
Sì, sono molto fiduciosa. Vedo attorno a me giovani donne sempre più ostinate e caparbie e le mie figlie stesse stanno diventando delle piccole boscaiole. Al di là della professione che vedono in me e che tentano di replicare nei loro giochi, riesco ad intuire nella loro curiosità infantile una forza davvero dirompente, che spero non perdano mai. Purtroppo, viviamo in un mondo in cui, come donne, siamo spesso costrette a scegliere fra questa forza e il legame con un uomo, perché quest'ultimo viene ancora vissuto come uno spazio entro il quale non potersi mai esprimere davvero, dove abdicare alle proprie idee e cedere a dei compromessi. Nel mio caso, fortunatamente, non è stato così e spero che l'intraprendenza delle donne che stanno crescendo oggi ridefinisca i rapporti umani e famigliari anche da questo punto di vista: che le relazioni si basino veramente su una condivisione autentica e non coercitiva.
Quale augurio ti senti di fare per il futuro, a te stessa e alle boscaiole che verranno?
Sicuramente quello di mantenere sempre la capacità di ascoltare, comunicare e raccogliere l'eredità spirituale di quelli che sono venuti prima di me, facendone tesoro in ogni tempo avverso e diventando un po' come l'epilobio.
Ovvero?
È una delle prime piante ad essere cresciuta, qui in valle, fra le macerie della Prima Guerra Mondiale. Essere come l'epilobio per me significa avere il dono di resistere sempre, anche sui terreni più disastrati ed incerti.