Resto per raccontare: la storia di Silvia Baccanti, illustratrice ladina

Classe 1995, originaria di San Martino in Badia, Silvia Baccanti è una giovane che ha scelto la montagna come tema portante dei suoi lavori, capaci di parlare di identità, differenze, linguaggi e memoria. "È quasi straziante vedere queste foto di tanti anni fa e non riuscire a riconoscervi per intero i posti che amo e in cui sono cresciuta”.

Andare, tornare, restare. Nell’estate in cui al cinema imperversa l’Odissea di Christopher Nolan, riflettere sul significato più autentico di questi verbi è una vera sfida. Una sfida che per le terre alte, per le montagne fra cui abitiamo, è iniziata ben prima che il racconto mitico di Ulisse e del suo rientro che diventa fuga invadesse – di nuovo – l’immaginario collettivo.

In montagna si va, non si resta. Si torna, a volte, ma poi si riparte ancora. Eppure, nel 2026, le nuove generazioni sembrano aver trovato modalità, stimoli e pratiche capaci di ribaltare il paradigma, per decidere di restare assecondando le ispirazioni di un luogo piuttosto che portarne l’immaginario altrove. 

Un ritorno alle origini

È la scelta di Silvia Baccanti, illustratrice ladina classe 1995 che dalla Val Badia, dov’è nata e cresciuta, si è spostata, per ragioni di studio, dapprima a Bologna e poi ad Urbino. Ma con un faro sempre puntato verso il Sass de Putia, che sovrasta maestoso l’abitato di San Martino: un luogo dove oggi, Silvia, è tornata ad abitare.

Montagna e arte sono state due presenze costanti, lungo tutto il corso della mia vita. – racconta – Mio padre è una guida alpina, mentre ho zii le cui passioni spaziano dalla fotografia alla musica, passando, appunto, per il disegno. Nonostante questo, il percorso che mi ha portata ad illustrare la montagna, restando in montagna, non è stato un automatismo. Durante i miei anni a Bologna mi ritrovavo spesso a dover spiegare le mie origini, spronata dalle domande dei compagni di corso, affascinati da posti che sentivano lontani rispetto alla loro quotidianità. Per me è stato un passaggio identitario importante: a furia di raccontarmi, ho finito per farlo anche attraverso i miei lavori”.

Un’identità sulla quale Silvia ha riflettuto anche in occasione della sua tesi di master, riguardante per l’appunto questo stesso concetto. “Il titolo, ‘Sëdes’, riprende un vocabolo ladino che indica i confini fra due prati di proprietà diverse, – spiega – anche se il termine in sé sta a significare più le piante che crescono su quel confine, di fatto una striscia di terra non arata. Mi è piaciuto partire da questo concetto, anzi da questa immagine concreta e tangibile, per indagare più a fondo anche il rapporto fra gruppi linguistici ed identità, oltre che il significato che diamo alle parole patria, Heimat, casa”. 

"Ho voluto indagare il rapporto fra gruppi linguistici ed identità, oltre che il significato che diamo alle parole patria, Heimat, casa”. 

La montagna, lungi dall’essere il luogo esotico che destava curiosità nei primi compagni d’università, è diventata oggi per Silvia una tematica da esplorare nel quotidiano, seguendo un filone antropologico, storico e naturalistico che ben si riflette nei suoi progetti più recenti. “Il ciclo dedicato alle leggende delle Dolomiti, che sto curando per il magazine Stüa, esplora la mitologia ladina traducendo in immagini storie che già conoscevo ma nelle quali mi sono stupita d’intercettare un così forte legame emotivo che ancora le annoda al territorio e alle persone”. 

Allo stesso modo, la serie ‘Desmentianzes’ si gioca tutta sul concetto altrettanto emotivo e ‘mitologico’ di memoria. “L’idea è nata in un momento di stallo mentre lavoravo alla mia tesi di laurea magistrale: ho deciso di partire dalla rielaborazione artistica di alcune foto per superare l’ansia da foglio bianco. Evolvere in questa tecnica, mischiandola al collage, mi ha fatto scoprire un’altra modalità espressiva che adesso amo particolarmente”. Partendo da foto di famiglia, Silvia isola alcuni elementi dell’immagine e ne cancella altri: un po’ quello che succede, nel tempo, alla nostra memoria. “Alcune cose le ricordi, di altre te ne dimentichi: da qui il nome del progetto, che in ladino significa appunto ‘dimenticanze’”.

Un viaggio nella memoria

E mentre i suoi lavori trovano spazio anche fra le pagine di riviste blasonatissime, come ‘Internazionale’, Silvia ha scelto, nell’ultimo periodo, di dedicarsi proprio alla memoria e alla fotografia. “Attualmente mi occupo dell’archivio Zardini per l’Istituto Ladino Micurá de Rü. Si tratta di un archivio famigliare che raccoglie i lavori di tre generazioni di fotografi, tra cui anche una donna, capaci di documentare la storia e lo sviluppo della Val d'Ampezzo e della cultura ladina dal 1890 al 2019”. Oltre 300.000 documenti fotografici, tra lastre di vetro, pellicole, diapositive e stampe, raccolti in album da digitalizzare e catalogare. “Da questo lavoro è nata, in maggio, la mostra ‘Il terreno dei Giochi: costruire le Olimpiadi, trasformare il territorio’, che ho curato insieme a Beatrice Citterio. Si è trattato di mettere in dialogo le fotografie dell’archivio Zardini riguardanti le Olimpiadi del 1956 con quelle di Giochi Preziosi, il progetto di Beatrice, sulle Olimpiadi del 2026, evidenziandone parallelismi e differenze”.

Lavorare su un archivio fotografico significa entrare nelle vite di qualcun altro – aggiunge Silvia – e a lungo andare ti sembra di conoscere le persone che compaiono in quelle immagini, quasi fossero parte della tua stessa memoria famigliare. Questo è un aspetto che mi affascina. Per certi versi, invece, ora che sono immersa in questo nuovo progetto, è quasi straziante vedere queste foto di tanti anni fa e non riuscire a riconoscervi per intero i posti che amo e in cui sono cresciuta”.

Lavorare su un archivio fotografico significa entrare nelle vite di qualcun altro".

Venire a patti col cambiamento, continuando però ad unire i puntini che rendono un’identità solida e riconoscibile anche a distanza di secoli, è la sfida che i lavori di Silvia si pongono, con un occhio di riguardo a tutte quelle storie finora dimenticate in un cassetto. “Sicuramente tornerò al fumetto, prima o poi. – conclude – E un soggetto che ultimamente mi affascina e richiama è la figura di Maria Piaz, sorella di Tita, la celebre guida alpina fassana. Era una donna davvero straordinaria, di cui mi piacerebbe un giorno occuparmi”. 

Insomma – nell’estate in cui le vicende di Ulisse ci ricordano quanto qualsiasi ritorno a casa sia fondamentale, anche quando la casa che conosciamo non esiste più nella forma in cui l’abbiamo lasciata – la penna di Silvia traccia le rotte che separano ed uniscono libertà e appartenenza, generando più domande che risposte, come in ogni viaggio che si rispetti. Un viaggio che ci chiede di andare, tornare, restare. E raccontare.