'I falliti e altri scritti' una visione sempre più attuale

A distanza di oltre mezzo secolo dallo scritto più celebre, la raccolta dei pensieri su carta di Gian Piero Motti è una lettura che aiuta a prendere coscienza dei limiti di uno svago irregimentato da regole e paure

 

Per mio gusto personale, ritengo che I falliti e altri scritti di Gian Piero Motti sia uno dei più interessanti libri di alpinismo che siano mai stati pubblicati. La mia è sicuramente una affermazione roboante: prima di tutto perché in fondo il volume è pur sempre una raccolta di articoli, lettere, dialoghi - anche se è una raccolta sapientemente curata da Enrico Camanni-, ma pure perché è sostanzialmente impossibile fare una classifica di qualcosa che non ha nulla a che vedere con la competizione. Anzi, proprio I falliti è un libro che rifugge totalmente qualsiasi idea di antagonismo: attraverso pagine scritte con una eleganza naturale e una penna ben affilata, il lettore viene portato a comprendere che l'autore vuole estraniarsi completamente non solo da un certo modo di fare alpinismo, ma dall'idea stessa che abbia senso interpretare l'attività come una gara.

 

Non solo: Motti condanna o forse deride, sicuramente non condivide uno stile di vita secondo il quale le regole servono più a confortare l'ego statico di chi le segue senza porsi domande, piuttosto che a fornire una qualche direzione, un movimento verso un nuovo necessario. Necessario almeno per chi scrive e vive quel periodo storico nello stesso terreno culturale.

Nuovo mattino, c'è di più

Del movimento del Nuovo Mattino è stato scritto moltissimo e non aggiungerei nulla di significativo qui, oltre al fatto che Pagine verticali non ha alcuna pretesa di andare oltre il testo. Ne I falliti c'è talmente tanta bellezza di parole che ci si può tranquillamente accontentare di leggere avidamente i racconti di Motti, ascoltare i suoi tormenti e ragionare sulle sue riflessioni. Sarà fascinazione pura, ma ritengo che in alcuni punti I falliti e altri scritti sia un libro da leggere a voce alta per dare piena forza a concetti che davvero sembrano uscire da un anima sofferente, ma in cerca di luce, sensibile ma determinata a fare chiarezza dentro e intorno a sé.

Un manifesto? Piuttosto una bussola

A quasi 43 anni dalla scomparsa di Motti, non c'è bisogno in questa sede di andare a cercare le pagine nascoste o meno note de I falliti. Il brano probabilmente più celebre, scritto nel 1972, è un po' come una di quelle canzoni che abbiamo sentito un milione di volte, ma la cui bellezza non smette di affascinare. Per questo lo ripropongo ai pochi che non l'anno ancora letto e ai molti che avranno piacere a ripercorrerlo.


“Sovente ho sentito dire frasi come queste: 'Per me la montagna è tutto', 'Ho dato tutto me stesso all'alpinismo', 'Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito'. Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch'io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito, in seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall'antico detto 'Eritissicut dii'. Si, anch'io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all'alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l'amore per il bello, per la musica e la poesia,l'amore per l'arte in senso lato, l'affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all'ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni Interminabili su tutto e su tutti.


L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del 'sempre più difficile'.


Trascinato da questo deliro, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa”.


Parole sempre più attuali, non solo in alpinismo, parole che vale sempre la pena portare con noi. Buona lettura!