Il bivacco del futuro? Si monta in giornata, ma ci vuole misura

Luca Gibello, autore del volume “I bivacchi delle Alpi” ci parla delle innovazioni tecnologiche e della gestione di uno strumento che ha cambiato funzione. "Gli alpinisti oggi sono rapidi, ma gli escursionisti a volte impreparati"

 

Il bivacco fisso? Uno strumento prezioso, da gestire con attenzione. Luca Gibello, autore del volume I bivacchi delle Alpi, fa il punto con noi sia sulle innovazioni tecnologiche, sia sulle riflessioni da affrontare per il futuro dei bivacchi.

Gibello ne ha parlato il 9 aprile a Milano, nel corso dell’incontro Architetture minime di alta quota, organizzato dalla commissione culturale della sezione milanese del CAI nella propria sede. La serata è stata organizzata all'interno delle iniziative dedicate al centenario (1925-2025) del bivacco fisso in Italia e ha toccato vari temi, dall’evoluzione stilistica ai materiali, dalla cosiddetta "Bivaccosofia" alle mode dell’alpinismo. 

Gibello, i bivacchi sono un mondo che appare diviso: da un alto grande modernità, dall’altro un immaginario ancora passatista, romantico?

Oggi tutti vanno pazzi per i bivacchi, sono diventati un'icona, anche un'icona social instagrammabile, da condividere. Ci sono titolari di pagine Instagram che fanno dei servizi proprio sulla notte e il bivacco. C'è tanta comunicazione che ci fa dire che i bivacchi sono luoghi affascinanti, ci sono degli architetti che ne vanno matti perché non li conoscevano fino a 20 anni fa.

Qual è il risultato?

Una convergenza che va un po’ gestita, perché ne stanno sorgendo tanti anche dove non ha nessun senso.

Sono diventati una moda? 

Sono cambiate molte cose. I bivacchi nascono come punti di appoggio essenzialissimi degli accademici del CAI, sono stati costruiti dai fratelli Ravelli che erano accademici del CAI e adesso invece direi che l'alpinismo di punta li snobba.

Perché?

Io sono lento, ma gli alpinisti di punta vanno via veloci, vanno via in giornata, e i bivacchi paradossalmente hanno perso la loro funzione d'appoggio alpinistica per diventare una meta da raggiungere.

Un cambio di prospettiva da gestire?

Credo sia necessaria una riflessione, il CAI in parte la sta già facendo sull’opportunità di costruire bivacchi. Magari è positivo per un’amministrazione locale o per un’associazione, che possono avere fondi. Ma dobbiamo pensare alle ristrutturazioni e a sostituire quelli che servono.

Si parla dei bivacchi come un simbolo dell'abitare estremo. Ma i bivacchi sono un luogo da abitare? O da usare alla bisogna?

È una definizione che funziona bene perché sottolinea che stiamo ragionando di avere un piccolo ricovero in luoghi estremi, però è non certo l'abitare della città. Il bivacco è un punto di appoggio, di soccorso, di emergenza.

E questa “Bivaccosofia”?

È una dinamica di scambio sociale ma molto distorta: l’uomo oggi deve dormire gratis. Anche se teoricamente un riconoscimento bisognerebbe sempre lasciarlo, ma è un aspetto a discrezione.

I bivacchi sono anche luogo di sperimentazione. Quali sono le novità?

Le prestazioni sono molto migliorate nella resistenza alle temperature estreme e, altro tema, agli sbalzi di temperature, a un delta molto ampio. In più oggi i bivacchi sono leggerissimi, un aspetto molto importante.

Perché importante?

Perché permette di installare un bivacco in tempi rapidissimi, magari anche in un pezzo unico e non più a fette, riducendo così l’uso degli elicotteri. A 3.000 metri un elicottero porta sino a 800 kg, circa, a meno di non usare elicotteri giganteschi come quelli svizzeri o dell’Armata Rossa, che possono portare una casa. I pezzi unici leggeri permettono di ridurre tempi, costi, impegno logistico. L’altro aspetto è quello della progettazione vera e propria, si punta ad aprire alle viste esterne, con grandi vetrate.

Possono essere anche preziosi punti di allarme?

I bivacchi potranno ospitare sempre più anche strumenti per dare l’allarme in casa di necessità. Si sta andando in quella direzione, rimane però un discorso insoluto: come facciamo a fare in modo che i sistemi di segnalazione vengano usati solo al momento giusto. Mi pongo la questione, ma non ho nessuna risposta in mano. 

Serve consapevolezza?

Dobbiamo avere la consapevolezza che nelle zone dove ci sono bivacchi aumentano gli interventi di soccorso, penso al Gervasutti o al bivacco Fanton alle Marmarole. È ovvio che sia così: è salita gente che normalmente, finché c'erano i vecchi bivacchi modello Apollonio, Fondazione Berti o Ravelli, non sarebbe salita.

Più si rende la montagna accessibile più si “rischia”?

Parlo da socio CAI, la montagna non è per tutti, è selettiva. L’accessibilità in certi posti non va bene. Io non sono capace a fare il sub e non vado a fare immersioni a Maiorca. Oggi c'è un po' quest'idea, dietro a una falsa concezione di democratizzazione, secondo cui tutti possono andare dappertutto.

Non è così?

Gli ambienti estremi non sono per tutti, con la tecnologia possiamo arrivarci ma noi siamo arretrati, senza la tecnologia non abbiamo la forza che aveva Bonatti di dormire in un bivacco all'aperto sul K2 di notte. Se lo facciamo, crepiamo.