Quando il Karakorum era un mistero su una carta bianca

L'alpinismo himalayano ha fatto conoscere nel dettaglio un luogo lontano e innacessibile, che si è rivelato all'uomo un poco alla volta. Oggi il Baltoro fa parte dell'avicinamento, ma un tempo era la meta lontana e ambita

Quando la montagna era ancora un’ipotesi

La catena del Karakorum, prima di diventare l’ossessione degli alpinisti, lo fu degli esploratori. Prima delle vette, dei record e delle spedizioni estreme venne una domanda più semplice e radicale: dove si trovava davvero quel mondo di ghiaccio e montagne che compariva nei racconti delle carovane asiatiche?

Oggi il Karakorum è una delle catene montuose più celebri del pianeta. È il regno del K2, del Gasherbrum I e II, del Broad Peak e di alcuni tra i ghiacciai più vasti al di fuori delle regioni polari. Per l’alpinismo rappresenta il luogo delle grandi sfide, delle quote estreme e di alcune delle pagine più dure e leggendarie della storia della montagna. Eppure, prima di diventare tutto questo, il Karakorum fu soprattutto un mistero.

 

Per secoli queste montagne esistettero più nell’immaginazione che nella geografia. A differenza delle Alpi, già attraversate, misurate e raccontate con crescente precisione dal Settecento, il Karakorum rimaneva nascosto nel cuore dell’Asia, oltre deserti, altipiani e territori quasi inaccessibili ai viaggiatori europei.

Le informazioni arrivavano lentamente, lungo le antiche vie commerciali che collegavano Kashmir, Tibet e Asia centrale. Ogni racconto aggiungeva un dettaglio e allo stesso tempo aumentava l’incertezza. Le montagne crescevano, si deformavano, cambiavano forma a seconda di chi le raccontava.

Nelle cronache e nelle mappe antiche compariva spesso il nome di Bolor, una regione montuosa difficile persino da collocare. Per alcuni era una muraglia di ghiaccio ai confini del mondo conosciuto, per altri una terra remota oltre la quale iniziava l’ignoto. Il Karakorum, in realtà, non era ancora un luogo: era una proiezione.

L'origine del nome

Anche il nome “Karakorum” porta con sé questa stratificazione di viaggio e commercio. Probabilmente deriva dal Karakorum Pass, antico valico dell’Asia centrale posto a oltre 5.000 metri di quota, lungo una delle rotte che per secoli hanno collegato India, Tibet e Turkestan. È attraverso questi passaggi che le prime informazioni hanno iniziato a filtrare verso l’Occidente.

Tra i pochi europei che attraversarono quelle regioni vi fu anche il gesuita italiano Ippolito Desideri, che all’inizio del Settecento raggiunse il Tibet passando per territori allora quasi sconosciuti. Le sue osservazioni ampliarono la conoscenza dell’Asia interna, ma il cuore del Karakorum restava ancora lontano, chiuso dietro una successione di vallate e ghiacciai mai esplorati.

Dalle sigle alla mappa: quando il Karakorum diventa misurabile

La svolta arriva nell’Ottocento, il secolo delle grandi misurazioni del mondo. Mentre nelle Alpi nasceva l’alpinismo moderno e le montagne europee venivano progressivamente conquistate, il Karakorum rimaneva una delle ultime grandi zone bianche sulle carte geografiche e per comprenderlo non bastava più il racconto, serviva misurarlo.

Fu in questo contesto che l’Impero britannico avviò il Great Trigonometrical Survey of India, una delle più grandi operazioni cartografiche della storia. Tra i suoi protagonisti vi fu Thomas George Montgomerie. Dalle alture del Kashmir osservò per la prima volta le grandi montagne del Karakorum. 

 

Non poteva raggiungerle, ma poteva classificarle, e così fece, assegnando ad ognuna di esse un ordine: K1, K2, K3, K4 e K5. La lettera K indicava il Karakorum, i numeri erano semplici identificativi tecnici.

Il K1 è oggi il Masherbrum, mentre il K2 ha conservato quella sigla diventata nel tempo uno dei nomi più iconici della storia dell’alpinismo. Un numero, prima di essere un mito. Ma vedere una montagna non significa conoscerla, serve entrare in quel mondo.

Ghiacciaio Baltoro: la porta nell’ignoto

Fu questo il passo successivo, affidato a Henry Haversham Godwin-Austen. Nel 1861 si addentrò nella regione del Baltoro, esplorando i grandi ghiacciai che scendevano dalle montagne osservate da Montgomerie. Per la prima volta il Karakorum non veniva soltanto visto da lontano, ma attraversato.

 

Le sue rilevazioni permisero di comprendere la struttura del sistema glaciale e di collocare meglio quella montagna indicata come K2. Ancora oggi il suo nome resta legato al territorio attraverso il ghiacciaio Godwin-Austen, una delle principali vie d’accesso al K2. Eppure, anche in questa fase, il Karakorum non era ancora pienamente conosciuto.

 

Le mappe si riempivano, ma mancava ancora qualcosa: un racconto del luogo. Quell’ultimo passaggio arrivò con Sir William Martin Conway, che nel 1892 guidò una delle prime grandi spedizioni esplorative nel cuore del Karakorum.

Attraversò il Baltoro e raggiunse Concordia, il punto in cui si incontrano alcuni dei più grandi ghiacciai della regione. Davanti a lui si aprì uno dei paesaggi più imponenti della Terra: K2, Broad Peak, Gasherbrum I e II, un sistema di montagne e ghiacci che sembra non avere fine.

Per Conway non si trattava soltanto di osservare, si trattava di raccontare. Le sue descrizioni portarono il Karakorum fuori dall’isolamento geografico e dentro l’immaginario europeo. Da regione sconosciuta divenne progressivamente un luogo pensabile, poi raggiungibile.

In tutta questa fase le vette non erano ancora il vero obiettivo. Prima di scalare una montagna bisognava capire dove si trovasse. Prima dell’alpinismo veniva l’esplorazione. In questo senso il vero protagonista della scoperta del Karakorum non fu una cima, ma il Baltoro. Un ghiacciaio lungo oltre sessanta chilometri che non era ancora una via alpinistica, ma una strada nell’ignoto. Per chi lo attraversava per la prima volta non era un percorso: era una rivelazione progressiva.

La montagna immaginaria

Il Baltoro fu la porta d’ingresso del Karakorum. All’inizio del Novecento sarebbe arrivato anche Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, che segnò il passaggio definitivo da esplorazione geografica ad alpinismo. Le montagne non erano più soltanto da comprendere: iniziavano a diventare obiettivi da raggiungere. Era l’inizio di una nuova epoca.

Da lì in avanti sarebbero arrivate le grandi spedizioni, il K2 come sfida assoluta, le tragedie, le conquiste degli ottomila e l’alpinismo himalayano moderno. Ma la storia del Karakorum non comincia lì, comincia prima. Comincia quando quelle montagne non avevano ancora un nome condiviso, quando il K2 era soltanto una sigla su una mappa e quando gli uomini cercavano non di scalarle, ma di capire se esistessero davvero.

 

Questo continua a rendere il Karakorum unico ancora oggi: non soltanto la sua altezza, ma il fatto che conserva ancora la memoria di un tempo in cui il mondo non era stato completamente scoperto. Prima delle vette, prima dei record e prima delle imprese, il Karakorum fu uno degli ultimi luoghi in cui l’uomo dovette immaginare la montagna prima ancora di poterla raggiungere.