I server contenuti in una zona IT all'interno degli spazi della miniera Tassullo © Intacture
Un'Unità di trattamento aria (UTA) dedicata allo spostamento di aria per il raffreddamento dei server © Intacture
La Val di Non e il lago artificiale di Santa Giustina © mosco, wikicommons
Il 20% delle strutture non ipogee, uffici e dry cooler, in fase di costruzione e ad oggi concluse © Intacture
Una zona di passaggio di Intacture, a 100 metri circa di profondità © Intacture
Lo scorcio di Val di Non in cui sono stati costruiti gli spazi in superficie di Intacture © Intacture
I server contenuti in una zona IT all'interno degli spazi della miniera Tassullo © Intacture
Uno dei risvolti negativi più gravi del digitale è sicuramente l’impatto di queste tecnologie sull’ambiente. Come sottolineato nelle scorse settimane da un report di Legambiente le strutture come i datacenter, cioè grandi computer dedicati a gestire e conservare dati, sono estremamente energivore, e consumano milioni di litri di acqua dolce al giorno.
Non tutti, però. Il datacenter che sta per entrare in funzione in Trentino, più precisamente in Val di Non, appartiene a questa seconda categoria. Invisibile allo sguardo, perché per l’80% sotterraneo, e invisibile, per quanto possibile, anche all’ambiente, perché progettato per contenere consumi energetici, dispersione dell’acqua e consumo di suolo. In un tempo in cui il digitale lascia impronte ambientali sempre più pesanti, a Tassullo la sfida è stata farne una il più leggera possibile.
Il nuovo datacenter si chiama Intacture ed è realizzato da un partenariato pubblico-privato istituzionalizzato del quale fa parte anche l’Università di Trento, ed entrerà in funzione in estate: “Si tratterà di un edge data center, quindi un data center di prossimità, e sarà l’unico al mondo in una miniera attiva sui 12mila attualmente in funzione”, afferma Dennis Bonn, consigliere delegato di Trentino Data Mine, la società che ha realizzato l’investimento e che gestisce l’impianto. Ma le vere peculiarità della struttura sono soprattutto quelle ambientali.
Consumi ridotti, e l’ambiente ringrazia
Intacture ha deciso di innovare proprio su questi aspetti, realizzando uno dei datacenter più efficienti al mondo: “Per ogni kilowatt che destiniamo al singolo server, ne dobbiamo utilizzare solo 0,2 in più nell’intero impianto. Nei datacenter tradizionali ne servono 0,5 o 0,6 in più, in media”, afferma Dennis Bonn. Un risultato che è stato ottenuto soprattutto grazie a una particolare tecnica di raffreddamento.
Abbiamo riempito i circuiti di raffreddamento ad acqua una sola volta e non li apriremo mai più.
Una delle voci più preoccupanti in merito ai datacenter, infatti, è proprio quella del consumo di acqua dolce per il raffreddamento dei computer: “Al suo interno, la montagna è a 12° costanti, e i volumi di roccia in cui sono contenuti i server, attualmente 90 milioni di metri cubi in totale, sono molto più ampi di quelli che vengono solitamente costruiti in superficie, che per raffreddare è un vantaggio. Per abbassare la temperatura dei computer, invece di sfruttare sempre l’acqua, andiamo in scambio col terreno, tirando dentro le stanze il fresco e portando fuori aria tiepida sfruttando la tecnica del freecooling”, sostiene Bonn.
Inoltre, sono state previste delle soluzioni anche per quando, soprattutto in estate, questo sistema potrebbe andare incontro a delle limitazioni: “Abbiamo installato anche dei compressori a lievitazione magnetica, per quando la temperatura esterna salirà oltre i 25°-28°, ipotizziamo tra luglio e agosto. Sono a circuito chiuso, vuol dire che li abbiamo caricati con acqua una sola volta al contrario degli altri datacenter che ne usano sempre di nuova, e non li caricheremo mai più. Inoltre, l’energia che alimenta la struttura proviene unicamente da idroelettrico del Trentino certificato al 100%”, prosegue il consigliere delegato.
L'80% della struttura è ipogeo, solo il 20% è in superficie.
Un modello di sostenibilità che si manifesta anche in un’altra caratteristica di Intacture, cioè l’impronta di suolo: “Il consumo di superficie del nostro progetto è estremamente ridotto. L’80% della struttura è ipogea, perché è stata costruita nei locali della cava di dolomia Tassullo. Solo il 20%, che è composto da uffici e dry cooler, cioè le macchine che scambiano il calore con l’esterno, è in superficie. Ma anche per gli edifici non all’interno della cava abbiamo fatto una scelta di sostenibilità, costruendoli a loro volta su una ex cava a cielo aperto. Abbiamo riqualificato la zona con zero utilizzo di superficie nobile, a maggior ragione in Val di Non dove il territorio è un valore che non potevamo permetterci di utilizzare”, continua Dennis Bonn.
Uno sguardo al futuro
La struttura in superficie, inoltre, è già stata dimensionata per accogliere un flusso fino a otto volte superiore rispetto a quello attuale, garantendo una futura espansione del sito unicamente sottoterra. Installare i server in una miniera attiva, infatti, consentirà una progettazione condivisa dei volumi che verranno scavati all’interno della montagna con Tassullo, i gestori della cava: “È un ulteriore elemento di economia circolare – afferma Dennis Bonn –, perché anche il vuoto è uno scarto che così viene nuovamente riempito. Calibrare insieme a Tassullo gli scavi futuri permette di rendere efficiente il servizio che andremo ad alloggiare al suo interno, soprattutto dal punto di vista del raffreddamento”.
Un modello complesso da replicare
Realizzare un progetto di questo tipo, però, significa anche fare i conti con contesti ed ecosistemi particolari e, molto spesso, difficilmente riproducibili: “Ci piacerebbe molto esportare questo progetto, ma non è semplice perché servono caratteristiche uniche del territorio. Serve che ci sia uno strato di argilla, proprio come a Tassullo, o di materiale impermeabile al di sopra dei pc che impedisca il percolamento dell’acqua, che è nemica dei server. La roccia, poi, deve mantenere bene il freddo, e serve anche una legislazione favorevole come quella della Provincia autonoma di Trento, che consente questo tipo di riuso. Utilizzare miniere già scavate non sarebbe altrettanto funzionale proprio per i volumi di scavo. Infine, in Trentino abbiamo un cablaggio capillare della fibra che ha permesso la realizzazione di quest’opera in periferia”, conclude Bonn.