Frame dal film 'The Future of Climbing' © Guillaume Broust
Frame dal film 'The Future of Climbing' © Guillaume Broust
Frame dal film 'The Future of Climbing' © Guillaume Broust
Frame dal film 'The Future of Climbing' © Guillaume Broust
Frame dal film 'The Future of Climbing' © Guillaume Broust
Frame dal film 'The Future of Climbing' © Guillaume BroustL'arrampicata non è più un movimento di controcultura. Parte da questo assunto il nuovo film del regista francese Guillaume Broust, ‘The Future of Climbing’, presentato nelle sale in questi giorni al Trento Film Festival e disponibile per la visione su YouTube. Si tratta di un lungometraggio, con il fuoriclasse elvetico Cédric Lachat come protagonista, capace di interrogarsi in maniera spesso ironica sul futuro dell'arrampicata, intesa più che altro nella sua accezione sportiva.
Dalla palestra alla falesia, e viceversa
Non sono così lontani i tempi in cui, perlomeno in Italia, il termine ‘palestra’ designava soltanto la falesia: una palestra, per l'appunto, dove potersi allenare sui singoli passaggi in vista delle grandi pareti alpine.
Ora, quell'allenamento, è diventato da almeno una quarantina d'anni pratica a sé stante. Non si tratta più di perfezionarvi la tecnica ma di affrontare quelle brevi pareti già provvisti degli strumenti sportivi per farlo, spesso acquisiti in un ambiente ancora più protetto: le palestre vere e proprie, dedicate all'arrampicata indoor.
Dall'inizio del ventesimo secolo ad oggi, queste strutture si sono moltiplicate, tanto che ogni settimana, nel mondo, viene costruita almeno una nuova palestra d'arrampicata. Numeri impressionanti per uno sport che, fino a pochi anni fa, era considerato ancora di nicchia.
Dalla nicchia al mainstream
Il problema di quando una nicchia si espande è uno soltanto: comprendere quali abitudini cambiare per poter fare in modo che la pratica di quello sport resti sostenibile. E questo discorso vale a maggior ragione se lo sport in questione è l'arrampicata, da sempre connaturata all'ambiente che ci circonda.
Parcheggi pieni, rifiuti abbandonati, musica a tutto volume, abuso di magnesite ed invasione incurante di proprietà private, compresi i recinti scavalcati e divelti. Oggi, senza voler fare i moralisti ma analizzando i fatti, è così che si presenta il futuro - anzi, il presente - dell'arrampicata sportiva in falesia.
“Se non riusciamo a cambiare le cose, penso che il nostro sport all'aperto sia davvero a rischio” dichiara Lachat nel film. E con lui tutta una pletora di arrampicatori più o meno professionisti, intervistati e ascoltati nelle loro diverse opinioni. Da Dave Graham a Solene Piret, passando per Eline Le Menestrel, Alex Huber e Chris Sharma, tutti convergono nell'affermare che la bellezza dell'arrampicata sta nella sua libertà, ma che è proprio questo fantomatico concetto di libertà che va compreso forse più a fondo.
L'arrampicata sportiva non è libera
Non c'è libertà nell'appiccare un fuoco senza saperne gestire le conseguenze, finendo per distruggere interi settori di una falesia - come successo ad Oliana, nel giugno 2022. E non c'è nemmeno libertà nel transitare senza cura attraverso i castagneti secolari di un agricoltore locale, creando danni incalcolabili per il suo stesso sostentamento - cosa che, a Meschia, a implicato poi la chiusura del sito d'arrampicata. Non c'è libertà, dunque, nell'individualismo sfrenato che sembra aver di colpo intaccato la nostra disciplina, nonostante si continui a nasconderlo in un cameratismo di facciata che questo sport porta con sé.
L'arrampicata è di fatto diventata cultura del consumo, Un consumo reso ancora più frenetico dall'uso dei social network, che contribuiscono a massificarne la pratica senza prevedere un cambio di rotta radicale nelle modalità di fruizione. In fondo, ciò che questo film vuole dirci, è quanto la libertà si nutra - anche e soprattutto - di responsabilità.
L'arrampicata, oggi, nel 2026, non è diventata più libera, anzi: si è fatta soltanto più esposta, con tutti i problemi e le responsabilità che non vogliamo assumerci nel risolverli. La libertà, per un singolo climber, è facile da raggiungere, perché si basa su risultati egoriferiti e non fa progredire la community.
Osservare le falesie con gli occhi di un'escursionista
“Credo sarebbe utile per i climber fare ogni tanto questo esercizio: osservare le falesie con gli occhi di un escursionista”. Con questo suggerimento iniziava un recente post condiviso sui social dalla guida alpina Luca Vallata, poi rimosso.
E di fatto il film di Broust si pone esattamente questo intento. L'arrampicata in falesia ha perso, insieme alla sua connotazione alpinistica, la capacità di riconoscersi davvero parte di un contesto naturale senza il quale, comunque, non esisterebbe.
Ricominciare i giochi innestandosi su questa consapevolezza è difficile quando non impossibile. Eppure basterebbe focalizzarsi su un concetto di libertà più ampio e meno esoso: quello di libertà collettiva. Se la mia rinuncia alla musica, alla sporcizia, alla frequentazione massiva di un posto che, le masse, non riesce per definizione a contenerle aiuterà un giovane climber del futuro a poter continuare, in modo altrettanto responsabile, ad arrampicare, allora sì che posso dirmi libero, perché liberato da tutti i problemi creati dall'abuso costante di un ‘faccio ciò che voglio’ fuori contesto.
Perché in montagna - luogo da dove questo sport nasce ma al quale sembra non appartenere più - il ‘faccio ciò che voglio’ senza condizioni è fuori discussione. La libertà in senso assoluto non esiste per il singolo uomo. Esiste per gli uomini. Un plurale che fa la differenza e che ci costringe davvero, insieme a questo film, ad osservare quello che stiamo facendo con gli occhi di un'escursionista. Per garantire all'arrampicata il futuro che merita.