Il pino mugo, la 'farmacia delle streghe'

Dallo sciroppo preparato con le pigne verdi all’olio essenziale delle distillerie alpine, il pino mugo è una pianta capace di attraversare secoli di saperi popolari, rimedi domestici e leggende. Ma nella stagione di tosse e raffreddori, sa anche regalare utili rimedi

Quando arriva l’autunno e la montagna cambia odore, colore e temperatura arriva, purtroppo, anche il momento dei primi malanni di stagione: la gola che brucia, il naso chiuso, la tosse che accompagna le giornate più fredde. Un tempo, nelle case di montagna, per affrontarli si guardava anche fuori dalla porta, verso i boschi e i pendii che custodivano una piccola farmacia naturale.

Tra le piante più conosciute c’era il pino mugo, Pinus mugo, una conifera forte capace di crescere bassa e contorta, aggrappata ai versanti dove il vento e la neve mettono a dura prova anche gli arbusti più resistenti. Dai suoi giovani germogli e dalle pigne ancora verdi si ricavavano preparazioni aromatiche, conservate per i mesi freddi e utilizzate tradizionalmente contro la tosse e le irritazioni della gola. Attraverso la distillazione, invece, si poteva ottenere un olio essenziale dal profumo intenso e resinoso.

È una storia che attraversa secoli di conoscenze botaniche, racconti popolari e lavoro. Una storia nella quale la montagna non è soltanto il luogo in cui si vive, ma un ambiente da conoscere, capace di offrire risorse a chi ha imparato a riconoscerle. E in cui una pianta può essere, allo stesso tempo, un rimedio da custodire in dispensa, una materia prima da lavorare e una presenza misteriosa attorno alla quale sono nate leggende.

La farmacia dei poveri 

Il pino mugo è una delle piante di montagna che meglio raccontano il rapporto tra le comunità alpine e le risorse offerte dalla montagna. Per generazioni, le persone hanno imparato a riconoscerne le caratteristiche, a raccoglierne le parti più adatte e a trasformarle in preparazioni da utilizzare durante l’anno. Era una conoscenza costruita attraverso l’esperienza, tramandata in famiglia e adattata alle condizioni di ogni valle.

Già nella botanica del Cinquecento, con opere come i Discorsi del medico e botanico Pietro Andrea Mattioli, le piante come questa e i loro impieghi occupavano un posto importante nella cultura medica europea. La distinzione tra osservazione, uso tradizionale e spiegazione scientifica era allora molto diversa da quella odierna, ma l’interesse per le proprietà di tale specie vegetale testimonia quanto fosse antico il tentativo di comprendere ciò che cresceva intorno agli uomini.

Molto più tardi, Mario Rigoni Stern, dall'altipiano di Asiago, avrebbe raccontato il pino mugo restituendogli il posto che aveva nella vita quotidiana delle comunità di montagna. Non soltanto una pianta da osservare, ma una presenza utile, capace di accompagnare il lavoro dei pastori, dei boscaioli e dei soldati. Il suo legno, bruciava anche da bagnato, dando compagnia anche nelle peggiori trincee, ma nelle migliori condizioni veniva lasciato stagionare prima di essere bruciato, offrendo un fuoco vivace e prezioso nei ricoveri e nelle baite.

Ma il rapporto con il mugo non si fermava al focolare. Le gemme e le giovani pigne venivano raccolte all’inizio dell’estate, quando erano ancora verdi e ricche di sostanze aromatiche, per preparare sciroppi destinati alla stagione fredda. Era un modo per conservare qualcosa dell’estate e averlo a disposizione quando il paesaggio si sarebbe fatto più severo.

Il rimedio custodito in un barattolo

La preparazione domestica è semplice, anche se richiede tempo. I giovani germogli o le pigne ancora verdi vengono disposti a strati con lo zucchero in un vaso di vetro, poi lasciati al sole per diverse settimane. Il calore favorisce la fuoriuscita dei succhi e la formazione di uno sciroppo scuro e profumato, che viene infine filtrato e conservato.

Le ricette cambiano da una valle all’altra: c’è chi utilizza soprattutto le gemme, chi preferisce le pigne, chi aggiunge il miele o lascia il composto esposto alla luce per periodi differenti. Non esiste una sola formula capace di rappresentare tutte le tradizioni alpine. È proprio questa varietà a raccontare un sapere domestico che non nasceva da un manuale unico, ma dall’esperienza e dalla trasmissione dei gesti.

Il nome mugolio viene talvolta utilizzato per indicare queste preparazioni, ma in ambito erboristico e nella tradizione della distillazione designa anche l’olio essenziale ricavato dal pino mugo. È importante distinguere i prodotti: lo sciroppo casalingo nasce dalla macerazione delle parti giovani della pianta con lo zucchero; l’olio essenziale si ottiene invece attraverso la distillazione in corrente di vapore di rametti e aghi.

Tra fumi purificatori, streghe e folletti

Il pino mugo non appartiene soltanto alla storia dei rimedi popolari. Nelle comunità alpine, il suo profumo resinoso e le sue proprietà balsamiche lo hanno reso protagonista anche di rituali, credenze e racconti tramandati per secoli. In molte vallate del Trentino e del Tirolo, aghi e rami venivano bruciati per produrre un fumo aromatico utilizzato per purificare stalle, malghe e abitazioni, proteggere gli animali e, secondo la tradizione, allontanare il malocchio e le avversità.

Anche le fitte mughete hanno alimentato l'immaginario popolare. I loro rami intricati e striscianti potevano facilmente confondere chi vi si addentrava, dando origine a leggende sui Salbanelli, piccoli spiriti dispettosi che avrebbero fatto smarrire la strada a cacciatori e viandanti. In Val Sarentino, invece, il mugo è legato alla figura di Trehs, donna misteriosa associata alle erbe, ai profumi della montagna e a un sapere sospeso tra cura e magia.

Dietro queste storie si cela però anche una realtà storica. Nel 1540 Barbara Pachler, una donna realmente esistita della Val Sarentino, fu processata e condannata con accuse di stregoneria. La sua vicenda sarebbe poi confluita nella leggenda della Pachlerzottl, ricordando come, in passato, la conoscenza delle piante medicinali potesse suscitare non solo rispetto, ma anche sospetto e paura.

Il pino mugo diventa così il simbolo di un mondo in cui natura, medicina popolare e folklore erano profondamente intrecciati. La stessa pianta che forniva resine, sciroppi e rimedi per la tosse alimentava anche racconti di spiriti, streghe e poteri protettivi, custodendo nelle sue mughete non solo il profumo della montagna, ma anche la memoria delle sue leggende.

Quello che la montagna continua a insegnare

Oggi il pino mugo viene utilizzato per produrre oli essenziali, preparati balsamici e cosmetici. La ricerca scientifica ne studia la composizione chimica e alcune attività biologiche, ma è necessario distinguere i risultati ottenuti in laboratorio dalle prove cliniche; la tradizione d’uso, da sola, non dimostra che uno sciroppo o un olio essenziale siano in grado di curare raffreddore e mal di gola.

Il valore di questa pianta, però, non si esaurisce nella domanda su quanto funzioni un rimedio. C’è anche la storia di una specie riconosciuta e utilizzata da generazioni, di una raccolta legata ai ritmi stagionali e di un sapere capace di passare dalla cucina alla distilleria, dalla memoria familiare alla produzione organizzata.

Il pino mugo è particolare anche per il modo in cui si inserisce nel paesaggio alpino. Resiste al freddo, si adatta a condizioni difficili e forma distese fitte, nelle quali è facile perdere la direzione. È una pianta che può proteggere il suolo e contribuire a trattenere la neve, ma che, quando non viene più utilizzata come un tempo, può anche espandersi e modificare gli ambienti in cui cresce. La sua storia, quindi, riguarda non soltanto ciò che l’uomo ricava dalla natura, ma anche il rapporto in continua evoluzione tra le attività umane e gli equilibri della montagna.

Il mugo è stato rimedio domestico, legna da ardere, materia prima per le distillerie e protagonista di racconti popolari. Ha attraversato il confine tra ciò che si poteva osservare e ciò che si immaginava, tra la conoscenza concreta delle sue caratteristiche e le storie nate intorno alla sua presenza.

Quando l’autunno avanza e il bosco cambia colore, le mughete rimangono verdi. Tra i loro rami intricati, dove un tempo si immaginavano folletti pronti a confondere i viandanti, sopravvive una parte della memoria alpina. Nelle case, intanto, un barattolo di sciroppo può ancora custodire il profumo resinoso della pianta; nelle distillerie, quel profumo diventa olio essenziale; nelle leggende, continua a essere il segno di un mondo in cui il bosco non era mai soltanto un insieme di alberi.

Forse le streghe non hanno mai avuto bisogno di incantesimi per riconoscere il valore del pino mugo. Bastava sapere dove cresceva, quando raccoglierlo e come trasformarlo. Il resto lo facevano il buio, il vento tra i rami e la fantasia di chi, nelle lunghe sere d’inverno, aveva ancora storie da raccontare.