La prima nevicata: un richiamo per scialpinisti e 'semitutine'

La neve che è tornata a imbiancare le montagne inizia a solleticare la fantasia degli amanti dello scialpinismo. Ma tra i puristi della disciplina e chi vede solo un'opportunità per allenarsi, c'è una categoria che sfugge alle definizioni. E allora torna utile la lezione di Philippe Traynard

 

Ogni anno, in autunno, per un malato di sci come chi scrive, è normale sperare in un inverno eccezionale di grandi nevicate. Anche se le statistiche dicono che nevica sempre meno e la neve dura poco alle basse quote. Gli anni da ricordare per la tanta neve però prima o poi arrivano e lo scialpinismo, a differenza dello sci di discesa, sembra averne ancora tanto bisogno. Ne hanno sicuramente bisogno gli scialpinisti che traggono ispirazione dai grandi sciatori di montagna del passato.  A Wilhelm Paulcke, a Marcel Kurz, a Arnold Lunn e a tutti gli altri cantori dei grandi spazi bianchi del secolo scorso. Ne hanno invece meno bisogno le tutine che, per allenarsi, sfidano i divieti risalendo veloci sui bordi delle piste di dura neve artificiale per poi scendere sulle stesse piste facendo miracoli di equilibrio con i loro sci stuzzicadenti. Val la pena di precisare che anche le tutine sono scialpinisti: chi sale e scende le montagne con gli sci senza fare uso di mezzi meccanici viene normalmente definito tale, anche se di alpinismo ne mastica poco o magari niente.

Una falsa sicurezza

L’artificialità e la preparazione dei percorsi cosidetti “in sicurezza” per questa tipologia di scialpinisti sono ormai diventati prassi e punti di forza nelle strategie di comunicazione dei lunapark dello sci di massa e quindi non ha più senso fare distinzioni. Tanto più che si è sviluppata a macchia d’olio una categoria ibrida: quelle delle semi-tutine: sciatori fisicamente prestanti affascinati dalla prestazioni veloci sia in salita che in discesa degli atleti che fanno gare di scialpinismo. Non è facile distinguere le semitutine dagli scialpinisti classici perché il loro abbigliamento e la loro attrezzatura non sono spesso così esasperati come quelli delle tutine. Bisogna insomma essere buoni osservatori per scoprirle. 

 

Per esempio le semitutine difficilmente usano tute e collant da ballerini classici, preferiscono capi un pò più sobri e più protettivi in caso di brutto tempo. Hanno inoltre sulle spalle zaini veri e propri seppur di ridotte dimensioni, non leggeri sacchetti di nylon quasi vuoti. Inoltre, quando una semitutina arriva in cima non si mette certo a fumare la pipa come faceva Kurz o a banchettare come fanno spesso gli scialpinisti classici. Preferisce sgranocchiare furtivamente una barretta e poi, senza farsi troppo notare, dare un’occhiata veloce al grande orologio-altimetro- barometro-smarthphone al polso sul quale sono registrati tutti dati che lo interessano della gita, certamente più del panorama e dei piaceri della discesa. 

 

Per non farsi troppo notare la semitutina toglie le pelli senza applicare le raffinate tecniche con gli sci ai piedi delle tutine, poi giù appena può con gli sci belli larghi per aver più stabilità ed essere più veloce su piste autostrade dure come il cemento. Senza mai fermarsi, se ci riesce, per dar maggior valore alla performance. 

 

Non scrivo tutto questo nell’intento di ridicolizzare chi vive lo scialpinismo in questo modo. Anch’io, quando manca la neve, quando è pericolosa o quando il tempo è brutto, invece di andare a fare jogging in un parco, preferisco fare, seppur con difficoltá, la semitutina. Si tratta senza dubbio un’ottima forma di allenamento.

Lo sci di montagna

Il grande Philippe Traynard, autore negli anni Settanta del secolo scorso di insuperate guide di itinerari scelti, preferiva denominare il suo scialpinismo di alto livello vissuto senza le ansie da cronometro, “sci di montagna” per distinguerlo dallo “sci in montagna”, in cui includeva tutte le altre forme di sci, ivi compreso lo sci su pista e, penso io se Philippe ci fosse ancora, anche quello delle semitutine e delle tutine. 

 

Oggi, anche in Francia, questa importante distinzione fra “sci di montagna” e ”sci in montagna” è purtroppo venuta meno e si denomina “skialpinisme” tutto lo sci che viene effettuato senza l’uso di mezzi di risalita, elicotteri compresi. A noi la parola “sci di montagna” anziché “scialpinismo” piace di più, anche se poco o niente usata, forse perché più in linea con il termine “ski mountaineering” anglosassone. Ma, sia chiaro, è solo una questione di gusti. 

 

“La nuova neve fa sentire forte dentro di me la voglia di sciare. Una voglia incontenibile, parente prossima di un erotismo da metafora bianca”. Giorgio Daidola

Ritorniamo alla neve. La prima che cade e si ferma sul prato davanti alla mia casa a mille metri di altitudine è sempre di una bellezza che mi commuove. Forse per la nostalgia che mi comunica di quando andavo a sciare con il mio papà sulle colline torinesi. Sta di fatto che la nuova neve fa sentire forte dentro di me la voglia di sciare. Una voglia incontenibile, parente prossima di un erotismo da metafora bianca. Si, proprio erotismo che si consuma andando a sciare di notte mentre lei cade, affascinante e leggera come quella del nord dell’Hokkaido e della Georgia. Una neve purtroppo sempre più rara sulle Alpi. Spesso bisogna andarla cercare questa neve, bisogna diventare, come recita il titolo di un bel libro di Marileno Dianda, dei veri “cercatori di neve”. Si tratta di una neve che fa sentire forte quello che mi piace chiamare “Ski Spirit”…


Ne riparleremo dopo una prima sciata.