Psicologia in montagna: come affrontare una crisi

"Non ce la faccio più". La frase è comune a diverse attività, ma spesso ci concentriamo solo su come superare la difficoltà. Imparare ad ascoltare davvero il proprio corpo invece può insegnarci ad andare oltre la risposta più immediata

 

Siamo a metà di una via, abbiamo già arrampicato per diversi minuti e gli avambracci iniziano a farsi sentire. Le dita stringono l’appiglio con più fatica, il respiro accelera, il cuore batte forte e le braccia tremano leggermente, ci fermiamo qualche secondo e compare un pensiero: “sono stanco, forse non ce la faccio più”. È una sensazione che chiunque pratichi attività in montagna può conoscere: può accadere arrampicando, durante una lunga salita con gli sci o negli ultimi metri di un’escursione; a un certo punto il corpo sembra dirci: basta!

Ma che cosa ci sta dicendo davvero?

Siamo sicuri del significato?

Durante l’attività fisica il nostro organismo cambia continuamente: aumentano frequenza cardiaca e respirazione, cresce la temperatura corporea e i muscoli si affaticano, diventiamo consapevoli di molti di questi cambiamenti attraverso l’interocezione, cioè la capacità di percepire e integrare le informazioni provenienti dall’interno del corpo. 

Come sottolineano Wallman-Jones e colleghi, l’attività fisica rappresenta un contesto particolarmente interessante per osservare questo processo, perché lo sforzo modifica continuamente lo stato corporeo e, con esso, ciò che percepiamo. Il segnale corporeo, però, non contiene già in sé il proprio significato. Il respiro affannoso, gli avambracci che bruciano, le gambe che tremano, sono sensazioni;  “non riuscirò ad arrivare in cima”, “sto per cadere” sono i possibili significati che attribuiamo a quella sensazione. 

Da una prospettiva psicologica questo passaggio è particolarmente importante; è evidente infatti come sia presente un rapporto continuo tra l’esperienza immediata e il modo in cui successivamente la riconosciamo, organizziamo e interpretiamo; le informazioni che ci giungono dalle sensazioni corporee non sono quindi lette in maniera asettica e neutrale, ma vengono organizzate e messe in relazione con la nostra storia, le aspettative, le esperienze precedenti e ciò che pensiamo di noi stessi. 

Tale relazione non procede in senso unico dalla sensazione verso l’attribuzione di significato, ma si muove anche nella direzione opposta, infatti, anche l’esperienza può contribuire a costruire una conoscenza sempre più precisa delle proprie sensazioni e modificare così il significato che esse veicolano: un arrampicatore alle prime armi può percepire l’affaticamento muscolare alle braccia e interpretarlo immediatamente come “sto finendo le energie” o “non riuscirò a tenere la prossima presa”, uno più esperto invece potrebbe sentire una fatica altrettanto intensa e riconoscerla come familiare: “sono affaticato, ma posso recuperare”; non significa necessariamente che uno senta il proprio corpo più dell’altro, ma che può avere imparato a conoscerlo in modo diverso.

Conoscere il proprio corpo: non c'è una via unica

Una situazione analoga potrebbe essere osservata durante un’escursione: la stessa pesantezza nelle gambe può essere vissuta diversamente a seconda delle condizioni: se abbiamo dormito bene, conosciamo il percorso e siamo tranquilli, potremmo pensare “sono stanco, rallento un po’”, se invece abbiamo dormito poco, siamo in ritardo e ci aspetta ancora molto dislivello, quella stessa sensazione potrebbe diventare “non riuscirò a finire”.  Esiste anche il problema opposto. 

Una persona molto orientata alla prestazione può percepire chiaramente la stanchezza ma ignorarla, pensando “devo resistere” o “non posso fermarmi”. Ascoltare il corpo, quindi, non significa né obbedire automaticamente a ogni sensazione né convincersi che ogni limite possa essere superato con la forza di volontà, significa imparare a distinguere ciò che sentiamo dall’interpretazione immediata che ne diamo. “Non ce la faccio più” può significare cose diverse: essere realmente vicini al proprio limite fisico, avere bisogno di recuperare, essere preoccupati per ciò che ci aspetta oppure trovarsi davanti a un segnale che suggerisce di interrompere l’attività. Non esiste una risposta valida in ogni situazione, esiste piuttosto la possibilità di costruire, attraverso l’esperienza, una maggiore precisione nel riconoscere ciò che stiamo vivendo integrando sensazioni corporee, condizioni ambientali e stato emotivo.

Spostare l'attenzione

Andare in montagna significa anche imparare questo: conoscere non soltanto ciò che siamo capaci di fare, ma come reagiamo quando siamo stanchi, quando iniziamo a dubitare e quando il corpo ci manda segnali che non sappiamo ancora interpretare. Studi recenti che hanno confrontato arrampicatori principianti ed esperti hanno evidenziato differenze sia nelle risposte
psicologiche sia in alcuni parametri fisiologici. In uno studio condotto su sessanta arrampicatori, per esempio, i più esperti mostravano livelli inferiori di ansia e modalità differenti di risposta allo stress. Questi risultati non ci permettono di concludere che l’esperienza porti necessariamente a “interpretare meglio” le proprie sensazioni, ma mostrano come
esperienza, risposta fisiologica e vissuto psicologico siano strettamente intrecciati.
 

La prossima volta che durante una salita comparirà il pensiero “basta, non ce la faccio più”, potremmo concederci qualche istante prima di considerarlo una sentenza: fermarci, respirare e ascoltare.  Non necessariamente per continuare, né per ignorare la fatica, ma per capire che cosa quella sensazione ci sta davvero dicendo. 
 

A volte la risposta sarà fare ancora un passo. Altre volte sarà fermarsi.