'Jenga Boliviano': cordata messicana apre una nuova via sul Condoriri

Max Alvarez, Emiliano Cardenas e Pacifico Machaca hanno salito una delle poche linee percorribili sull’Ala destra del Condoriri, in Bolivia. “Fin dai primi metri è stato chiaro che sarebbe stata una salita complessa. Piazzare protezioni solide era molto difficile".

 

 

Una nuova via su una delle pareti più enigmatiche della Cordillera Real boliviana, a poche ore di auto da La Paz. è l’Ala destra del Condoriri, (5840 m), una montagna ancora selvaggia e severa, dove l'unica opzione è cavarsela da soli. Qui, i messicani Max Alvarez ed Emiliano Cardenas e il boliviano Pacifico Machado hanno aperto Jenga Boliviano, una linea di 800 metri con difficoltà fino al 6c, C2, 65°. Il grado C2 riguarda la proteggibilità della via, e quindi l'impegno complessivo. È infatti noto che questa parete sud presenti una roccia generalmente di pessima qualità: è dunque molto difficile individuare una linea che, oltre a essere percorribile in relativa sicurezza, abbia una certa difficoltà e verticalità. “Il primo a notare questa linea, una delle poche scalabili sulla parete, è stata la guida boliviana Pacifico Machado. Anni fa, insieme al fratello aveva aperto un’altra via più facile sulla parete sud, e aveva messo gli occhi su quest’evidente variante. Quest’anno, io e Max Alvarez siamo venuti in Bolivia per impartire un corso di alpinismo a dei ragazzi messicani, e al termine delle lezioni ci siamo uniti a Pacifico per esplorare questa linea” racconta Emiliano Cardenas.

Fin dai primi metri è stato chiaro che sarebbe stata una salita complessa. Piazzare protezioni solide era molto difficile". Emiliano Cardenas

Fin dai primi metri è stato chiaro che sarebbe stata una salita complessa. Piazzare protezioni solide era molto difficile, e ancor più complicato era completare i passaggi. Qualsiasi presa poteva staccarsi in ogni momento, convertendosi in un pericolo per lo scalatore e per l’assicuratore”. Ma i tre alpinisti non si fanno scoraggiare, scegliendo i passaggi più esposti per trovare la roccia migliore. “Abbiamo scalato come fossimo sulle uova, avanzando molto lentamente e prendendoci il tempo necessario. Come direbbe Pacifico: questa roccia insegna” continua Emiliano. 

Neve in parete

Quando i tre si trovano a metà parete, il tempo inizia a deteriorarsi, con scariche di neve e pioggia, ma dopo qualche momento di dubbio decidono di continuare a salire. Superano i tiri più tecnici e sbucano in cresta. “Se pensavamo che il peggio fosse passato, ci sbagliavamo. La roccia ci aspettava con la stessa terribile qualità, e inoltre non esistevano più protezioni affidabili. La notte ci raggiunse, e abbiamo continuato a scalare fino alle 10, quando una nuvola ci ha avvolto completamente”. I tre si siedono in cresta e attendono un miglioramento del meteo, che arriva intorno alle 3.30 della notte. Senza mollare di un centimetro raggiungono la vetta e iniziano la discesa, portando a termine una giornata di 27 ore. 

“Una via di roccia con qualche passo di misto, molto impegnativa, dove cadere non è un’opzione dato che né le protezioni né le soste erano in grado di dare garanzie. Qui la difficoltà non sta tanto nel grado, quanto nel sapersi muovere con sicurezza su un terreno fragile” conclude Cardenas.